Diverse varietà di mele in cassette nel banco ortofrutta di un mercato o un supermercato

Un nuovo saggio ripercorre la storia della frutta, dalle diffidenze della medicina rinascimentale alla nascita della frutticoltura industriale e del mercato globale.

Oggi la frutta è una delle basi di un’alimentazione corretta, ma non è stato sempre così, anzi c’è stata un’epoca in cui era considerata nociva. Lo spiega Dante Bolognesi, studioso di storia economica e sociale, nel saggio Storia della Frutta. Un viaggio tra gusto salute e mercati dal Rinascimento ad oggi (Laterza 2026) un interessante excursus che spazia dall’antichità allo sviluppo dell’agricoltura industriale.

Frutta cattiva

Per secoli, spiega l’autore, i medici hanno messo in guardia dal consumo dei frutti: in base alla teoria degli umori derivata dalla medicina galenica e ancora diffusa nel 1500, pere mele e pesche erano dipinte dalla dietetica come alimenti insidiosi per l’equilibrio degli umori del corpo in quanto freddi e umidi. Tommaso Giannotti Rangoni, erudito cinquecentesco, descrive il fico come un “frutto mostruoso”, portatore di “humori collerici, sangue cattivissimo, ventosità, pidocchi”. E sempre per Rangoni le mele sono utili solo ai melanconici, ma rendono difficile la digestione, l’uva provoca dolori e turbamenti all’apparato digerente mentre il melone è il frutto più temuto in quanto “uno dei cibi più freddi e umidi”. 

Bolognesi storia della frutta

E questa concezione era diffusa in tutta Europa: la frutta fresca era ammessa come alimento solo in rari casi a scopo terapeutico, per esempio per contrastare la malinconia. Eppure pesche, mele e ciliegie continuavano a comparire sulle tavole aristocratiche come alimento ma soprattutto come uno status symbol cui non si voleva rinunciare: tanto che i medici furono costretti a fare qualche concessione, suggerendo per esempio di cuocere la frutta con spezie e vino per moderare le conseguenze nocive, oppure di utilizzarla, sempre cotta, come ingrediente in preparazioni salate. Sulle tavole aristocratiche insomma la frutta continuava a comparire, mentre il popolo preferiva nutrirsi quando possibile di cereali e legumi, più nutrienti e sostanziosi.

Un rapporto in evoluzione

Col passare dei secoli però, spiega Bolognesi, le cose cambiano, l’alimentazione diventa più semplice e la frutta comincia a trovare un proprio ruolo, si comincia ad apprezzarne e studiarne le diverse varietà, che oggi possiamo conoscere attraverso le nature morte che le riproducono, fino a quando nel diciannovesimo secolo non nasce il famoso proverbio che tutti conosciamo, su “una mela al giorno” che toglie il medico di torno, mentre si comincia a parlare di dieta vegetariana. 

Oggi la frutta gioca un ruolo centrale nella nostra dieta, col pieno sostegno dei nutrizionisti: secondo i dati FAO il consumo della frutta a livello mondiale è pressoché raddoppiato tra il 1961 e il 2022, senza dimenticare, nota l’autore, l’aumento del consumo di succhi e marmellate. I dati del 2023 parlano di un mercato che ha raggiunto i 130 miliardi di dollari, in cui i Paesi che producono frutta da sempre come l’Italia devono fare i conti con “sempre più agguerriti newcomers” e anche con i mutamenti climatici che stanno modificando alcune produzioni. 

La nascita della frutticoltura industriale

Ma la strada che porta alle moderne coltivazioni intensive è lunga e questo saggio contribuisce a metterne in risalto gli aspetti meno noti. Nel corso dei secoli gli alberi da frutta un tempo coltivati vicino alle abitazioni, negli orti e nei giardini delle dimore signorili – che Bolognesi descrive sulla base di testimonianze dell’epoca – arrivano in campo aperto soppiantando altre coltivazioni. E alcune località cominciano a essere note per l’eccellenza dei loro prodotti: non tutti sanno per esempio che nel diciannovesimo secolo erano i limoni di Sanremo a contendere la fama a quelli di Amalfi sui mercati del Nord Europa, grazie anche alle ferrovie a vapore.

agrumi frutta Limoni gialli e colorati sul tavolo di legno color ciano brillante orizzontale
Nel diciannovesimo secolo i limoni di Sanremo contendevano la fama a quelli di Amalfi sui mercati del Nord Europa

Sì, perché per molti anni la storia della frutta va di pari passo con quella dei trasporti ferroviari e navali che offrono la possibilità di trasferire velocemente merci deperibili: ed è più o meno negli stessi anni che nasce l’agronomia moderna, e vengono individuate le fibre e le vitamine di cui si studiano gli effetti sulla salute. 

Italia regina della frutta (una volta)

Il commercio internazionale di frutta cresce rapidamente e il nostro Paese è per decenni in posizione dominante: le arance siciliane sbarcano in America e agli inizi del ‘900 cominciano le prime vere coltivazioni intensive di pesche nella cittadina romagnola di Massalombarda, un evento che per Bolognesi segna la nascita della frutticultura industriale in Italia. Ed è l’Italia a conquistare una posizione di rilievo sui mercati internazionali grazie alle pesche romagnole, alle mele dell’alto Adige e agli agrumi del sud, esportando in tutta Europa grazie alla nascita dei primi vagoni frigoriferi tanto che dopo la prima guerra mondiale la frutticultura supera per importanza economica la viticultura.

Le conseguenze della globalizzazione

Fino allo scenario attuale, con la globalizzazione che ha modificato gli equilibri portando ad un’omogeneizzazione del mercato e alla scomparsa di molte varietà locali: se nel 1961 l’Italia era al secondo posto – dopo gli Stati Uniti – come produttore mondiale di frutta fresca, sessanta anni più tardi il primato spetta alla Cina, seguita dall’India e dal Brasile, mentre l’Italia è scesa all’undicesimo posto.  Grazie al successo di nuove specie come il kiwi, alla diffusione della frutta tropicale – oggi nota Bolognesi il frutto più presente sul mercato con un 27% del totale è la banana – e alla concorrenza di Paesi emergenti e dei Paesi temperati dell’emisfero australe.

L’ultimo capitolo del saggio è dedicato al commercio della frutta, dalla rivolta seicentesca di Masaniello, scatenata proprio da una tassa sulla frutta, ai primi mercati urbani. Fino alla nascita della GDO che propone sul mercato frutta sempre più omogenea in termini di varietà e aspetto imponendo ai produttori condizioni spesso insostenibili: non a caso, conclude Bolognesi, l’unica filiera della frutta che ha tenuto negli ultimi anni, grazie ai consorzi di produttori, è quella della mela. Una nuova sfida, conclude l’autore, per il mondo della frutta e i suoi protagonisti. 

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, Laterza, AdobeStock

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