Piatto di cosce di rana con fette di limone, attorno erbe aromatiche e teste d'aglio; concept: rane

Dietro cosce di rana e piatti della tradizione si nasconde una filiera globale poco trasparente, con impatti su ambiente, biodiversità e benessere animale.

Le rane fanno parte della nostra tradizione gastronomica, particolarmente in Italia settentrionale. Ma da dove arrivano quelle che vengono servite nei ristoranti, in occasione delle sagre destinate a questo prodotto, oppure si trovano surgelate in alcuni supermercati?

La situazione non è semplice da capire. Dagli anni ’80, la Convenzione di Berna sulla conservazione della vita selvatica e degli habitat naturali protegge questi animali in Italia e in Europa, limitando la cattura e l’allevamento delle specie locali. In Italia la raccolta di rane selvatiche è permessa in quantità limitate, solo in periodi predeterminati, e non è prevista la commercializzazione, anche se alcune regioni autorizzano la creazione di piccoli allevamenti amatoriali.

Le importazioni di rane

Le rane che si trovano sul mercato dunque arrivano principalmente dall’estero, anche se il nostro Paese è un forte consumatore di questo prodotto. L’UE è il più grande importatore mondiale di cosce di rana, con una stima che supera le 4mila tonnellate l’anno: secondo i dati di EUROSTAT 2020, il principale importatore è il Belgio che arriva quasi al 70% del totaleanche se l’80 per cento del quantitativo è poi riesportato – seguito da Francia, Paesi Bassi e Italia (4,3%). Le rane importate arrivano da Albania e Turchia, ma in quantità sempre maggiore anche dall’Asia, in particolare dall’Indonesia che è ora il colosso mondiale dell’esportazione di rane, anche se la maggioranza del loro prodotto arriva in Italia già sotto forma di cosce surgelate.

I rischi per l’ambiente

Si tratta comunque di un commercio che ha un impatto pesante sia dal punto di vista ambientale – anche se le rane utilizzate per il consumo umano sono solo una piccola parte delle specie anfibie esistenti – che da quello del benessere animale, come emerge da una serie di studi recenti. Già nel 2023, un articolo apparso su Nature Conservation segnalava diversi problemi, a partire dal rischio che le catture indiscriminate portino all’estinzione di specie che svolgono un ruolo importante per l’ecosistema.

Rana velenosa rossa e blu della foresta pluviale amazzonica
Il commercio delle rane comporta il rischio che catture indiscriminate portino all’estinzione di specie importanti per l’ecosistema

“Le rane, come del resto tutti gli esseri viventi, sono dei regolatori dell’ecosistema, e funzionano allo stesso tempo come preda e come predatori nei confronti di insetti e piccoli invertebrati, – spiega Gianluca Zuffi di Hydrosynergy, società spin-off dell’Università di Bologna che si occupa di conservazione di ambienti di acqua dolce. – E oltretutto, come altri anfibi sono particolarmente sensibili all’inquinamento perché la loro riproduzione avviene in acqua dove uova e girini sono esposti a eventuali contaminanti, e anche nell’individuo adulto la pelle è particolarmente permeabile e delicata”. Non tutte le specie sono egualmente a rischio: il problema, come evidenziano vari studi, è che spesso le specie non sono correttamente identificate sulle etichette, in particolare quando a essere commercializzate sono solo parti dell’animale come le cosce. Tanto che l’articolo apparso su Nature Conservation invita le istituzioni europee ad attrezzarsi per eseguire verifiche più efficaci.

Benessere delle rane trascurato

Ma il problema riguarda anche il benessere degli animali, in particolare di quelli raccolti e allevati al di fuori dell’Unione Europea. In teoria le rane dovrebbero essere stordite tramite raffreddamento o somministrazione di una scossa elettrica prima di essere decapitate, anche se alcune fonti indicano come non sia ancora certo, dal punto di vista scientifico, fino a che punto queste misure siano efficaci per evitare sofferenze. Inoltre varie testimonianze e un’indagine condotta da PETA Asia indicano che in molti casi gli animali sono ammucchiati in sacchi e lasciati soffocare, o anche scuoiati o mutilati mentre sono ancora vivi. 

Altri problemi riguardano le rane importate vive, tra le quali, secondo alcune fonti, la mortalità arriverebbe al 45%. E questo anche se l’importazione di rane vive in Italia da Paesi extra-UE deve avvenire esclusivamente attraverso punti di ingresso autorizzati (Posti di Controllo Frontaliero – PCF), dove i veterinari del Ministero della Salute effettuano controlli documentali e sanitari.

I produttori italiani

Abbiamo provato a contattare i responsabili di Fish&Frog, l’unica azienda italiana autorizzata a importare rane vive che però non hanno voluto rilasciare dichiarazioni. L’azienda, che ha da poco compiuto i 50 anni di attività, è considerata la maggiore esportatrice di rane d’Europa con oltre 200mila kg lavorati all’anno. Il prodotto è catturato allo stato brado in diversi Paesi europei, importato vivo a Ravenna dove viene verificato, macellato e posizionato sul mercato, fresco o congelato. Queste rane sono destinate al mercato all’ingrosso, alla ristorazione e alle sagre: si tratta di animali interi, ma anche cosce o medaglioni in varie pezzature, provenienti soprattutto da Albania e Turchia, ma anche dall’Indonesia.

Una rana toro su un tronco
Tra i problemi c’è anche la diffusione di specie alloctone cui contribuiscono le importazioni di rane vive: in particolare la rana toro

Esistono forse anche altri produttori, ma è difficile individuarli, e al momento probabilmente si tratta soprattutto di agriturismi che raccolgono rane per il loro ristorante. “I problemi per chi vuole dedicarsi a questo settore sono sostanzialmente tre – spiega Carlo Maritano titolare di Agri 2000, un’azienda attualmente non attiva nata nelle aree protette del Po piemontese per la commercializzazione delle rane –la burocrazia farraginosa e poco chiara, le pratiche agricole che hanno portato alla scomparsa degli ambienti in cui le rane prosperavano e la presenza di predatori non autoctoni  Questi animali sono molto adattabili ma hanno bisogno di un ambiente consono”.

Le specie alloctone

Tra i problemi c’è anche la diffusione di specie alloctone cui le importazioni di rane vive contribuiscono sicuramente: in particolare la rana toro di origine americana che è stabilita in diverse regioni dopo essere stata introdotta in Italia negli anni ’30 a scopo alimentare. “Si tratta di una specie più grande e vorace delle rane europee che si è evoluta per vivere in un ambiente diverso e da noi si sta diffondendo a danno delle specie autoctone, come è avvenuto per altre specie acquatiche come i gamberi rossi della Louisiana o il pesce siluro, – spiega Zuffi, – un fenomeno che può favorire anche la diffusione di patogeni che colpiscono le specie autoctone”. 

Ma il problema non riguarda solo la rana toro: già una tesi di dottorato discussa nel 2013 presso l’Università di Roma ha messo in relazione l’introduzione di specie alloctone (‘rane verdi’ europee del genere Pelophylax) con le importazioni di rane vive. Lo studio individua, tra i possibili punti di ingresso, anche un impianto di lavorazione da cui sono stati prelevati esemplari per analisi genetiche.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, iStock

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