Tonno rosso Thunnus thynnus pesce d'acqua salata sott'acqua mare blu

La crescente domanda di tonno rosso alimenta allevamenti basati sulla cattura di esemplari selvatici. Compassion denuncia rischi per stock, ambiente e benessere animale.

Il tonno rosso è un alimento apprezzato e reso popolare dal crescente successo del pesce crudo e in particolare di sushi e sashimi. Ma presto potrebbe diventare un ricordo: a lanciare l’allarme è un report diffuso dall’associazione Compassion in World Farming che segnala il pericolo di uno sfruttamento eccessivo di questi giganti dei mari, chiedendo una verifica urgente dello stato di conservazione della specie e una moratoria immediata sugli allevamenti.

Il problema del tonno rosso

Il problema sono proprio gli allevamenti, diversi dalle consuete fish farm diffuse nel mediterraneo: i pesci nati in libertà sono catturati grazie a pescherecci dotati di particolari reti a circuizione, e guidati nella località desiderata dove rimangono prigionieri all’interno di enormi gabbie, per un periodo che varia dai tre ai dieci mesi, nutriti con pesci di piccole dimensioni finché non raggiungono il peso richiesto dal mercato. Gli allevamenti di questo tipo si sono sviluppati anche per la difficoltà di far nascere questi pesci in cattività, come avviene per altre specie, “e gli allevamenti  sono quasi decuplicati negli ultimi venti anni passando dai 13 del 2006 ai 123 del  2026. – Ci ha spiegato la ricercatrice di Compassion Elena Lara, autrice del report. – mentre la produzione complessiva è passata dalle 1.896 tonnellate del 2003 alle 36.855 del 2024”.

Non stiamo parlando però del tonno che consumiamo abitualmente inscatolato: “Il report si occupa del tonno rosso (Thunnus thynnus), diverso dalle specie comunemente utilizzate per il tonno in scatola, come tonnetto (Katsuwonus pelamis) o tonno a pinna gialla (Thunnus Albacares) che sono più piccoli e meno longevi, – spiega Lara. – Il tonno rosso è una specie pregiata, particolarmente utilizzata per prodotti di alta qualità come sushi o sashimi”.

Gli “allevamenti” di tonno

Dopo l’allarme lanciato nel 2011 dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), che aveva classificato il tonno rosso come specie in pericolo, la situazione sembrava migliorata. Tuttavia, l’associazione avverte che oggi il pericolo è tornato a causa della crescita dei consumi che dagli anni ’90 ha aumentato la pressione sulla popolazione selvaggia, e portato allo sviluppo degli allevamenti. Gli impianti si trovano soprattutto nel Mediterraneo e coinvolgono diversi Paesi – ai primi posti Malta, Spagna e Turchia, ma anche l’Italia – “anche se è difficile avere dati precisi, che non vengono sempre resi disponibili in modo trasparente”, spiega Lara.

sushi con tonno
La crescita dei consumi di tonno a partire dagli anni ’90 ha provocato un aumento delle catture

Secondo i dati Eurostat diffusi da Compassion in World Farming – leggermente diversi da quelli forniti dalla FAO – il nostro Paese ha rilasciato diverse licenze per allevamenti, e l’Italia avrebbe prodotto 334 tonnellate di tonno nel 2008 e 454 nel 2011. Che nel nostro Paese ci sia interesse per questo tipo di allevamento comunque è evidente: lo scorso anno anche Greenpeace Italia ha pubblicato un report sull’allevamento di tonno rosso in Italia denunciando i diversi progetti che coinvolgono i nostri mari e la mancanza di trasparenza nell’assegnazione dei finanziamenti europei per gli allevamenti ittici, e Coldiretti Pesca punta a creare in Italia delle vere e proprie “fattorie” del tonno rosso, esaltandone la sostenibilità.

