Una colossale metanalisi della Columbia University smentisce i presunti benefici del consumo moderato e chiede di rivedere le linee guida internazionali: il rischio zero non esiste.
L’assunzione di alcol, anche in quantità considerate moderate, non solo non apporta alcun beneficio, ma è sempre dannosa, per uomini e donne. E molte linee guida, che ammettono un paio di bicchieri per i maschi e uno per le femmine al giorno, andrebbero riviste, perché non sono basate su prove scientifiche, ma su opinioni prive di riscontri.
Questa la presa di posizione netta che conclude un imponente studio di modellizzazione statistica e revisione scientifica. Il paper suona come una durissima risposta scientifica alle nuove linee guida nutrizionali statunitensi, varate all’inizio del 2026 sotto la supervisione del Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. La nuova politica americana ha eliminato del tutto i precedenti limiti numerici giornalieri (che erano appunto di due bicchieri per gli uomini e uno per le donne), preferendo un vago invito a “consumare meno alcol per una salute migliore”. Gli scienziati criticano aspramente questa scelta, poiché non fornisce alcuna misura specifica, lasciando ai cittadini la responsabilità di definire il quantitativo accettabile e aprendo la strada a rischi invisibili.
Lo studio sui rischi reali
Forse anche per questo i ricercatori di una delle più importanti istituzioni di ricerca in salute pubblica, la Mailman School of Public Health della Columbia University di New York, fondata nel 1922, hanno voluto esprimersi in merito con numeri e cifre. Hanno incrociato i dati dei sondaggi sanitari nazionali americani, i dati demografici del Census Bureau e i registri ufficiali di mortalità e morbilità (CDC e IHME), mettendo in relazione il consumo medio di bevande alcoliche e l’incidenza di malattie oncologiche, epatiche e cardiovascolari più quella di lesioni e traumi fisici.
Hanno così confermato (e riportato sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs) che non esiste alcuna prova di benefici legati a piccole quantità di alcol a parte, forse, qualche effetto sul rischio di ictus e patologie cardiache ischemiche che, però, è largamente sopravanzato da tutti gli altri rischi. E hanno ribadito che questi ultimi sono ben visibili, e dose-dipendenti.

Nello specifico, gli uomini che consumano più di 6,5 drink alla settimana e le donne che ne assumono più di 7 hanno un rischio di mortalità attribuibile all’alcol, nell’arco della vita, superiore a un caso su mille. Se i bicchieri superano gli 8,5 a settimana per entrambi i sessi, la probabilità complessiva sale oltre la soglia di un caso su cento (1:100), mentre quando si bevono 14 drink a settimana (soglia che per i soli uomini rappresentava il vecchio limite massimo delle linee guida), il rischio di morte causata dall’alcol per un maschio schizza a uno a venticinque (4%).
Il fattore tempo
Conta anche la modalità di assunzione: se si concentra in poco tempo una quantità maggiore il rischio sale, e lo si vede già quando, in una singola occasione, si beve più di un alcolico: sopra questa soglia aumenta progressivamente il rischio di tumori (come quello al seno), malattie cardiovascolari e traumi.
I dati peraltro confermano ciò che l’International Agency for Research on Cancer (IARC) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di Lione ha messo nero su bianco già nel 1988, inserendo l’alcol nel gruppo 1 dei cancerogeni certi, in qualunque quantità. Inoltre ribadiscono il legame tra consumo di alcolici e malattie croniche come quelle cardiovascolari ed epatiche e quello con i traumi fisici.
Quasi nessuno spazio, quindi, per dosi “sicure” né per ipotetici benefici, da nessun punto di vista e in nessun tipo di situatione.
Una confusione dannosa
Gli autori hanno voluto anche fare chiarezza sui dosaggi, specificando che parlare di bicchieri giornalieri o di drink non ha molto senso: tutto dipende dal tipo di alcolico. Se si parla di uno scenario americano di solito si intendono 335 millilitri (ml) per la birra, 150 ml per il vino e 45 ml per i superalcolici. Tuttavia, non esplicitare le quantità consigliate nelle linee guida espone le persone al rischio di eccedere anche senza saperlo.
