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Negli Stati Uniti, i produttori di alimenti Ogm chiedono di poterli etichettare come “naturali”

ricercatore scienza cibo ogm
Negli States i produttori chiedono di etichettare come “naturali” gli alimenti Ogm, preparati senza aromi e senza additivi sintetici

Negli Stati Uniti, mentre si discute se rendere obbligatorio l’indicazione sull’etichetta dei cibi la presenza di organismi geneticamente modificati (Ogm), la più grande associazione americana di produttori di alimenti e bevande va controcorrente e chiede di potere scrivere sulal confezione la parola  “naturale”.

 

In una lettera alla Food and Drug Administration (FDA), la Grocery Manufacturers Association, che riunisce le maggiori marche alimentari, preannuncia una petizione da avviare nei primi mesi del 2014, per chiedere di estendere anche ai cibi contenenti ingredienti derivati da biotecnologie, la norma che permette di indicare come “naturali” i prodotti senza coloranti, aromi artificiali o sostanze sintetiche. Secondo la Grocery Manufacturers Association, i prodotti  derivati da biotecnologie non sono materialmente differenti da quelli tradizionali e in essi non c’è nulla di sintetico o artificiale.

 

Beniamino Bonardi

Foto: photos.com

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  Redazione Il Fatto Alimentare

Redazione Il Fatto Alimentare

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4 Commenti

  1. “incredibile” … e già tanto in natura già avvengono delle modificazioni casuali del DNA dovuti all’incontro/scontro di cellule … ora se questo incontro/scontro viene selezionato dal dio/uomo cosa cambia … forse che, nella natura occorre molto tempo e non “alcuni test selezionati” per stabilire quanto “solido e affidabile” sia la nuova modificazione/combinazione

    menomale che ci sono un paio di petizioni in atto per chiedere che venga non autorizzata ‘ntroduzione in Europa del mais ogm 1507, una diretta allo stato italiano , l’altra direttamente agli organi della comunità europea

  2. Costante Pinelli

    Giusto ! mica sono di plastica! Si riproducono e la natura glie lo permette! Cosa c’è di innaturale?, allora, il pomodoro sanmarzano ed il grano duro, sono “non naturali? e quanti morti hanno provocato? METTIAMO DA PARTE L’IDEOLOGIA, CHE SERVE SOLO A FALSI ECOLOGISTI PER INCONFESSABILI INTERESSI POLITICI!!!! a spese di chi , non per colpa sua, è ignorante della materia-

    • Non si tratta solo di naturale o non naturale, si tratta innanzitutto di corretta e trasparente informazione al consumatore. Personalmente ritengo che i prodotti OGM non possano vantarsi della definizione di “prodotto naturale”, comunque sia è bene che in etichetta l’informazione OGM sia chiara ed evidente anche nel caso passasse la petizione. Lasciamo al consumatore una scelta consapevole, senza trucchi senza inganni.

  3. Mario Giacompolli

    Leggere risposte come quella del signor Costante Pinelli fa cadere le braccia. Legga il signor Pinelli, se ha la pazienza, una rassegna dei comportamenti dei produttori di OGM che scrissi circa un anno fa.
    Non credo che nel frattempo le cose siano cambiate.
    Credo che la richiesta della Grocery Manufacturers Association faccia parte delle numerose patenti di sicurezza che i produttori di OGM alimentare si sono attribuiti, e che che l’incredibile acquiescenza della FDA ha lasciato passare senza aver mai eseguito un controllo.
    Invito chiunque a documentarsi prima di emettere giudizi così impegnativi.

    ———-

    Le cose che i difensori degli OGM non dicono

    Introduzione

    Non è scopo di questo scritto elencare gli avvenimenti che hanno accompagnato la comparsa degli Organismi Geneticamente Modificati (in acronimo OGM) in campo alimentare. Già esistono cronografie e non serve scriverne un’altra. Ciò che è poco nota, o addirittura sconosciuta, è invece la storia delle illegalità e degli azzardi che hanno accompagnato l’introduzione nel mercato globale di tali prodotti.

    Premetto che non ho specifiche competenze di chimica o biologia, ma contesto alla radice l’opinione di chi ritiene la discussione sugli OGM alimentari un argomento per iniziati, perché l’inadeguatezza dei controlli e una cattiva gestione delle autorizzazioni devono riguardare tutta la popolazione civile. Questo non è un ambito in cui i non esperti debbono prender per buona qualunque affermazione fatta dai propositori degli OGM; né d’altra parte va accettata acriticamente qualunque posizione di chi agli OGM si oppone.
    Investigando sulle vicende che hanno accompagnato la nascita e lo sviluppo dei prodotti transgenici, ho conosciuto fatti, documentati ma poco noti al grande pubblico, che gettano un’ombra grave sulle decisioni delle autorità sanitarie che hanno definito “sicuri” i prodotti alimentari transgenici
    Ovviamente nel riportare le vicende sotto descritte non ho fatto che raccogliere informazioni esistenti e metterle in sequenza temporale, riferendo le informazioni tecnico scientifiche in modo che siano chiare le fonti e i riferimenti, perché chi lo volesse possa verificare di persona.
    Buona parte degli argomenti trattati riguardano gli Stati Uniti, patria dell’agricoltura transgenica e paese in cui le società produttrici di alimenti modificati geneticamente hanno ottenuto le autorizzazioni alla commercializzazione, ma non mancheranno i riferimenti alla situazione europea.
    Faccio però presente che su questo argomento non è possibile essere equidistanti fra pro e contro OGM, perché chi si trovasse suo malgrado a consumare inconsapevolmente alimenti modificati geneticamente sarebbe in una posizione di debolezza oggettiva rispetto a chi tali alimenti produce e commercia, oppure a chi per sua funzione istituzionale sovrintende ai regolamenti che riguardano la distribuzione e il consumo di tali prodotti. Il consumatore, se non ha strumenti di conoscenza e di autodifesa, è disarmato davanti ad alimenti che gli vengono presentati come sicuri e rischia di trovarsi esposto a pericoli ignoti e imprevedibili.
    Per questa ragione lo spirito che anima questa rassegna di avvenimenti è di doverosa critica.

