L’agricoltura moderna eredita mezzi e logiche dai conflitti mondiali, trasformandoli in campi di battaglia chimici. Serve una nuova alleanza con l’ambiente
L’agricoltura industriale, oggi dominante sul pianeta, nasce dalle ceneri della Prima guerra mondiale, ereditandone la logica: individuare un nemico da sconfiggere e sottomettere, talvolta soltanto per la sete di potere o la conquista di territori, talvolta per ideologia. In questo spirito, l’Homo sapiens ha abbandonato pratiche agrarie tradizionali, armoniche con i ritmi della terra, sostituendole con tecniche industriali che hanno spezzato l’equilibrio ecologico: monocolture, arature profonde, irrigazioni intensive, uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti di sintesi. Così la terra è diventata un campo di battaglia.
L’impiego di strumenti, come trattori paragonabili a carri armati, pompe che prosciugano le falde, concimi potenzialmente esplosivi, ha trasformato l’agricoltura in un sistema che consuma enormi quantità di energia. In Italia, l’energia impiegata nei campi equivale al 2% del consumo nazionale. Eppure il rendimento è paradossale: l’agricoltura industriale restituisce con gli alimenti non più del 15% dell’energia investita, mentre quella tradizionale ne restituiva fino a venti volte di più grazie alla fotosintesi che trasforma l’energia del sole in energia chimica.
Gli effetti negativi sono evidenti: alterazione dei cicli naturali, erosione dei suoli, perdita di biodiversità e del patrimonio genetico dei semi, deforestazione. La Terra è ridotta così a un ‘fondo’ da sfruttare, per dirla con Martin Heidegger, uno dei primi filosofi a denunciare l’ideologia utilitaristica della tecnica moderna.
I prodotti chimici bellici si ‘riciclano’ in agricoltura
La logica bellica ha portato nei campi sostanze nate come armi. Alcune, come gli organocloruri (tra cui il DDT), sono state vietate quando i loro effetti tossici sono diventati innegabili. Altre, come i nitrati, gli organofosfati, e il 2,4 D, continuano a circolare nonostante rischi documentati per la salute dell’ambiente e di tutti gli esseri viventi.

I nitrati: da esplosivi a fertilizzanti
Prodotti con il processo Haber‑Bosch e utilizzati dalla Germania per fabbricare gli esplosivi della Prima guerra mondiale, nel dopoguerra furono riconvertiti a concimi. Da allora il loro impiegato è cresciuto senza sosta. In Italia se ne utilizzano circa 300 mila tonnellate l’anno.
Consentono rese più alte rispetto ai concimi naturali dell’agricoltura tradizionale, ma a costi ambientali molto elevati: alterano il ciclo dell’azoto, inquinano acque e suoli, rilasciano protossido di azoto, un potente gas serra. Peggiorano anche la qualità degli alimenti e possono nuocere alla nostra salute, tanto che l’EFSA ha fissato limiti specifici per alcune verdure che tendono ad accumularli1.
Per di più, il nitrato di ammonio, legalmente acquistabile come fertilizzante, è stato utilizzato in attentati come quello di Oklahoma City del 1995, e solo qualche decennio fa si è intervenuti con leggi che ne regolano più severamente vendita e tracciabilità.
Gli organofosfati: dai gas nervini agli insetticidi
Nati come gas nervini negli anni Trenta, non furono impiegati nella Seconda guerra mondiale, ma lo furono in conflitti successivi e in atti di terrorismo, come l’attacco con Sarin nella metropolitana di Tokyo nel 1995. Nel dopoguerra ne furono sviluppate versioni meno tossiche e introdotte in agricoltura come insetticidi. Gran parte di queste sostanze è oggi vietata perché tuttavia si sono rivelate molto tossiche. Alcune, però, continuano a essere utilizzate perché considerato il male minore rispetto ai danni provocati dalle infestazioni.

Il 2,4 D: da defogliante bellico a diserbante
Componente dell’Agent Orange usato come defogliante nella guerra del Vietnam, è stato poi commercializzato come erbicida selettivo. Il suo impiego comporta rischi ambientali, come la contaminazione delle acque e la riduzione della biodiversità, e sanitari, soprattutto in caso di esposizione cronica.
La crisi ecologica e la responsabilità dell’agricoltura industriale
Per produrre sempre più cibo stiamo spingendo gli ecosistemi oltre la loro capacità di rigenerazione. È un paradosso: per nutrirci danneggiamo la rete vivente che ci sostiene. Da tempo voci autorevoli, dalla scienziata Rachel Carson, autrice del commovente Primavera silenziosa, alla fisica e ambientalista Vandana Shiva, fino a pensatori, come Aldo Leopold e Bruno Latour, denunciano la violenza dell’agricoltura industriale contro la natura. E, se avesse ragione Spinoza, che identificava Natura e Dio, questa violenza assumerebbe i tratti del sacrilegio. A peggiorare il quadro contribuiscono oggi leader politici che negano il cambiamento climatico e promuovono uno sfruttamento sempre più intensivo delle risorse fossili.
Il cambiamento avanza, anche se a piccoli passi
Dopo decenni di sostegno alla ‘modernizzazione’ agricola basata sulla chimica di sintesi e sulle monoculture, la FAO sta cambiando direzione. Le sue raccomandazioni più recenti promuovono pratiche sostenibili che riducano l’uso dei pesticidi, rigenerino i suoli e tutelino la biodiversità, pratiche, queste, radicate nella agricoltura tradizionale e oggi perfezionate grazie alla ricerca scientifica. E l’UE, dal canto suo, ha regolamentato l’agricoltura biologica, che oggi copre l’11% della superficie agricola, con l’obiettivo ambizioso di arrivare al 25% entro il 2030, come previsto dal piano europeo Farm to Fork, che mira a rendere l’intero sistema alimentare più sostenibile.
La nostra alleanza con la natura
Per l’industria chimica, l’agricoltura industriale rappresenta un progresso sociale perché garantisce la ‘sovranità alimentare’. Ma filosofi come lo stesso Heidegger e Hans Jonas, padre dell’etica ecologica, ricordano che il progresso tecnico senza responsabilità è immorale. Papa Giovanni ribadiva che non esiste vero progresso senza crescita morale. La crisi ecologica che stiamo vivendo ci impone di abbandonare la guerra silenziosa intrapresa contro la Terra e di stringere un’alleanza con la natura, perché la nostra sopravvivenza dipende dalla sua salute.

