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Biologico sì o no? Dopo lo studio che evidenzia come il vantaggio nell`assenza di pesticidi continua il dibattito sul NYT

Il cibo biologico non ha un valore nutrizionale diverso rispetto a quello convenzionale, ma offre due vantaggi importanti: contiene meno pesticidi e meno batteri resistenti agli antibiotici. Probabilmente ricorderete che queste sono le conclusioni di uno studio sul cibo bio pubblicato un paio di settimane fa da un gruppo di scienziati dell’Università di Stanford, in California. La ricerca ha fatto ampiamente discutere, al punto che il New York Times ha deciso di accogliere il tema in Room for Debate, la sezione online in cui opinionisti esterni sono invitati a dire la loro su un fatto o una notizia. La domanda di partenza è semplice: vale davvero la pena produrre (e acquistare) biologico? Complesse invece le risposte, e di segno opposto, come sempre accade quando si parla di alimenti e agricoltura senza pesticidi.

 

Rimane piuttosto scettica la giovane biologa Christie Wilcox, ricercatrice e autrice del blog Science Sushi del network di Scientific American, che vede nell’agricoltura biologica soprattutto un idilliaco richiamo ai bei tempi andati, in cui l’uomo viveva dei frutti della sua terra, in perfetta armonia con l’ambiente. Secondo Wilcox, però, ci sono almeno due aspetti critici da considerare. Primo: non è vero che gli agricoltori bio non usano pesticidi. Semplicemente, li usano di origine naturale e non prodotti per sintesi chimica. Secondo: ci sono comunque dei costi ambientali. Per esempio, l’agricoltura biologica è meno produttiva di quella convenzionale e questo significa che per ottenere rese paragonabili bisogna coltivare più terra. La conclusione della ricercatrice non è del tutto negativa: «L’agricoltura biologica può anche avere dei lati positivi, ma non è una panacea: i suoi metodi dovrebbero essere considerati insieme a quelli convenzionali, per garantire il miglior equilibrio tra produttività e sostenibilità». Lo stesso approccio proposto qualche tempo fa anche da ricercatori dell’Institute on Environment dell’Università del Minnesota, in un articolo pubblicato su Nature.

 

Decisamente critico è invece il commento del danese Bjorn Lomborg, l’ambientalista scettico, già noto per per le sue posizioni controverse sul tema del cambiamento climatico, che per prima cosa punta il dito contro il costo elevato dei prodotti alimentari ottenuti con metodi biologici. Dal punto di vista della prevenzione di malattie, secondo Lomborg, è meglio mangiare un frutto o una verdura in più anche se coltivati con pesticidi, piuttosto che mangiarne uno (biologico) in meno, lasciato al supermercato perché troppo costoso. «La maggior parte degli abitanti della Terra ha bisogno di cibo accessibile dal punto di vista economico e per questo motivo dovremmo concentrarci su rese superiori delle coltivazioni e sulla possibilità per tutti di accedere a fertilizzanti e pesticidi», conclude Lomborg, invocando anche il ricorso a varietà geneticamente modificate.

 

Niente agricoltura biologica per i paesi in via di sviluppo, dunque? Non la pensa così Raj Patel, consulente dell’Institute for Food and Development Policy di Berkeley, in California. Intanto, sottolinea Patel c’è il problema del costo dei fertilizzanti, sempre più alto negli ultimi anni. Poi c’è quello del costo umano di fertilizzanti e pesticidi industriali: «L’avvelenamento da sostanze chimiche usate in agricoltura uccide ogni anno un milione di persone» sostiene l’esperto. Infine, c’è il fatto che in particolari condizioni l’agricoltura biologica può avere rese anche superiori a quella convenzionale. Insomma, «ben lontana dall’essere un “lusso per ricchi”, l’agricoltura biologica potrebbe rivelarsi addirittura una necessità, non solo per i poveri ma per tutti».

