Ragazza mangia junk food e beve bibita zuccherata tipo Coca-Cola davanti al computer

Un grande studio durato 25 anni rivela il legame tra il consumo precoce di bibite dolci e l’aumento della pressione in età adulta.

C’è un ottimo motivo per abituare i bambini fin da piccoli a bere solo acqua o latte (senza aggiunte): chi inizia in età pediatrica a bere bevande dolci (soprattutto quelle che contengono fruttosio) inizia presto ad avere un aumento del rischio di sviluppare un’ipertensione, che aumenta con la quantità di bevande dolci e con l’età. La causa non sarebbe solo da attribuire all’aumento di peso associato a queste bevande, che spesso fa eccedere i range di normalità, ma anche a un’azione specifica, per motivi ancora da chiarire. Lo confermano i dati appena pubblicati su Circulation, la rivista ufficiale dell’American Heart Association, dai ricercatori della Temerty Faculty of Medicine dell’Università di Toronto e della Chan School of Public Health dell’Università di Harvard.

Un monitoraggio lungo un quarto di secolo

Il legame tra abitudine a bere bevande dolci e pressione del sangue nel tempo è stato evidenziato in un grande studio di popolazione chiamato Growing Up Today Study (GUTS), durato ben 25 anni, che ha coinvolto 25.000 bambini di età tra i 9 e i 16 anni in due fasi successive: il GUTS1, con oltre 16.800 bambini, iniziato nel 1996, e il GUTS2, con 10.900 bambini, che ha preso il via nel 2004. I ricercatori hanno seguito tutti i partecipanti fino al 2021, i quali all’inizio avevano in media 12 anni, al termine ne avevano 36. Nel frattempo, li hanno controllati dal punto di vista clinico, ma anche per ciò che riguardava le abitudini alimentari.

Bevanda zuccherata o con edulcoranti tipo cola versata da una bottiglia in un bicchiere con ghiaccio
Le bevande prese in esame erano quelle gassate e zuccherate i tè freddi, sport ed energy drink e succhi di frutta

I consumi

A tutti (o ai genitori) è stato infatti chiesto di compilare accurati questionari relativi a 132 alimenti tra il 1996 e il 1998, e poi nel 2001, 2004, 2006, 2008, 2011 e 2015. In essi veniva chiesto di indicare la frequenza con la quale una certa bevanda era consumato, suddividendo le risposte in un ampio range che andava da: mai o meno di una volta al mese fino a sei volte al giorno o più, per porzioni che erano di 350 millilitri (ml) per le lattine e di 235 ml circa per i bicchieri di succo.

Le bevande prese in esame sono state di vario tipo: dalle classiche gassate e zuccherate ai tè freddi, dagli sport ed energy drink fino ai succhi di frutta. Questi ultimi, a loro volta, comprendevano succhi di arancia, di mela e di altri frutti al 100%.

Per confronto, i ricercatori hanno incluso anche i frutti veri e propri, e tra quelli quantificati vi erano le mele, le arance, le banane, i mango, l’uva, le pere, i meloni, le fragole e le pesche.

Per verificare il ruolo dei succhi e quello della frutta intera, si è calcolato l’effetto della sostituzione di una porzione di bevanda zuccherata o di succo con una di frutta intera o di latte o acqua, dove per latte si intende solo latte senza aromatizzazioni o cacao e con percentuali di grasso dell’1%, del 2%, oppure latte intero.

I risultati

Anche se si tratta solo di associazioni che, oltretutto, si basano su quanto riferito da ragazzi e genitori, il rapporto tra bevande dolci e rischio ipertensione sembra emergere con chiarezza da una serie di risultati:

  • chi consumava abitualmente due o più porzioni di bevande zuccherate al giorno, alla fine dell’indagine era risultato avere un rischio di sviluppare l’ipertensione più alto del 52% rispetto a chi ne consumava meno di tre porzioni a settimana;
  • tra i diversi tipi di bevande, ognuna di quelle zuccherate e i drink per lo sport in più al giorno era associata a un aumento, rispettivamente, del 23 e del 36%;
  • chi aveva bevuto 1,5 porzioni di succo di frutta al giorno aveva avuto un incremento del rischio del 35% rispetto a chi aveva riferito di berne meno di una alla settimana;
  • tra i diversi tipi di succhi di frutta, i ricercatori hanno associato solo il succo di arancia a un aumento del 20% del rischio, quelli di mela o di altro tipo no. Tuttavia, su questo dato ci sono dei dubbi, perché è possibile che si siano confusi gli autentici succhi al 100%, spremuti, con quelli con una base al gusto di arancia e zuccheri aggiunti, eventualità che cambierebbe le stime.
  • La sostituzione ha confermato indirettamente il ruolo delle bevande con fruttosio: se al posto di una bevanda zuccherata si assumeva una porzione di frutta intera, si vedeva una diminuzione del rischio di ipertensione del 22%, mentre se la frutta intera rimpiazzava una porzione giornaliera di succo il calo era del 19%.
  • La sostituzione di una bibita zuccherata con acqua o latte era associata a una diminuzione rispettivamente del 9% e del 13% del rischio, inoltre, sostituire il succo di frutta con la frutta intera lo riduce del 19%.
  • Tutti gli effetti emersi prescindevano da altri possibili fattori quali lo stile di vita, l’attività fisica o la qualità complessiva della dieta.

    Due bambine piccole bevono con le cannucce da un unico bicchiere di slushie multicolor; concept: glicerolo, additivi, coloranti
    A fare la differenza non è lo zucchero in sé, ma la matrice alimentare

Le abitudini nell’infanzia

Il quadro complessivo evidenza alcuni aspetti importanti, il primo dei quali è il ruolo cruciale delle abitudini fino dall’infanzia. Era già noto, per quanto riguarda l’ipertensione, che alcuni fattori di rischio iniziano a lavorare prima che si manifesti l’innalzamento della pressione, ma in questo caso a essere messi sotto accusa sono prodotti finora non considerati particolarmente pericolosi, da questo punto di vista, nei bambini e negli adolescenti, anzi, non di rado considerati salutari come gli sport drink e i succhi di frutta. Su questi ultimi, comunque, il giudizio è sospeso a causa della possibile confusione tra le tipologie: probabilmente quelli al 100% sono innocui, anche se è sempre meglio preferire la frutta intera e in ogni caso consumarne con moderazione.

C’è poi un dato specifico che riguarda il fruttosio, da tempo considerato particolarmente critico dal punto di vista cardiovascolare. I dati dimostrano che l’apporto totale di fruttosio nella dieta non è associato all’ipertensione: a fare la differenza non è lo zucchero in sé, ma la matrice alimentare. Il fruttosio assunto in forma liquida (tramite bibite e succhi) aumenta il rischio, mentre quello della frutta intera non è pericoloso grazie alla presenza delle fibre e alla struttura solida del cibo, che cambiano il modo in cui il corpo lo assorbe.

Sempre rispetto ai succhi, è opinione comune che facciano sempre bene: i risultati mostrano che non è così, e che è meglio preferire la frutta vera, o comunque consumarne pochi.

Infine, gli autori ricordano alcune delle indicazioni dell’American Heart Association per disincentivare il consumo di bevande zuccherate:

  • Introdurre tasse specifiche;
  • Migliorare gli standard delle mense scolastiche;
  • Potenziare le informazioni nei ristoranti.

© Riproduzione riservata. Foto: Depositphotos

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