Va comunque ricordato che il rischio individuale dipende anche, in parte, da numerose variabili quali il genoma, lo stile di vita, eventuali malattie concomitanti, le modalità di assunzione degli alcolici e altri fattori individuali.
In definitiva, in attesa che si giunga a misure ancora più drastiche, lo studio dimostra che le linee guida non dovrebbero essere ammorbidite o rese vaghe, ma dovrebbero semmai essere rese più severe, specificando in modo inequivocabile che non si deve superare un solo drink al giorno per entrambi i sessi.
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Giornalista scientifica



Datemi le autopsie degli antichi romani e poi parliamo. Auguri.
Definisci verità scientifica.
Quello che credono in tanti, fino a prova contraria?
Galileo c’è lo siamo dimenticato.
La “verità scientifica” non coincide con l’opinione della maggioranza, ma con il consenso della comunità scientifica basato sulle prove empiriche disponibili.
Il richiamo a Galileo è corretto nel principio: la scienza è valida solo “fino a prova contraria”. Tuttavia, tale smentita deve basarsi su dati oggettivi, ripetibili e rigorosi, non su preferenze personali. Nel caso dell’alcol, i recenti dati epidemiologici e biochimici su scala globale hanno semplicemente aggiornato le conoscenze precedenti, dimostrando l’assenza di una soglia di consumo sicuro. Questa è l’evoluzione del metodo scientifico, non una credenza.
L’empirismo non è oggettivo ripetibile e rigoroso. A volte ci affidiamo a lui certi della risposta. Che è a volte una chimera, un abbaglio, bias ideologico. Ci sono casi in fisica teorica dimostrati dopo decenni, perché la prova di laboratorio dev’essere anche accurata, oltre che veritiera. Ma si vive di slogan, l’IA ne va pazza.
Il cambio di rotta sull’alcol non è un dogma ideologico, ma il risultato di aver ripulito gli studi passati dai loro stessi ‘abbagli’ (come i bias statistici sui gruppi di controllo). Dire che ‘non esiste un consumo sicuro’ non è uno slogan proibizionista, ma un dato biochimico: l’acetaldeide è un tossico.
Vado a bere una birra. Guinness per esempio.
Buona birra, Giovanni! Nessuno le vieta di farlo, e la scelta su come gestire la sua salute resta solo sua.
Il compito di questa testata non è giudicare le abitudini dei singoli, ma fare informazione scientifica e trasparente per tutti quei lettori che desiderano conoscere i rischi reali oltre i falsi miti. Noi scriviamo per loro.
Ognuno è libero di scegliere, l’importante è poterlo fare con consapevolezza e dati alla mano. Salute!
ALDH funzionante.
davvero di recente ho letto un articolo scientifico (ma purtroppo non ricordo dove) in cui si metteva in risalto la possibile relazione tra consumo di alcol (senza alcuna soglia) e cancro del pancreas.
Ognuno può assumere il rischio che vuole ma ci vuole coraggio a raccontare che assumere una sostanza nociva e cancerogena non faccia male…. chi berrebbe una bibita sapendo che contiene un 10-12% di benzene o formaldeide ??
Gli stessi che fanno le grigliate con diossine e idrocarburi policiclici aromatici?
É una fatica di sisifo cercare di ridurre alla ragione un novax convinto come il Kennedy, scelto da Trump col deliberato obbiettivo di azzoppare le posizioni scientifiche che non capisce… ossia tutte. Ma le voci confusionarie e antiscientifiche non abbiamo bisogno di cercarle oltreoceano, nell’italianissimo Piemonte addirittura Angelo Gaja di SlowFood si é espresso prolissamente sulla minore nocività dell’alcol del vino, che a suo parere sarebbe”diverso”, e pertanto meno dannoso, dell’alcol presente in altre bevande. Affermazioni scientificamente insostenibili, e stroncate punto per punto da un intervento di Bressanini facilmente reperibile in rete, ma mai corrette da Gaja.