Dalla Francia arriva il primo studio choc: dolori cronici, disturbi psicologici e infortuni non denunciati. Ecco il lato oscuro della nostra comodità.
Ancora una volta scriviamo di rider, ma cambiando prospettiva: invece di concentrarci sulle condizioni lavorative e sul ruolo dell’algoritmo, ci focalizziamo sulla salute fisica e mentale dei ciclofattorino. Mentre è oramai abitudine usare le piattaforme di food delivery per ordinare cibo da ricevere direttamente a casa o sul posto di lavoro, sempre più lavoratori manifestano sintomi di insofferenza che spaziano dai dolori muscolari alle difficoltà emotive. Sebbene il prezzo della nostra comodità sia già alto, è lecito pensare che il fenomeno sia sottostimato poiché la denuncia di infortunio non si è ancora stabilita come prassi ordinaria.
Lo studio francese
Per comprendere gli effetti dei rischi sulla salute dei rider nelle città di Parigi e di Bordeaux il monitoraggio scientifico ha iniziato a mappare le traiettorie dei ciclofattorini, superando la fase delle testimonianze frammentate per approdare a dati strutturati. È in questo solco che si inserisce il progetto SANTE-COURSE – che ha coinvolto 1.004 ciclofattorini di varie piattaforme digitali. Il campione interessato presenta queste caratteristiche: non ha un contratto di lavoro dipendente, è nella quasi totalità (98,8%) uomo, ha meno di 35 anni (81,4%), è nato all’estero (98,7%) e nel 64,4% è senza permesso di soggiorno. Queste percentuali sono sufficienti per restituirci un profilo tipo: verosimilmente chi ha questo impiego è un giovane che si trova in una posizione sociale ed economica precaria, insicurezza che spinge a fare in media 413 consegne al mese e a macinare chilometri di strada in sella alla propria bicicletta.

Il report francese riporta solo i dati sulle distanze percorse dai corrieri di Uber Eats, l’unica piattaforma che restituisce tale parametro: in media i ciclofattorini percorrono 833 km al mese, ciò significa che in 30 giorni viene coperta una volta e mezza la distanza tra le stesse città di Parigi e Bordeaux. Sostenere questi ritmi vuol dire anche lavorare in media 63 ore settimanali e correre il rischio di essere coinvolti in incidenti. Il 58,7% dei corrieri intervistati, infatti, ha già subito almeno un infortunio durante l’orario di lavoro.
Lo stato di salute
I ciclofattorini stanno peggio rispetto al resto della popolazione francese e la loro condizione di salute è peggiorato da quando hanno iniziato l’attività di consegna. Tra i disturbi più comuni ci sono quelli muscolo-scheletrici che colpiscono muscoli, articolazioni, tendini, legamenti o ossa. Accanto a questi fenomeni, un terzo dei rider intervistati ha dichiarato di soffrire di problemi genito-urinari: l’uso intensivo della bicicletta e l’impossibilità di urinare quando se ne sente il bisogno possono causare dolori che, talvolta, si trasformano in una vera e propria sindrome.
Il quadro è però ancora più preoccupante se si pensa al basso ricorso alle cure e alla frequente pratica di automedicarsi. Il 32% dei rider sentiti dallo studio francese non dispone, difatti, di alcuna copertura sanitaria e un terzo ha dichiarato di aver rinunciato alle cure mediche negli ultimi 12 mesi, una scelta dettata sia dalla mancanza di mezzi finanziari, sia dall’assenza di un permesso di soggiorno.
Oltre a quella fisica, a essere compromessa è anche la salute mentale, in particolare quella dei lavoratori precari. Il 44-45% dei ciclofattorini del progetto SANTE-COURSE sta in una situazione di disagio psicologico da moderato a grave. Le difficoltà psicologiche si trasformano talvolta in disturbi psico-somatici, in particolare in mal di pancia, perdita di appetito e vertigini.
Rider in Italia
Sebbene in Italia non sia ancora si sia ancora fatto uno studio così capillare sulle condizioni di salute dei rider, i numeri a nostra disposizione non sono molto tranquillizzanti. Secondo i dati INAIL, nel triennio 2021-2023 sono stati denunciati 1.364 infortuni sul lavoro, tra cui sette mortali. Secondo la CGIL questi dati sono però sottostimati. Negli stessi anni sui media sono state pubblicate 12 notizie di rider che hanno perso la vita durante il lavoro (nel 2024 sono stati sette), cioè un numero sensibilmente maggiore.
Inoltre, dall’osservatorio permanente del sindacato emerge che il 60% di chi subisce un infortunio non lo dichiara e non lo denuncia all’INAIL. Ciò significa che lo scenario nazionale è di gran lunga peggiore rispetto a quello riportato dalle statistiche ufficiali. In generale, quello che emerge è una cultura della sicurezza lavorativa molto limitata: seppur la maggior parte dei ciclofattorini dichiari di aver partecipato a un qualche corso sulla salute e sulla sicurezza al momento dell’ingaggio, spesso si tratta di percorsi online costituiti da slide o video di pochi minuti non sempre nella lingua madre.
È notizia dello scorso 19 aprile il ritrovamento di un rider di 32 anni sulle colline di Torino, accanto alla sua bici. Si chiamava Adnan Salah Elsaed ed era uno dei tanti che, pressato dalla logica dell’algoritmo, consegnava pasti attraversando strade tortuose o trafficate o buie tanto sotto la pioggia, quanto sotto la neve o sotto il sole di mezzogiorno. Le condizioni di vita di molti ciclofattorini fanno sì che siano accettate clausole lavorative non dignitose, ma è anche la complicità di chi è solito ordinare attraverso le piattaforme di food delivery ad alimentare tale sistema.
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