Uno studio basato sull’intelligenza artificiale e condotto su oltre 20.000 pazienti rivela le reali differenze di efficacia, tempi e risposte individuali tra i principali farmaci agonisti del GLP-1.
I farmaci antiobesità (nati come antidiabete) della famiglia degli agonisti del recettore del Glucagon-like Peptide 1 o GLP-1 come il semaglutide e il tirzepatide sono ormai utilizzati da un numero crescente di persone in tutto il mondo, via via che i paesi ne autorizzano l’impiego e il rimborso. Dal punto di vista scientifico, non passa settimana senza che non siano pubblicati nuovi studi su ormai innumerevoli possibili benefici e diversi rischi, al punto che non è facile comprendere quanto tutto ciò sia alimentato dalla moda e da abilissime campagne di marketing e quanto sia realtà. Oltretutto, il numero delle molecole e delle formulazioni sta aumentando, e orientarsi in questo assalto informativo è complicato, per i non addetti ai lavori.
Ma, appunto, che cosa accade nella realtà? Qual è l’effetto sul peso sui pazienti reali, e non su quelli, sempre selezionati, omogenei e in buona salute, scelti per gli studi che hanno portato all’approvazione, o per altre ricerche su aspetti specifici? Se lo sono chiesto i ricercatori del Metabolism Agentic Intelligence Atlas (MAIA) di nference di Cambridge (Boston, Massachusetts), che hanno appena pubblicato su PNAS Nexus una delle casistiche più complete mai elaborate, circoscrivendo l’analisi alle due molecole più utilizzate, il tirzepatide (principio attivo, tra gli altri, di Mounjaro e Zepbound) e il semaglutide (Ozempic, Wegovy e Rybelsus) e servendosi di un sistema di intelligenza artificiale per analizzare meglio i numeri e gli andamenti.

II tirzepatide è meglio
Basandosi sui dati delle cartelle cliniche elettroniche, gli autori hanno selezionato le informazioni relative a oltre 10.300 pazienti per ciascuna delle due molecole, e si sono trovati di fronte a un panorama piuttosto variegato: la risposta, in termini di perdita di peso, nell’arco di due anni dall’inizio della terapia, va da pochi punti percentuali al 25%, in alcuni casi.
E’ possibile suddividere le persone in trattamento in cinque sottogruppi: gli altamente responsivi, che perdono il 15% di peso in un anno; coloro che hanno una risposta moderata e perdono tra il 5 e il 15%; quelli che sono destinati a riguadagnare il peso perso, che deve essere superiore al 5% sia nella fase di dimagrimento che in quella di riacquisto del peso; coloro che rispondono tardivamente, perdendo meno del 5% nel primo anno, ma più del 5% nel secondo e, infine, chi ha una risposta quasi trascurabile, con un calo ponderale inferiore al 5%.
La perdita di peso media è diversa dagli estremi, decisamente più bassa, e il tirzepatide vince, rispetto al semaglutide: con il primo è attorno al 14,7%, con il secondo si ferma al 10,8%. Inoltre, tra coloro che assumono il tirzepatide, la percentuale dei pazienti altamente responsivi è circa doppia rispetto a quanto accade tra chi si affida al semaglutide (42,6% versus 21,6%), e anche la velocità di perdita di peso mensile è risultata superiore, pari al 2,54% contro il 2,18%, mentre una risposta moderata è associata a un numero maggiore di pazienti in cura con semaglutide (https://www.eurekalert.org/multimedia/1134460).
Anche per quanto riguarda gli effetti collaterali più comuni quali la nausea, la diarrea, il vomito, il mal di testa e la stanchezza, il tirzepatide sembra migliore rispetto al semaglutide.
Mote differenze
Infine, sono emerse differenze legate al genere e al gruppo etnico di appartenenza: le donne e le persone caucasiche rispondono meglio a entrambi i farmaci, mentre gli uomini, gli ispanici e i neri più spesso rientrano tra chi non arriva neppure al 5% di calo ponderale. I motivi di queste differenze nella sensibilità sono ancora tutti da indagare, e sarà importante farlo perché spesso i tassi di obesità sono più elevati proprio in questi gruppi.
In generale, questi dati mostrano l’importanza di procedere a studi innovativi, che tengano conto delle differenze emerse e che forniscano elementi per piani di cura personalizzati: i farmaci GLP-1 non sono una panacea per chiunque, a volte non funzionano, e non sono a rischio zero.
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Giornalista scientifica


