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Gli ultimi studi confermano l’azione neuroprotettiva e i falsi miti sulla pressione.

Bere regolarmente quantità non eccessive di caffè (o tè) protegge il cervello dalla neurodegenerazione, e il caffè è anche associato a effetti positivi o, quantomeno, neutri sulla pressione del sangue, a meno che non si abbiano specifici fattori di rischio.

Prosegue la rivalutazione di una bevanda tra le più amate in tutto il mondo, consumata da più di seicento anni e oggi in quantità medie di due chili all’anno a persona. Lo ricordano due articoli pubblicati nelle ultime settimane sul sito The Conversation, nei quali si fa il punto su ciò che si è capito finora in base agli studi principali.

Caffè e demenza

Il primo è stato scritto da Eef Hogervorst, docente della Loughborough University, che ha ricordato uno degli studi più recenti e importanti, uscito su JAMA, condotto su oltre 131.000 tra infermieri e operatori sanitari maschi seguiti tutti per una media di 43 anni. L’8% dei partecipanti nel tempo ha sviluppato una demenza, ma coloro che avevano l’abitudine di consumare caffè sono risultati protetti: soprattutto tra chi aveva meno di 75 anni, 250-300 milligrammi di caffeina al giorno (equivalenti a due o tre tazze di caffè) sono risultati associati a una diminuzione del rischio di Alzheimer del 35%, mentre per quantità superiori i vantaggi sono sembrati attenuarsi.

Un effetto apparentemente contrario si è visto quando sono state analizzate le persone che erano passate al decaffeinato ma questo, secondo Hogervorst, dipende dal fatto che chi abbandona la caffeina di solito lo fa perché è sopraggiunta qualche condizione patologica che sconsiglia l’assunzione di caffè: si tratterebbe quindi di una conseguenza indiretta.

La neuroprotezione, peraltro, era emersa anche in una metanalisi del 2024 che aveva preso in esame 38 studi per un totale di oltre 750.000 persone coinvolte: anche in quel caso, un consumo moderato era risultato associato a una diminuzione del rischio compresa tra il sei e il 16%.

Caffè macinato in filtro moka e macchina per il caffè, con grani sparsi
I benefici del caffè sono evidenti fino a un massimo di due o tre tazze quotidiane

Come funziona?

Il meccanismo dell’effetto sulle cellule nervose sembra abbastanza chiaro: la caffeina blocca i recettori dell’adenosina, neurotrasmettitore che, a sua volta, ne rallenta e inibisce due fondamentali per la trasmissione degli impulsi nervosi, la dopamina e l’acetilcolina. Bloccando i recettori dell’adenosina, queste ultime sono più disponibili ed efficaci, e l’invecchiamento rallenta. Inoltre il caffè contiene antiossidanti che, a loro volta, proteggono e tengono a bada la pressione del sangue (come vedremo oltre), altro fattore di rischio per le demenze.

L’effetto protettivo riguarda anche il tè, ma i dati statistici su larga scala si concentrano sul caffè, sia per le abitudini di consumo occidentali, sia perché le ricerche tendono a non separare i dati delle due bevande.

I benefici sono evidenti fino a un massimo di due o tre tazze quotidiane, soglia oltre la quale gli effetti positivi svaniscono. Certo, la ‘tazza’ è un’unità di misura grossolana — poiché i metodi di preparazione e i volumi variano moltissimo — ma traccia una linea guida chiara. Probabilmente, scrive ancora l’esperta, ciò dipende dalla cosiddetta legge Yerkes-Dodson, formulato già nel 1908, secondo il quale una stimolazione eccessiva del sistema nervoso conduce a un declino cognitivo, perché è associata ad ansia, deprivazione di sonno, ipervigilanza, stress: tutti fattori di rischio per le patologie neurodegenerative.

Cuore e caffeina

Il secondo articolo, scritto da Clare Collins, nutrizionista dell’Università di Newcastle, in Inghilterra, cerca di fare un po’ di chiarezza sugli effetti sul cuore e il sistema cardiovascolare, che nel sentire comune risentirebbero dell’assunzione di caffeina. La realtà, però, è un po’ diversa, anche se uno degli effetti acuti è sicuramente un rialzo pressorio dato dalla stimolazione del muscolo cardiaco (che può generare brevi aritmie) e dal restringimento dei vasi (dato dall’effetto sulle ghiandole surrenali, che secernono più adrenalina), soprattutto per chi non è un bevitore abituale o chi già soffre di pressione alta. A seconda degli studi, gli aumenti vanno da pochi millimetri a più di dieci di mercurio (mmHg).

Tuttavia, altre ricerche molto ampie, condotte su centinaia di migliaia di persone, tra le quali una metanalisi su 13 studi che hanno coinvolto oltre 315.000 soggetti, non hanno trovato prove del fatto che il caffè provochi ipertensione, cioè contribuisca a instaurare una condizione di pressione stabilmente troppo alta. Al contrario, grazie agli antiossidanti, benefici per i vasi, il caffè può avere un effetto positivo, e per questo è meglio consumarne in dosi moderate piuttosto che rinunciarvi del tutto.

Di solito il picco di caffeina si raggiunge tra trenta minuti e due ore dall’assunzione e il tempo di dimezzamento è di tre-sei ore, a seconda anche dell’età, del patrimonio genetico e dell’abitudine a bere o meno caffè. Chi è abituato a bere caffè, inoltre, elimina la caffeina in modo più efficiente.

Non solo caffeina

E poi si devono considerare le altre sostanze contenute nel caffè, sottolinea Collins. Tra quelle che hanno effetti positivi sul cuore vi sono per esempio le melanoidine, che contribuiscono a regolare i fluidi e gli enzimi coinvolti nella regolazione della pressione, e l’acido chinoidinico, associato a un abbassamento della pressione.

Diversa è la situazione in chi soffre di pressione alta o molto alta (con valori di minima di cento o più mmHg e di massima di 160 mmHg o più). Come ha dimostrato uno studio su 18.000 persone seguite per più di 18 anni, in quel caso il rischio di morire per un ictus o un infarto è risultato doppio tra chi beveva due-tre tazze di caffè al giorno. Ma nella stessa indagine chi aveva una pressione entro i limiti o appena al di sopra non correva alcun pericolo.

La conclusione di Collins è che in condizioni normali non ci sono motivi per rinunciare al caffè. A patto di conoscere l’andamento medio della propria pressione e il contenuto di caffeina di ciò che si assume.

© Riproduzione riservata – Foto: Depositphotos

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