Le immagini diffuse da Greenpeace di decine di ratti che si spostano tranquillamente all’interno di capannoni dell’azienda agricola La Pellegrina (una delle più grandi scrofaie in Italia con 6mila animali) hanno colpito molti addetti ai lavori, increduli che tutto ciò possa accadere in un allevamento del Gruppo Veronesi (8.700 persone di cui 200 dedicate alla qualità), considerato uno dei più importanti in Italia e proprietario di marchi come AIA e Negroni. La notizia è finita presto nel dimenticatoio, l’azienda non rilascia dichiarazioni e anche l’ATS Val Padana, che ha sanzionato l’azienda per 10 mila euro, non ha mai fornito particolari.
A proposito della questione, abbiamo intervistato Guglielmo Panpiglione, esperto della materia con master in Pest Management conseguito presso l’Imperial College London.
Le immagini de La Pellegrina non la sorprendono?
“Le immagini dell’infestazione di ratti evidenziano un problema che spesso negli allevamenti viene sottovalutato e non è inusuale.”
Qual è il problema?
“Il tallone d’Achille risiede nel costante aggiornamento di tutte le figure operative presenti in allevamento e nel monitoraggio dei roditori dai veterinari, responsabili dei vari reparti, operatori di stalla, manutentori, addetti alle pulizie, personale di portineria: nessuno escluso. Solo un monitoraggio costante, sia visivo sia strumentale, consente di mantenere efficaci le misure di difesa presenti. In aziende di grandi dimensioni, le infestazioni gravi possono comunque ‘esplodere’ se vengono meno alcuni elementi fondamentali del cosiddetto “pacchetto igiene”. Il problema nasce quando si interrompe la qualità del servizio di monitoraggio, per carenze di formazione, cali di attenzione, mancanza di verifica interna o affidamento a ditte non adeguatamente qualificate.”

I controlli ATS funzionano o sono troppo ‘sulla carta’?
“È difficile fornire una risposta univoca, anche considerando che oggi in Italia si contano oltre 23mila allevamenti (fonte BDN – Anagrafe Zootecnica). Le ispezioni vengono condotte sulla base di check-list, facilmente reperibili online (questo agevola sia gli allevatori sia i veterinari). Anche in questo caso il vero tallone d’Achille resta la verifica sul campo della reale corrispondenza tra quanto dichiarato o documentato e ciò che avviene effettivamente nella pratica quotidiana.
Gli ispettori devono inoltre avere una solida conoscenza sulle linee di difesa contro i roditori mediante postazioni di monitoraggio. Poi occorre conoscere i rodenticidi autorizzati, lo stato della resistenza e sapere riconoscere i segni della presenza dei ratti (odore, tracce, rosicchiamenti, escrementi, percorsi).”
Nelle aziende è previsto un piano di derattizzazione?
“Molto spesso si trovano moduli prestampati, talvolta non aggiornati, che possono dire tutto e niente: descrivono procedure generiche, non misurano l’efficacia reale degli interventi e non offrono indicazioni utili sulla gestione del rischio. La semplice presenza di rodenticidi non è affatto garanzia di un’attività corretta o efficace.”
La derattizzazione è una cosa seria
“Il mondo delle imprese di disinfestazione, soprattutto in ambito zootecnico, è estremamente variegato. Dal punto di vista camerale sono equiparate alle imprese di pulizia. Alcune sono altamente specializzate e possiedono anche certificazioni volontarie di qualità. Altre possono essere paragonate al Pifferaio Magico di Hamelin e offrono soluzioni facili a volte borderline e spesso inefficaci. Il settore suinicolo, storicamente soggetto a crisi ricorrenti, risente pesantemente di questa situazione. La derattizzazione continua a essere impropriamente relegata a un ruolo secondario, nonostante sia un elemento pienamente contrastabile e integrabile nei protocolli di biosicurezza. Il risultato è che questo servizio viene spesso svolto in autocontrollo dagli allevatori, trascurato dai veterinari aziendali oppure affidato a ditte che costano poco, con interventi non basati su competenze tecniche, né su evidenze scientifiche, ma ancora su leggende metropolitane o pratiche superate.”
Qual sono i limiti del controllo cartaceo?
“Sulla carta può sembrare che tutto sia a posto, ma nella realtà può capitare di trovare solo il minimo indispensabile per dare l’impressione di rispettare le regole. Un esempio riguarda le linee di difesa dai roditori, realizzate con postazioni posizionate da una ditta esterna all’interno dell’allevamento. Nelle postazioni può essere presente del rodenticida, che però viene lasciato deteriorare senza essere sostituito, oppure viene rinnovato solo sporadicamente e raramente viene richiesto di ispezionare l’interno per verificare lo stato reale del monitoraggio.”

