Il 17 dicembre 2025 sono state depositate le motivazioni della sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Vicenza che lo scorso 26 giugno ha condannato a 141 anni di carcere 11 dei 15 manager della Miteni, ritenuti responsabili della maggiore contaminazione al mondo di PFAS. Secondo i giudici, la Miteni – stabilimento chimico di Trissino che per 50 anni ha prodotto PFAS, tra cui PFOA e PFOS – sapeva di inquinare le acque del torrente Poscola almeno fin dal 2009, ma anche dopo l’allarme lanciato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) nel 2013 ha continuato a farlo.
Scrivono i giudici: “Il diritto ambientale della prevenzione e della tutela non si esaurisce con la disciplina sulle bonifiche, ma è molto più articolato e completo, in quanto per le sostanze non normate vieta tassativamente la loro immissione significativa e misurabile nell’ambiente dove prima queste non c’erano e ne impone la drastica o totale rimozione”. Per la corte, dunque, la Miteni, pur consapevole dei danni ambientali che la sua produzione stava arrecando, decide di non intervenire sul problema dell’inquinamento perché ciò avrebbe comportato costi che avrebbero inciso pesantemente sul bilancio.

Breve storia della Miteni
La Miteni nasce nel 1968 a Trissino (Vicenza) con il nome di RiMAr e diventa Miteni nel 1988 quando è rilevata da EniChem, la divisione petrolchimica di ENI, e dall’azienda giapponese Mitsubishi. Quest’ultima diventa l’unica proprietaria dal 1996 al 2009, anno in cui vende l’intera proprietà alla società lussemburghese International Chemical Investors Group (ICIG) alla cifra simbolica di 1 €.
Negli anni tra il 2011 e il 2014, l’azienda passa dalla produzione dei PFAS di vecchia generazione a quelli di nuova generazione, GenX e C6O4, e lo fa quando è a conoscenza del fatto che il sito è già gravemente compromesso. Nel frattempo si viene a sapere che le acque di scarico della Miteni hanno la più alta concentrazione al mondo di PFAS mai trovata, una scoperta che porta anche a una grande mobilitazione popolare: la fabbrica inizia a perdere sempre più credibilità fino alla richiesta di chiusura che avviene nel 2018 per fallimento.
La scoperta dell’inquinamento da PFAS
In una relazione del Nucleo Operativo Ecologico (NOE) di Treviso del dicembre 2018 si ribadisce il fatto che la Mitsubishi Corporation Inc. conosce l’inquinamento del terreno e della falda del sito già prima della vendita dello stabilimento. Tale consapevolezza si è raggiunta a seguito di indagini ambientali commissionate dalla stessa società prima nel 1990 alla Ecodeco e, successivamente, a partire dal 1996 fino al 2009 alla ERM Italia Spa. Già nella relazione della Ecodeco si rileva la presenza di una contaminazione sostenendo che “I volumi di terreno indagato sono da considerarsi contaminati in misura variabile in tutta l’area”, ma non si considera necessaria la rimozione del terreno. Si raccomanda invece la pavimentazione e impermeabilizzazione del piazzale, soluzione che non si è rivelata affatto sufficiente ad arrestare l’inquinamento.

Ma lo studio della Ecodeco è solo il primo che denuncia la criticità della situazione. Siamo nel 2004 quando la ERM Italia avvisa la Miteni che il sottosuolo di un’area di circa 700 m2 nella zona sud dello stabilimento presenta evidenti segni di impatto e suggerisce di provvedere il prima possibile all’avvio di un sistema di contenimento idraulico al fine di impedire la migrazione di contaminanti disciolti a valle dello stabilimento.
La più alta concentrazione di PFOA
Arriviamo ora al 2008 quando la Miteni incarica la ERM di cercare il PFOA nelle acque di falda e nei terreni della fabbrica: dopo aver analizzato alcuni pozzi interni, vengono trovati picchi di concentrazioni di PFOA di 6.430 microgrammi per litro. All’epoca la tossicità della sostanza, ancora non normata, era in fase di studio e allora la Miteni chiede alla ERM di indicare un valore limite come parametro di riferimento. A questa richiesta si suggerisce quello utilizzato negli USA dall’Agenzia per l’Ambiente pari a 0,5 microgrammi per litro.
Nello stesso anno i vertici della Mitsubishi chiedono alla ERM una stima per lo smantellamento e la bonifica del sito, proprio in previsione della vendita avvenuta nel febbraio dell’anno successivo. La stima di ERM ammontava a una somma tra i 5,5 e i 6,5 milioni di euro per l’abbattimento e dai 12 ai 18 milioni di euro per la bonifica dell’area del sito industriale. In un dossier del 2009 della ERM si rivela anche che alla Miteni era stato consigliato di aumentare le barriere idrauliche poiché quelle presenti non erano in grado di bloccare la dispersione dei veleni nel torrente Poscola: la realizzazione di altri tre pozzi barriera a valle dello stabilimento avviene nel 2014, con cinque anni di ritardo.

L’opinione delle Mamme no PFAS
A fronte delle relazioni, delle raccomandazioni e di dati forniti dalla ERM, la Miteni avrebbe avuto l’obbligo giuridico di effettuare una comunicazione di contaminazione, ma ciò non avviene. L’obbligo di informativa avrebbe imposto alla società l’onere di sostenere ingenti spese sia per la rimozione e lo smaltimento del terreno contaminato sia per lo smantellamento di parte dell’impianto produttivo allo scopo di preservare la falda acquifera dall’inquinamento. Davanti al rischio di doversi sobbarcare tali spese, si è preferito un meschino silenzio.
Come denunciano le Mamme no PFAS all’indomani della pubblicazione delle motivazioni della sentenza, per anni chi stava ai vertici della Miteni “ha deliberatamente scelto di privilegiare il profitto economico e il risparmio sistematico sui costi di messa in sicurezza a scapito della salute pubblica”: mentre qualcuno continuava a vedere le proprie tasche gonfiarsi, sotto i piedi di 300 mila persone si diffondeva la contaminazione da PFAS.
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