Un tonno rosso consuma 3mila kg di pesce selvaggio

Mentre il report di Compassion in World Farming sottolinea le criticità di questi allevamenti che rappresentano un problema per l’ambiente, per il benessere animale e anche per le popolazioni per cui i pesci utilizzati come mangime – soprattutto aringhe, acciughe, sardine e sgombri – rappresentano un’importante risorsa alimentare. “È stato calcolato, – spiega il report di Compassion in World Farming, – che un singolo esemplare in grado di produrre circa 200 chili di prodotto può consumare fino a tremila chilogrammi di pesce selvaggio, l’equivalente di 33mila sardine o 166mila acciughe”.

È vero che i tonni sono comunque predatori che si nutrono di altri pesci, ma stiamo comunque parlando di animali selvatici che si sottraggono all’ambiente, “e poi in natura la predazione s’inserisce in una rete alimentare efficiente, – sottolinea Lara, – mentre in questo caso parliamo di grandi quantità di specie ittiche che spesso sono già a rischio, e che hanno un ruolo nell’ecosistema perché si nutrono di plancton e sono a loro volta preda di altri pesci ma anche di uccelli e mammiferi marini: così trasferiscono energia dai livelli più bassi della catena alimentare a quelli più alti”.

Un tonno rosso, sullo sfondo una rete di cattura o di un allevamento
Un singolo esemplare di tonno rosso in grado di produrre circa 200 chili di prodotto può consumare fino a tremila kg di pesce selvaggio

Impatti su sicurezza alimentare, ambiente e benessere

Adesso invece sono deliberatamente catturati e inseriti in un processo industriale destinato al mercato, creando oltretutto un danno alle popolazioni costiere soprattutto dell’Africa per cui i pesci usati per alimentare i tonni hanno un ruolo importante per l’economia attraverso la pesca e il commercio e soprattutto per l’alimentazione, trattandosi di un alimento ricco di proteine, acidi grassi essenziali e micronutrienti. “Utilizzarli per alimentare i tonni, – sottolinea il report, – significa minacciare la sicurezza alimentare di Paesi che si trovano già in una condizione di fragilità”.

Senza contare che questi allevamenti hanno un impatto sull’ambiente, anche se forse inferiore a quello di altre forme di acquacoltura, come gli allevamenti di branzino che si trovano sulle coste del Mediterraneo, perché di solito si trovano in mare aperto dove le correnti disperdono i contaminanti: il che non esclude, sottolinea Lara, “che queste gabbie possano influire sull’ambiente marino e sugli organismi acquatici attraverso la dispersione di rifiuti organici come feci e cibo non consumato, disinfettanti e antibatterici”.

C’è poi il problema della qualità di vita dei tonni: il tonno rosso è un animale migratore che deve nuotare continuamente per respirare, e il fatto stesso di essere confinato in uno spazio ristretto genera stress e lesioni aumentandone la mortalità, “il che ne fa un animale particolarmente poco adatto a essere allevato”, osserva Lara. Considerando anche che ci sono seri dubbi sul fatto che i metodi di macellazione attualmente utilizzati – i tonni sono riuniti in spazi ristretti e colpiti con armi da fuoco o arpionati – siano accettabili dal punto di vista del benessere animale.

Mancano dati attendibili

Il problema, sottolinea il report, è che la carenza di dati attendibili rende impossibile valutare il reale impatto di questo tipo di allevamento. Esiste un organismo, l’ICCAT (International Commission for the Conservation of Atlantic Tunas) responsabile di gestire la pesca di questa specie definendo quote, calendari e taglia minima del pescato,“ma gli allevamenti rendono più difficile monitorare l’esatto numero e peso dei pesci coinvolti”, spiega Lara. E dal report emergono chiaramente le incongruenze dei dati riguardanti le catture alla produzione, l’allevamento e il commercio, “rendendo difficile verificare le reali dimensioni di questa industria e il suo effettivo impatto”.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, Fotolia

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