Dottoressa tiene tra le mani a forma di cuore una mela verde; concept: nutrizionista, dietista, medica, medici

Un nuovo studio della Wake Forest University rivela un legame diretto tra il consumo di cibi industriali e l’aumento di eventi cardiovascolari, con un impatto sproporzionato sulle minoranze etniche.

Un consumo elevato di alimenti ultra processati danneggia seriamente il cuore. E lo fa non solo perché di solito è associato a un eccesso di calorie, e quindi a un aumento del rischio di obesità, ma anche perché i cibi industriali, in modi ancora da definire, hanno effetti negativi diretti sui vasi e sul muscolo cardiaco. Oltretutto, le conseguenze ricadono soprattutto su alcuni gruppi etnici più svantaggiati, sui quali si accanisce anche la pubblicità, ben conscia della vulnerabilità delle persone con meno mezzi socioeconomici a disposizione.

Lo studio sulle minoranze

La maggior parte degli studi di questo tipo ha avuto come oggetto persone caucasiche o non ha differenziato tra gruppi etnici, nonostante sia noto da tempo che, in paesi come gli USA, a essere maggiormente colpite sono proprio le minoranze come gli afroamericani o gli ispanici. Anche per questo i ricercatori della Wake Forest University di Winston-Salem, in North Carolina, hanno voluto utilizzare i dati di 6.800 persone che avevano preso parte a un’indagine chiamata Multi-Ethnic Study of Atherosclerosis (MESA), e che al momento dell’arruolamento non avevano alcun problema cardiaco e avevano un’età compresa tra i 45 e gli 84 anni.

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La combinazione di additivi, zuccheri, sale e grassi innesca un’infiammazione generalizzata

Come riportato sul Journal of The American College of Cardiology, tutti avevano tenuto un diario su cui annotavano ciò che consumavano, e che è stato poi classificato in base alla denominazione NOVA, che prevede quattro categorie di processamento. Parallelamente, di tutti erano disponibili i dati clinici e, in particolare, quelli relativi al cuore: tra quelli analizzati c’erano gli infarti non mortali, gli arresti cardiaci che avevano richiesto una rianimazione, i decessi provocati da un evento cardiovascolare, gli ictus maggiori e i decessi derivanti da un ictus.

Troppi ultra processati

Il risultato è che coloro che rientravano nel quintile di consumo più elevato, e cioè che, in media, mangiavano 9,3 porzioni di ultra processati al giorno, avevano un rischio di avere uno di quegli eventi cardiovascolari superiore del 67% rispetto a chi ricadeva nel quintile più basso, e cioè mangiava 1,1 porzione di ultra processati al giorno.

In generale, per ogni porzione in più al giorno il rischio cresceva in media del 5,1%, un numero che però livellava i due estremi, e cioè il +6,1% degli afroamericani e il +3,2% per gli individui non neri. Da notare che l’incremento si vede anche dopo che si introducono tutti i più comuni fattori correttivi relativi alla presenza di altre patologie come il diabete, e a prescindere dalla qualità generale della dieta, fatto che suggerisce che gli ultra processati contengano qualcosa di molto negativo (e specifico) per il cuore.

Secondo gli autori, probabilmente la combinazione di additivi, zuccheri, sale e grassi innesca uno stato infiammatorio generalizzato e favorisce l’accumulo del grasso viscerale e l’aumento di peso, tutti fattori di rischio ben noti.

Cosa fare

Poiché la pubblicità e il marketing prendono di mira proprio questo tipo di fasce di popolazione, l’American College of Cardiology raccomanda a tutti di leggere le etichette, che possono aiutare a capire che si è in presenza di un alimento non sano. Nel 2025 ha pubblicato (https://www.jacc.org/doi/10.1016/j.jacc.2025.11.003) anche una presa di posizione affinché fossero introdotte norme universali per un’etichettatura semplice, comprensibile e completa, confrontando anche i diversi tipi oggi in uso nel mondo, come si può vedere nella grafica del lavoro: probabilmente farebbe una certa differenza. Ma l’appello, finora, è caduto nel vuoto.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos

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