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Aumenta il costo della spesa, indagine di Altroconsumo sui prezzi e sui rincari quotidiani

Cassiera porge a cliente carta di credito alla cassa di un supermercato; sullo sfondo prodotti sul nastro trasportatore e un'altra cliente controlla una bottiglia di passata di pomodoroL’inflazione dei prezzi causata dal Covid, da fenomeno passeggero quale sembrava essere, si è trasformata in una situazione strutturale che non si vedeva da molti anni. Le cause dell’aumento generalizzato dei prezzi sono dovute all’incremento del costo dell’energia e delle materie prime, esacerbate dalla guerra in Ucraina. I rincari di spesa riguardano tutti i settori produttivi, le bollette, il carburante e, soprattutto, il prezzo dei prodotti alimentari. Altroconsumo, attraverso un’indagine statistica, ha fotografato la situazione delle famiglie italiane. L’indagine si è svolta tra il 26 e il 29 aprile 2022 ed è stata fatta su un campione di consumatori di età compresa tra 25 e 79 anni, distribuiti come la popolazione generale per quanto riguarda sesso, età ed area geografica. L’inchiesta ha confermato che le abitudini degli italiani sono notevolmente cambiate in molti contesti: dai consumi domestici alla mobilità, dall’alimentazione allo shopping, dal tempo libero all’assistenza sanitaria. Questa indagine sugli effetti dell’inflazione è stata presentata al Festival del Giornalismo Alimentare di Torino.

La ricerca ha evidenziato come  a causa del rincaro dei prodotti alimentari il 63% degli italiani è stato costretto  a cambiare il modo di fare la spesa. D’altro canto l’analisi dei prezzi di alcuni prodotti alimentari fatta da Altroconsumo conferma questi forti rincari. Per salvaguardare il potere d’acquisto il 33% delle persone dichiara di acquistare un numero maggiore di  prodotti  di ‘primo prezzo’ (cioè quelli che cosano meno  sullo scaffale), anche gli alimenti con il marchio del supermercato e in generale quelli super-scontati sono molto gettonati. Un altro elemento da considerare è che il 29% degli intervistati ha ridotto la spesa di cibo e bevande non essenziali (alcol, dolci, snack salati…). Ma l’aspetto più saliente è che un italiano su cinque (cioè il 21%) rinuncia all’acquisto di alimenti come il pesce e la carne. Si riducono anche i momenti di piacere come le pause caffè al bar e le uscite al ristorante, diventate più sporadiche per il 26% degli intervistati. Dall’indagine emerge inoltre che il clima di incertezza continua a spingere gli acquisti di prodotti a lunga conservazione (cibi in scatola, zucchero, pasta e farina): il 20% degli intervistati ha detto di acquistarne di più negli ultimi mesi.

Reparto ortofrutta di un supermercato italiano con i cartellini dei prezzi in vista
I cittadini hanno pochi dubbi sulla presenza nel mercato attuale di fenomeni speculativi

Ma quanto pesa la guerra in Ucraina sulle dinamiche dei prezzi nel comparto alimentare? Per la maggioranza degli italiani (il 51%) la guerra è stata il fattore scatenante, perché è proprio a partire dall’invasione russa che hanno cominciato a notare l’aumento dei prezzi sui prodotti alimentari. Alto anche il numero (44%) di chi invece fa risalire l’inizio dei rincari a un periodo anteriore al conflitto. Seppur poco rilevante, curiosamente il 5% del campione dichiara di non aver notato alcun aumento di prezzi.

L’inchiesta di Altroconsumo sottolinea che per un italiano su tre curarsi sia diventato un lusso. Il 33% di loro dichiara di non riuscire a far fronte alle proprie spese mediche. Il 16% non può permettersi le cure dal dentista di cui ha bisogno, il 13% non riesce a sostenere i costi di una visita specialistica e l’8% ha dovuto cancellare o rimandare le sedute di psicoterapia. Per il 10% dei rispondenti è diventato proibitivo l’acquisto di dispositivi medici come gli occhiali da vista o l’apparecchio acustico.

 

È poi interessante rilevare che i cittadini hanno pochi dubbi sulla presenza nel mercato attuale di fenomeni speculativi. La stragrande maggioranza, il 75% degli intervistati, è convinta che i prezzi di alcuni prodotti – non solo di quelli alimentari – sono aumentati nonostante non siano prodotti direttamente collegati alla crisi. Ora più che mai è importante puntare sulla trasparenza dei mercati e su una maggiore vigilanza da parte delle Autorità. In questo senso Altroconsumo ha sollecitato l’Antitrust affinché faccia luce sulle speculazioni e intervenga con opportune sanzioni. Inoltre, per far fronte all’impennata dei prezzi al supermercato abbiamo chiesto al Governo di ampliare la platea delle famiglie che possono accedere ai buoni spesa.