Quali sono le esche e i rodenticidi consentiti?
“Il punto critico è che il monitoraggio dei roditori non può più basarsi, come avveniva in passato, sull’uso permanente di anticoagulanti: le stesse etichette lo vietano. Per capire meglio bisogna fare un paragone con gli antibiotici che vengono somministrati solo quando gli animali sono malati. La somministrazione di antibiotici agli animali è rigorosamente regolamentata e non può essere lasciata alla libera decisione degli allevatori. Gli anticoagulanti non sono classificati come farmaci e quindi non richiedono ricetta. Questo aumenta il rischio di utilizzi scorretti o inefficaci.
I rodenticidi anticoagulanti utilizzati come esca, pur essendo considerati dal punto di vista tossicologico sostanze tossiche PBT/vPvB (*), sono disciplinati quasi esclusivamente attraverso le etichette che indicano di “non eseguire monitoraggio permanente” ma di impiegarlo solo sulla base di evidenze concrete come l’avvistamento di un roditore, danni evidenti oppure tracce riconoscibili. Se mancano le evidenze il legislatore prevede l’impiego di sistemi di cattura meccanici, oppure il monitoraggio tramite esche placebo, senza principio attivo tossico. Il consumo di queste esche permette di rilevare l’eventuale presenza di roditori e, solo in quel caso, di sostituire l’esca placebo con quella contenente la sostanza rodenticida.”
Quali situazioni critiche ha incontrato?
“I ricordi di ‘fantastiche infestazioni di ratti’ riguardano soprattutto gli allevamenti tradizionali, dove incuria e scarsa competenza tecnica favoriscono problemi che, a prima vista, sembravano impossibili da risolvere. I ratti, del resto, infestano senza pregiudizi politici o razziali tutto il territorio: isole, centro, sud e nord.
Nel corso degli anni ho incontrato situazioni davvero estreme, tra cui: gruppi di ratti che vivevano stabilmente dentro le mangiatoie automatiche in plastica; colonie annidate sotto i pannelli di Eternit del tetto; popolazioni di migliaia di topi sotto le griglie degli animali; ratti che dormivano tranquillamente sopra i suini che stavano dormendo; corridoi dove i roditori saltavano da un lato all’altro, sia a terra sia lungo i cavi. Ci sono poi allevamenti circondati da esche con rodenticidi collocate all’esterno senza alcun criterio, con gravi rischi per gli animali non bersaglio. Ciò che colpisce maggiormente non è solo la presenza dei roditori, ma lo stato di abbandono di allevamenti dove ratti-animali e uomini convivono. Viene spontaneo chiedersi se questo allevamento sia mai stato controllato dalle autorità sanitarie locali.”
C’è un problema di resistenza?
“Sì. Per contrastare efficacemente questa problematica è indispensabile un approccio non basato esclusivamente sull’impiego di anticoagulanti di seconda generazione. Occorrono quindi trappole a scatto e a colla, sistemi multicattura e dispositivi di rilevamento a infrarossi. Il supporto di videocamere consente di analizzare con maggiore precisione i movimenti e i comportamenti dei roditori, permettendo così interventi più mirati ed efficaci. Tuttavia, un ruolo centrale deve essere riservato soprattutto alle misure di prevenzione, al contenimento ambientale e a un’accurata pulizia degli ambienti, fondamentali per ridurre le risorse disponibili ai roditori.”
(*) Nota
Le sostanze PBT e vPvB (Persistent, Bioaccumulative and Toxic) sono categorie definite dal regolamento REACH dell’Unione Europea nel gruppo di quelle che presentano rischi elevati per l’ambiente.
© Riproduzione riservata Foto: Greenpeace, Depositphotos

Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24



Ho lavorato in allevamenti suinicoli di grosse dimensioni. Con strutture vecchiotte che offrivano molteplici possibili spazi di rifugio ai roditori.
Ma la derattizzazione era attuata (evidentemente bene) da una ditta esterna e mi è capitato di non avvistare un topo vivo o morto per mesi e mesi.
E frequentavo l’allevamento di giorno ed i notte con accesso ai capannoni anche improvviso.
Mai un topo avvistato.
Se le cose si vogliono fare bene, le si fanno bene. Altrimenti si gestiscono gli ambienti come si vede nel servizio con la connivenza evidente di più di qualche controllore…
L’esperto afferma che “sapere riconoscere i segni della presenza dei ratti (odore, tracce, rosicchiamenti, escrementi, percorsi).” ed in un contesto normale ha sicuramente ragione.
Ma la foto inserita nell’articolo mostra una processione di topi, c’è poco da “riconoscere” qui, si tratta solo di guardare e prendere provvedimenti.
Quella foto, scusate il gioco di parole, fotografa al meglio una situazione che, vista da qua, sembra essere di totale inosservanza delle norme, mancata sorveglianza e zero prevenzione e meno che mai di interventi per ovviare al problema.
Non mi stupisce il silenzio dell’azienda, si sa che funziona così, però ci sarebbe da dire sulla sanzione ridicola di soli 10.000 e che per un’azienda di quelle dimensioni non sono nulla, in pratica
Ennesima occasione persa. Come per la bervini non succederà nulla. 10 mila euro sono spiccioli per il caffè. Ridicoli.