 

Sta dalla parte del bio anche il giornalista agricolo Tom Philpott, che nel suo intervento si sofferma piuttosto sui limiti dell’agricoltura industriale. Un sistema che, nonostante tutto, non è riuscito a dar da mangiare al mondo: anche nella sua culla, gli Stati Uniti, il 15% della popolazione soffre di insicurezza alimentare. Senza contare, dice Philpott, che si tratta di un tipo di agricoltura che richiede molta energia per la produzione di fertilizzanti azotati e grandi quantità di una risorsa, i fosfati, i cui depositi stanno cominciando a scarseggiare.

 

Per l’esperta di politiche alimentari Marion Nestle, infine, tutta la discussione si riduce a tre temi fondamentali. Anzitutto la produttività, ma secondo Nestle la differenza tra quella bio e quella convenzionale è troppo piccola per avere un effetto significativo a livello mondiale. In secondo luogo i benefici, soprattutto per quanto riguarda il minor o nullo contenuto di pesticidi. Infine, il costo. Vale davvero la pena spendere di più per un prodotto bio? «Personalmente, preferisco non essere una cavia in un esperimento a lungo termine sui pesticidi», commenta Nestle, ammettendo che per lei la risposta è sì, vale la pena.

 

Insomma, l’avevamo annunciato: come sempre, di fronte al bio ci si schiera in fazioni opposte. Chi  strenuamente a favore, chi strenuamente contro. Prendere una decisione in merito non è semplice: stesso valore nutrizionale per cibi bio e convenzionali, ma meno pesticidi e meno resistenza agli antibiotici nel primo caso. Produttività in genere superiore per l’agricoltura convenzionale, ma con alcune eccezioni. Limiti e vantaggi in entrambi i sistemi produttivi, ma con costi decisamente superiori per il bio. A fronte di questa incertezza, però, può valere la conclusione democratica di Marion Nestle: «Sono fortunata a poter scegliere cosa comprare. Dovremmo lavorare per dare a tutti questa possibilità».

 

Valentina Murelli

Foto: Photos.com

 

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5 Commenti

  1. a me questi tentativi di delegittimazione non piacciono affatto.
    Sconfinano spesso nel grottesco e nel patetico. Dimentichiamo che il concetto di fondo è etico e di impatto complessivo sull’ecosistema. Il discorso nutrizionale (fermo restando che il gusto del bio è nettamente migliore) è assolutamente in secondo piano.

  2. Piccolo problema tecnico,ogm alla lunga non permettono di coltivare nessun altro prodotto andando ad incrociarsi con i prodotti bio ,e rendendoli di fatto ogm!

  3. Il buonsenso non è un optional e purtroppo non s’impara. Anche dopo tutti i disastri ambientali ed alla salute umana, causati da un eccesso invasivo di chimica alimentare, farmacologica, energetica ed ambientale, stiamo ancora discutendo se sia meglio vivere con meno chimica e se un kg di carote costa un 10-20% in più o in meno. Cervelli atomici capaci di una visione d’insieme delle cose più importanti della nostra vita, se ne vedono purtroppo molto pochi.
    La saggezza, la lungimiranza, il dovere di prudenza, verso sistemi ed equilibri biologici evolutisi in millenni di adattamento, sono principi rari da riscontrare negli scienziati e ricercatori attuali.
    Tutti al servizio solamente del dio profitto, contro tutto e tutti, se stessi compresi.

  4. Riporto una notizia letta oggi su Il Fatto Quotidiano per far riflettere quelli che… i prodotti bio costano di più e non fanno passare la tosse:
    Agricoltura, prima causa dei gas serra e della deforestazione globale.
    Lo evidenzia lo studio Drivers of Deforestation and Forest Degradation, frutto della collaborazione tra la canadese Lexeme Consulting e lâ

  5. Io credo che la biologa Christie w. ha le idee poco chiare. Non moriamo di fame se mangiamo qualcosa in meno. Meglio poco ma buono. Il mondo è pieno di persone in sovrappeso. Mangiamo troppo e troppe schifezze!