 © Riproduzione riservata Foto: Fotolia, archivio Il Fatto Alimentare

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Roberto La Pira

  Sara Rossi

giornalista redazione Il Fatto Alimentare

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3 Commenti

  1. È un po’ complesso analizzare il prezzo del gas, a causa di contratti a lungo termine con prezzi prestabiliti. Il gas russo, la nostra fonte primaria ha continuato ad essere fornito a condizioni fisse sino a questo momento. Curiosamente, le quotazioni dell’energia elettrica che muove le nostre fabbriche e che è prodotta solo in parte dal gas, hanno iniziato ad impennarsi lo scorso autunno, con largo anticipo rispetto al conflitto in Ucraina e per cause non meglio precisate.
    Riguardo il petrolio, il massimo storico del barile venne raggiunto nel 2008, con la quotazione record di 147$. La benzina alla pompa raggiunse un massimo di 1,53€.
    Negli ultimi mesi, il petrolio è cresciuto arrivando sui 120$, con una media mobile a 50 giorni a 109$, un buon 30% sotto il massimo storico.
    La benzina a >2,20€, considerato lo sconto di 30c. è invece quasi il 50% sopra i massimi toccati nel 2008.
    Il delta dell’80 tra benzina alla pompa e petrolio, non è spiegabile con questi numeri, cosí come quello tra materie prime fossili in genere e costo dell’energia elettrica.
    Ognuno può darsi la spiegazione che crede, ma questi approssimativamente sono i numeri su cui iniziare a ragionare. La spirale inflazionistica dei prezzi al consumo, è solo una conseguenza, che con il conflitto ucraino sembrerebbe aver poco a che fare.

    • Gentile utente, mi corre l’obbligo di segnalare che nel luglio 2008, quando il petrolio WTI raggiunse effettivamente il prezzo di 147$ al barile, l’euro/dollaro stava attorno a 1,60, mentre oggi, con i prezzi attorno ai 120$ al barile, l’euro/dollaro è precipitato intorno a 1,06. Questo significa che quando paghiamo il petrolio in euro, in realtà lo stiamo pagando più oggi che nel 2008. Infatti nel 2008 i 147$ al barile corrispondevano a circa 92 euro, mentre i 120$ di oggi corrispondono a circa 113 euro, ossia quasi il 23% in più. Questo significa che, se il prezzo alla pompa nel 2008 era arrivato ad 1,53 euro, ad oggi dovremmo aspettarcelo attorno ad 1,84. Considerando anche l’inflazione italiana dal 2008 ad oggi, che ho estrapolato dal primo sito disponibile online, emerge che quei 1,84 euro andrebbero rivalutati a 2,17 euro, valore in linea con i prezzi attuali al lordo dello sconto sulle accise. Non credo dunque che i prezzi attuali siano imputabili in larga misura a speculazioni, a meno che non si voglia definire “speculativo” il trend reflativo che ha portato il petrolio, sotto la spinta di una domanda post covid decisamente sostenuta, da valori sotto zero ai circa 120$ di oggi, o che non si voglia definire a loro volta “speculative” le manovre delle banche centrali statunitense ed europea, che stanno largamente determinando la caduta del cambio euro/dollaro…

    • Come avevo premesso, ognuno può darsi la spiegazione che crede, ma mi corre l’obbligo segnalarle che ha omesso completamente le considerazioni sugli aumenti esorbitanti dell”energia elettrica, che hanno avuto luogo con un’impennata già da mesi prima il confllitto e che dipendono in modesta parte dal prezzo del barile. Qualcuno è dotato di capacità divinatorie ?
      Cosí come ha trascurato completamente la parte relativa al gas e relativo impatto sui prezzi dell’energia elettrica.
      L’associazione prezzo benzina / cambio €/$ è davvero poco significativa, a meno che non voglia credere che anche gli Usa, primo produttore di greggio al mondo, comprino in euro.
      Eppure le dinamiche sui prezzi alla pompa sono le medesime anche negli Usa con i cittadini americani che stanno affrontando, come noi, prezzi mai raggiunti prima.
      Oltre le politiche monetarie, che però sono state rese nell’ultimo anno più restrittive, sono sempre state le materie prime a causare inflazione e non viceversa, energia in testa.

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