Il report EggTrack 2025 fotografa un’Italia quasi completamente “cage-free”, ma il dato nasconde una realtà più complessa
Il 2025 era il traguardo fissato anni fa da centinaia di aziende per azzerare l’uso delle uova da galline in gabbia. Il report EggTrack 2025 di Compassion in World Farming (CIWF) traccia un bilancio globale deludente sui mercati monitorati a livello internazionale (Europa, Nord America e Asia-Pacifico): solo il 48% degli impegni con scadenza 2025 è stato completato e, peggio ancora, 50 aziende hanno fatto un passo indietro cancellando del tutto i propri propositi pubblici. Una debacle.
Tuttavia, l’Europa e l’Italia vanno in controtendenza con dati che in apparenza sembrano trionfali. Nel continente le aziende dichiarano di aver convertito al “senza gabbie” il 94% delle forniture, mentre nel nostro Paese le 36 realtà monitorate sfiorano la totalità con il 98,8%.
| Codice in etichetta | Tipo di allevamento |
| 0 | Biologico (all’aperto con mangimi bio e spazi ampi) |
| 1 | All’aperto (allevamento a terra con accesso a spazi esterni) |
| 2 | Allevamento a terra (include sia le voliere tradizionali sia i sistemi combinati/multifase) |
| 3 | In gabbia (gabbie arricchite con nido, posatoio e grattatoio) * |
Il benessere dipende dalla densità, dalla progettazione degli impianti, dalla presenza di rampe e posatoi, dalla disponibilità di lettiera e dalla possibilità di accedere a verande o spazi esterni (che però in questi capannoni non è prevista). L’assenza delle gabbie di una volta, vietate dal 2012, è un miglioramento importante, ma non equivale a un allevamento rispettoso del benessere animale.
Lo studio sul benessere animale
Prova ne è uno studio pubblicato sulla rivista Poultry Science, firmato dal DAFNAE, il Dipartimento di Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse naturali e Ambiente dell’Università di Padova e dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (ne abbiamo parlato qui). I ricercatori hanno esaminato al macello oltre 30 mila galline provenienti da 50 allevamenti, rilevando lesioni e ustioni alle zampe nel 46,3% degli animali, deviazioni dello sterno nel 77,1%, fratture nel 17%, prominenze dello sterno nel 71,2% e vesciche al petto nell’8,4%.
Lo studio non consente di valutare separatamente i sistemi combinati, ma mostra che negli allevamenti “a terra” le criticità sono molto diffuse. Negli impianti a un solo livello sono risultate più frequenti le dermatiti e le lesioni alle zampe, mentre nelle voliere multipiano il quadro era leggermente meno grave, ma comunque preoccupante.
La mancanza di dati
Come confermato da CIWF, “non esistono dati statistici ufficiali o percentuali pubbliche” che quantifichino quante uova vendute in Italia sotto il Codice 2 provengano da sistemi combinati. Questa lacuna informativa deriva direttamente dalla normativa europea e nazionale sull’etichettatura, che non distingue le voliere tradizionali dai sistemi combinati, raggruppandoli tutti sotto la stessa dicitura, e il consumatore non ha alcun modo di distinguerli a scaffale.
La situazione in Europa
CIWF ha rintracciato le dichiarazioni con cui le aziende escludono esplicitamente i sistemi combinati. A livello globale sono 36 le realtà monitorate ad aver preso questa posizione, tra cui 7 operanti in Italia: Eurovo, Metro AG Group, Sabbatani, Chef Express, Flunch Italia, Gruppo Selex e Lidl Italia. C’è un elemento che distingue Lidl Italia: l’insegna assicura l’impegno cage-free su tutto l’assortimento (sia uova vendute fresche sia usate come ingredienti). Una scelta che ricalca il modello tedesco.
Il confronto con gli altri grandi mercati europei mostra però quanto l’Italia sia ancora indietro. In Austria le gabbie sono vietate dal 2020 e tutta la produzione nazionale proviene ormai da sistemi alternativi. Invece in Germania e nei Paesi Bassi le uova da galline in gabbia sono già scomparse dagli scaffali dei supermercati, mentre in Francia rappresentano solo il 18% degli acquisti al dettaglio e nel Regno Unito il 16%.
In questi Paesi la grande distribuzione ha anticipato o accompagnato le scelte legislative, imponendo di fatto il cage-free come standard di mercato. In Italia manca una spinta altrettanto decisa: le uova da gabbia continuano a essere vendute e, anche quando compare in etichetta il Codice 2, non è possibile sapere quante provengano da veri allevamenti a terra e quante da voliere multipiano o sistemi combinati.

Il caso Lidl
Interpellata da Il Fatto Alimentare su come sia riuscita a smarcarsi dai sistemi combinati prima di altre catene in Italia, Lidl ha spiegato di essersi mossa d’anticipo: «Siamo riusciti a ottenere questo risultato muovendoci tra i primi nel settore, scelta che ci ha permesso di individuare per tempo i giusti partner sul territorio». L’insegna assicura di garantire il rispetto del bando attraverso «un monitoraggio rigoroso sui fornitori e l’applicazione di misure correttive ove necessario».
Parlare di un addio definitivo alle gabbie è assolutamente prematuro: finché la legge non imporrà trasparenza totale in etichetta sui sistemi combinati, la vera differenza la faranno le scelte di alcune aziende che abbiamo ricordato e la responsabilità delle singole catene di supermercati.
* Le “gabbie convenzionali” (quelle vecchie a batteria) sono illegali nell’UE dal 1° gennaio 2012.
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giornalista redazione Il Fatto Alimentare