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Acquacoltura sostenibile: si usa troppa farina di pesce negli allevamenti? L`inchiesta di Eurofishmarket

L’acquacoltura italiana può rivendicare l’altissima qualità e un legame col territorio a “km zero”, con un elevato livello di sostenibilità, in particolare per il benessere animale. Ma lo sviluppo del settore è lontano dal poter soddisfare la richiesta di prodotti ittici. Le specie da allevare andrebbero aumentate, puntando strategicamente su quelle erbivore che, però hanno differenti caratteristiche organolettiche e nutrizionali.

E’ questo uno dei temi proposto nell’inchiesta di Paolo Fagioli sull’acquacoltura sostenibile, pubblicato nel numero di aprile di Eurofishmarket  (la rivista più accreditata del settore diretta da Valentina Tepedino).   L’inchiesta prosegue cone altri spunti  significativi e di grande interesse con  alcuni pareri di esperti.

Sul problema delle  farine – spiega  la rivista- è fondamentale rispettare le esigenze alimentari dei pesci: nutrire un carnivoro come un erbivoro non corrisponde al benessere del pesce e ne altererebbe le qualità (come la quota di omega 3). Bisognerebbe lavorare a un’acquacoltura legata al territorio e alle tradizioni locali: per esempio, investendo nell’allevamento del muggine da bottarga, mentre oggi il 90% della bottarga è prodotta da muggini che provengono dal Brasile o dall’Australia.

 

La percentuale di farine di pesce usata per la composizione del mangime oscilla intorno al 15-20%. Possiamo quindi considerare che a fronte di un tasso di conversione dell’orata di 2 a 1 (2 kg di mangime per 1 kg di pesce), si utilizzano  3-400 grammi di farina di pesce. Inoltre, sempre più spesso si producono farine provenienti da scarti di lavorazione dei prodotti ittici, che, sebbene di minore qualità (per il contenuto di ceneri e altre   caratteristiche) contribuiscon ad alleggerire l’attacco agli stock ittici.

 

Sul tonno rosso, la sperimentazione deve fare ancora molta strada: il mare brulica di tonni pescati dalle flotte giapponesi, mentre le flotte europee sono sottoposte a un contingentamento che in Italia raggiunge limiti vessatori. Le tecniche di allevamento si stanno evolvendo, perché limitarsi a ingrassare animali sottotaglia prelevati in natura non aiuta a salvaguardare la specie. L’alimentazione, però, è un problema: non si può pensare di allevare un animale che mangia solo pesci vivi, perché nascerebbero problemi legati all’inquinamento, al costo, alla disponibilità dell’alimento in modo continuativo.

Sugli elementi di criticità dell’acquacoltura italiana Eurofishmarket propone un quadro interessante. Innanzitutto la mancanza di trasparenza del mercato, crea confusione per il consumatore che ha una certa difficoltà a scegliere un pesce in modo consapevole,. Non è facile capire se è allevato in vasche a terra, in mare aperto, in impianti sostenibili… E al ristorante quasi mai è possibile sapere se siamo mangiando un pesce italiano o estero, perché il ristoratore è equiparato al consumatore finale, senza obbligo di garantire la tracciabilità dei piatti.

L’altro aspetto da evidenziare è la difficoltà di  competere con prodotti esteri che giungono in Italia a prezzi bassissimi, perché interpretano in modo diverso regole.  Per finire, ci sono grandi chef che disprezzano i prodotti dell’acquacoltura a parole, salvo poi acquistare prodotti ittici senza fattura, da pescatori di frodo, o prodotti allevati all’estero spacciandoli per selvatici locali in modo più o meno consapevole».

 

Per Alessio Bonaldo, ricercatore dell’Università di Bologna, Facoltà di Medicina veterinaria, «Dal Rapporto Fao del 2010 sulla produzione ittica è emerso che l’acquacoltura mondiale cresce dagli anni 70 del 7% ogni anno, fornendo oggi il 46% della produzione totale. Lo spirito con cui allevatori, ditte mangimistiche e ricerca stanno andando avanti è quello della sostenibilità ambientale ed economica.

 

In particolare, sono allo studio ingredienti alternativi alla farina e all’olio di pesce. Al momento, la loro presenza nei mangimi si è abbassata a percentuali difficilmente ipotizzabili fino a qualche anno fa. Recenti studi su fonti proteiche vegetali utilizzate nel branzino e nell’orata hanno dimostrato come queste specie siano le più adatte all’utilizzo di ingredienti vegetali, per esempio i sottoprodotti della soia.

È vero che in natura le specie carnivore difficilmente consumano vegetali, ma dal punto di vista nutrizionale il concetto di proteina animale o vegetale è stato superato da quelle che sono le esigenze in aminoacidi. Perciò credo che l’aggiunta di ingredienti vegetali nella dieta di specie prevalentemente carnivore possa essere un valido strumento per la sostenibilità del settore».

 

Andrea Fabris, veterinario dell’Associazione piscicoltori italiani, sottolinea come «Gli allevatori italiani hanno da tempo adottato dei “Codici di buone pratiche d’allevamento”, tra cui quello sviluppato dieci anni fa dall’API per garantire adeguati standard di qualità.

 

Punti chiave sono: igiene e salubrità dell’allevamento; eco-compatibilità dell’acquacoltura; sicurezza alimentare dei consumatori; rintracciabilità. Diversi studi recenti sottolineano la maggiore sostenibilità dell’acquacoltura se inserita in una filiera controllata e trasparente – come è l’acquacoltura italiana – rispetto alla pesca e ad altre attività zootecniche tradizionali, come l’allevamento di animali terricoli.

 

In un articolo su Time del 2011 – continua  Fabris – si evidenzia come i pesci convertono in proteine il mangime molto più efficacemente degli animali a sangue caldo, se si considera quanto ne occorre per produrre tessuto muscolare (la parte edibile). Le percentuali di mangime convertito in proteine nella carpa supera il 30%, nel pollame è del 25%, mentre per suini e bovini è rispettivamente del 13% e del 5%».

a cura di Mariateresa Truncellito

foto: Photos.com

 

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Un commento

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    Fabio Del Tedesco

    Diciamoci chiaramente una cosa: non c’e’ alternativa!

    Forse qualcuno pensa che ci si possa nutrire esclusivamente con pesce pescato?

    Non ce n’è più a sufficienza nei mari.

    O rinunciamo a mangiare pesce (i nutrizionisti invece consigliano di mangiarne molto di più), oppure razionalizziamo anche questa sana fonte di proteine.

    Chi di noi ha mai mangiato un pollo "cacciato", o un bue catturato in una prateria?
    Un maiale o un cinghiale selvatico?

    E’ l’evoluzione: l’uomo era solo cacciatore e raccoglitore, poi è iniziata l’attività agricola e l’allevamento delle specie più facilmente gestibili.
    Ora siamo in grado di allevare anche le specie che vivono in acqua.
    Tutto qui.

    Chi non approva l’allevamento dei pesci provi prima ad immaginare da dove proviene il 100% della carne che mangia….

    Non voglio invece toccare la scelta di vita di vegetariani o vegani che molto coerentemente rifiutano sia carni che pesci indipendentemente dal fatto che provengano da attività di caccia di allevamento.

    Mi pare molto più coerente e sensata la loro scelta.

    Non comprendo, invece, chi storce il naso di fronte ad un pesce allevato in acqua mentre inconsapevolmente continua ad abbuffarsi di ogni altro animale allevato sulla terraferma…