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Bio, il tasto dolente

Agricoltori e imprese che trasformano alimenti bio spesso lamentano di ricevere ben pochi vantaggi, sul piano economico almeno. A fronte di una scelta assai impegnativa che richiede tempo, investimenti, maggior lavoro (sui campi e negli stabilimenti) e certificazioni.

Le aziende agricole bio hanno rese minori e, soprattutto, corrono il rischio di perdere grandi quote di raccolto, com’è accaduto due anni fa in vigna, per colpa della peronospera, una malattia causata da parassiti e quasi impossibile da combattere con le tecniche ammesse in agricoltura biologica.

Una scelta che comporta comunque, per chi trasforma materie prime bio, maggiori costi di approvvigionamento, raramente compensati in termini di valore aggiunto sul prezzo loro riconosciuto.

Eppure il prezzo finale dei prodotti bio a volte sfiora e magari supera del doppio – se non ancor di più – quello dei corrispondenti “tradizionali”. Salvo rare e fortunate eccezioni.

Di conseguenza la scelta del bio, per le famiglie soprattutto, è riservata a due sole categorie di consumatori:

– chi si può permettere di fare la spesa “senza badare a spese”,

– chi ha vicino a casa propria un “farmers’ market” o un’azienda bio che pratica la vendita, diretta o tramite gruppi d’acquisto solidale.

Ma perché? Una filiera distributiva troppo lunga, inefficienze logistiche o cos’altro? Certo è che il “natur-chic” è un lusso per pochi, e le “boutique” del bio non aiutano il settore a crescere.

Dario Dongo

23/7/2010

Foto: photos.com

 © Il Fatto Alimentare 2010 – Riproduzione riservata

 

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