Questo cambiamento coinvolge governi, imprese, agricoltori, ma anche tutti noi in quanto consumatori. Wendell Berry, poeta-agricoltore e filosofo della terra, ricorda che “mangiare è un atto agricolo”, e Carlo Petrini, cui dobbiamo la nascita di Slow Food, sottolinea che ogni scelta alimentare orienta i modelli produttivi.
Diventiamo alleati della Natura, agendo su livelli:
- economico: ogni euro speso per il cibo orienta la domanda e rafforza un modello agricolo;
- politico: associazioni e reti civiche, possono influenzare le istituzioni e contrastare il peso della ‘chimica potente’;
- etico: ogni scelta alimentare definisce la qualità della nostra relazione con la Terra.
Un ammonimento di Jonas: “Agisci in modo che le conseguenze delle tue azioni siano compatibili con la permanenza di una vita autenticamente umana sulla Terra.” È un appello che siamo chiamati a raccogliere, se vogliamo essere ricordati come buoni antenati dalle future generazioni.
Decalogo per diventare alleati della natura
1. Scegli cibo prodotto rispettando la Terra
Come: privilegia cibo biologico o biodinamico, locale, stagionale.
Perché: ogni acquisto sostiene un modello agricolo.
Nota: per i prodotti biologici è auspicabile una riduzione dei prezzi, che potrà arrivare grazie a politiche adeguate e a una maggiore disponibilità sul mercato. Consumare bio dovrebbe essere un diritto di tutti.
2. Riduci gli sprechi alimentari
Come: pianifica pasti e spesa, conserva bene gli alimenti, riutilizza gli avanzi, compra solo ciò che ti serve davvero.
Perché: sprecare cibo significa consumare inutilmente acqua, suolo ed energia.
3. Sostieni gli agricoltori che custodiscono i suoli
Come: compra nei mercatini contadini, tramite i GAS (gruppi di acquisto solidale), da aziende biologiche, biodinamiche o comunque attente all’ecosostenibilità.
Perché: eviti il degrado dell’ambiente e del paesaggio rurale.
4. Limita il consumo di carne industriale
Come: riduci le quantità, scegli carne da allevamenti estensivi, biologici, o biodinamici, aumenta il consumo di proteine vegetali.
Perché: gli allevamenti intensivi non rispettano gli animali e pesano sul clima.
5. Evita i prodotti ultra processati
Come: riduci fast food, snack e bevande; preferisci alimenti freschi o minimamente trasformati.
Perché: non sono salutari e richiedono filiere lunghe, ad alto consumo di energia, dipendono di norma da monocolture intensive.
6. Partecipa alla vita civica
Come: sostieni associazioni, firma petizioni, dialoga con le istituzioni.
Perché: le politiche ambientali nascono anche dal basso: servono cittadini attivi, non spettatori.
7. Premia la trasparenza
Come: scegli aziende che dichiarano in modo chiaro e verificabile filiere e impatti.
Perché: la trasparenza frena il greenwashing.
8. Informati e fai informazione
Come: segui fonti affidabili e piattaforme di divulgazione seria.
Perché: la consapevolezza nasce da una corretta informazione.
9. Non lasciarti irretire dalla pubblicità
Come: riduci l’esposizione ai messaggi pubblicitari, soprattutto televisivi, e evita di leggere cosiddetti ‘articoli redazionali’ pubblicati sulla carta stampata, che in realtà non sono altro che pubblicità camuffata da articolo.
Perché: la pubblicità apparentemente informa, in realtà, imbonisce.
10. Sostiene questo giornale
Come: leggilo, diffondilo, contribuisci con commenti agli articoli.
Perché: è un osservatorio indipendente che tutela i consumatori, controllando la sicurezza degli alimenti, smascherando pratiche ingannevoli e seguendo le politiche che regolano produzione e commercio del cibo.
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medico e agronomo, già docente del corso Qualità degli alimenti e salute del consumatore all’Università di Padova
interessante, ma per capire la dinamica della produzione agricola e dei consumi occorre anche rappresentare due elementi numerici:
– la resa di produzione per superficie agricola (resa unitaria)
– il costo di produzione totale per prodotto (€/kg)