pollo

Stop ai polli a crescita rapida entro il 2027: la Norvegia cambia modello puntando su razze più sane e meno intensive, dimostrando che il benessere animale può andare di pari passo con la sostenibilità economica.

In Norvegia, entro il 31 dicembre 2027 non ci saranno più allevamenti intensivi di polli dal petto enorme che faticano a camminare e vengono macellati dopo 35-42 giorni. Non si tratta di una scelta di nicchia: l’accordo tra il colosso Nortura SA e l’associazione KLF coinvolge oltre 70 milioni di polli l’anno.

Il fallimento del modello a crescita rapida

Si mette così fine al paradosso dei polli convenzionali, ormai diventati macchine biologiche capaci di raggiungere i 2,5 kg in meno di 42 giorni, in allevamenti dove il benessere animale è un lontano ricordo. Allevamenti dove la zoppia interessa il 30-40% dei capi e dove il collasso fisiologico dovuto a cuore e polmoni che non riescono a stare dietro a un corpo che cresce troppo in fretta sono il ‘prezzo’ di una genetica spinta all’estremo. Il passaggio a razze come Hubbard JA787 e Ranger allunga il ciclo di vita del 41% (fino a 63 giorni) e si traduce in una salute migliore del 63% e in una maggiore resilienza durante il trasporto (mortalità ridotta dell’80%).

Polli allevamento
In Norvegia, entro il 31 dicembre 2027 non ci saranno più allevamenti intensivi di polli a crescita rapida

L’efficienza del “meno ma meglio”

L’esperienza dell’azienda Norsk Kylling (letteralmente “pollo norvegese”) dimostra che è possibile produrre la stessa quantità di carne allevando 3,9 milioni di volatili in meno all’anno. Allevare meno capi ma più sani significa generare meno emissioni di ammoniaca e meno sprechi in fase di macellazione. Nonostante i costi dei mangimi siano superiori del 10-15% (per il ciclo di vita più lungo), il sistema regge grazie al crollo delle spese veterinarie e al premio di prezzo (10-15% in più) che il mercato è disposto a pagare per il marchio Velferdsgodkjent (‘benessere certificato’).

A differenza di altri mercati (come quello italiano, dove la transizione è ancora frammentata), il governo norvegese ha scelto la via dell’autoregolamentazione assistita: mettendo a disposizione degli allevatori 42 milioni di euro per il cambio di strutture e genetiche. Inoltre, l’integrazione del sistema Respeggt (sessaggio in ovo) permette di eliminare l’abbattimento dei pulcini maschi nella filiera delle galline ovaiole, chiudendo il cerchio così entro il 2027. La Norvegia non sta solo cambiando razza di polli; sta testando un nuovo modello di business dove il benessere animale non è un ‘costo’, ma un parametro di efficienza produttiva. I dati norvegesi offrono oggi all’Europa e al Regno Unito la prova che una transizione sistemica è non solo eticamente necessaria, ma economicamente sostenibile.

La nota dolente: il contrasto con la realtà italiana

Il panorama italiano appare completamente diverso, essendo ancorato a logiche produttivistiche estreme. Nel nostro Paese, il Ross 308 — prototipo del broiler a crescita rapida — rimane la razza del 95% dei polli di Aia, Amadori e Fileni

Le conseguenze di questa scelta sono visibili e documentate: bruciature alle zampe a causa del peso eccessivo e del tempo passato immobili su lettiere spesso umide, lesioni ulcerative e bruciature ai garretti. Anche le strisce bianche che vediamo nel petto di pollo al supermercato non sono altro che una miopatia. Il muscolo, crescendo troppo velocemente, subisce una degenerazione delle fibre che vengono sostituite da grasso e tessuto connettivo, peggiorando la qualità nutrizionale. Tutti elementi che portano a tassi di mortalità che i nuovi standard norvegesi considererebbero inaccettabili.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos

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