    Fatto # 1 La visita
    15 maggio 1987: visita di George Bush (padre) alla Monsanto. Esiste il filmato della visita di Bush, durante la quale gli venne presentato un “erbicida favoloso”, il Roundup, un prodotto in grado di uccidere tutte le erbe infestanti, lasciando in vita solamente la piantina da coltivare. Alla domanda di Bush, il funzionario della Monsanto spiegò che il procedimento consisteva nel tagliare a pezzi il DNA della piantina, nel toglierne o aggiungere parti, per poi riunirlo nuovamente (dal documentario: Il Mondo secondo Monsanto di Marie Monique Robin).
    A quell’epoca Bush era il vice di Ronald Reagan, e la parola d’ordine dell’amministrazione repubblicana era: deregolamentazione. Cioè: favorire l’industria, eliminare il più possibile gli “ostacoli burocratici”, come (testuale) “i test sanitari o ambientali” sui nuovi prodotti. Precisamente questo era il cruccio della Monsanto: aveva inoltrato al Ministero dell’Agricoltura una richiesta di autorizzazione alla sperimentazione di un mais OGM in un’azienda agricola dell’Illinois e dal ministero non era giunta alcuna risposta. I funzionari si lamentarono con Bush perché l’azienda continuava ad investire soldi e le autorizzazioni non arrivavano. Se per settembre non fossero arrivate, fece capire uno di loro, il loro atteggiamento nei confronti del governo avrebbe anche potuto cambiare.
    «Mi chiami,» disse Bush in un’atmosfera di grande affabilità, «siamo in piena deregolamentazione, posso darvi una mano.»
    L’anno successivo vi furono le elezioni presidenziali e George Bush (padre) divenne presidente, e vice-presidente fu Dan Quayle. Nel 1992 toccò a Quayle render pubblica la politica americana in materia di OGM, e lo fece in conformità con le aspettative della Monsanto, lanciando le “agevolazioni alle deregolamentazioni”. Poi affermò che gli Stati Uniti erano i leader mondiali nel settore delle biotecnologie e fornì qualche dato: nel 1991 l’industria biotech aveva fruttato 4 miliardi di dollari e, se si fosse riusciti a contenere le regolamentazioni superflue, nel 2000 avrebbe potuto raggiungere i 50 miliardi.

    Fatto # 2 L’Epidemia
    Nel mese di maggio 1989 negli Stati Uniti iniziarono a manifestarsi i primi casi di quella che sarebbe diventata una disastrosa epidemia di EMS, la Sindrome Eosinofilia Mialgia.
    Nel libro «L’inganno a tavola», ed. Nuovi Mondi Media, Jeffrey Smith ha intervistato alcune delle vittime dell’epidemia.
    Ho voluto riportare qui sotto le fasi incipienti dell’epidemia, come ce le racconta l’autore che ha intervistato i protagonisti (mia traduzione dall’originale inglese).
     Betty Hoffing, 61 anni, era assai conosciuta nella cittadina di Skokie (Illinois). Agente di viaggio da venticinque anni, era di umore contagioso ed energico, sia nel lavoro che nel volontariato, cui dedicava diverse ore alla settimana. La sua salute era eccellente e non aveva mai avuto malattie serie in tutta la vita. Fino a quell’agosto del 1989.
    Un giorno, mentre si trovava al lavoro, venne sopraffatta da un forte dolore al petto e lungo il braccio sinistro. Il suo medico, pensando a un attacco cardiaco, la fece immediatamente trasferire all’unità di cura intensiva al vicino ospedale. Due giorni dopo, eseguiti tutti gli esami possibili, da cui non era emerso nulla, i dottori la mandarono a casa. Non v’era stato nessun attacco cardiaco. La signora non aveva nulla.
    Il mese successivo ebbe però inizio un misterioso esantema distribuito su tutti il corpo. Poco dopo arrivò una tosse terribile. Entro la fine di settembre Betty venne colpita da sintomi anche peggiori, caratterizzati da una grave debolezza muscolare e da forti dolori. «Era diventato difficile camminare, difficile fare qualunque cosa,» disse. I suoi muscoli sembravano impazziti. Senza preavviso la mascella o la mano si chiudevano, i muscoli si bloccavano. Se stava guidando doveva rapidamente accostare e attendere che lo spasimo cessasse. I suoi medici erano confusi.
    Betty fu costretta a lasciare il lavoro. A metà novembre decise di rimanere a letto, da cui non si mosse per quasi sei mesi. Il male era talmente forte che persino rigirarsi nel letto le costava dolori insopportabili, e per farlo le occorrevano due buoni minuti.
     Un giorno di marzo 1989 Harry Schulte, un diacono cattolico di Cincinnati, stava seduto davanti alla televisione quando sentì nella testa come un colpo di pistola. «Pensai di impazzire,» raccontò. Non era così. Stava sperimentando il primo sintomo d’una malattia che avrebbe capovolto la sua vita. Nel giro di settimane l’incubo ebbe inizio. «Mi alzavo a sedere a bordo del letto tentando di dormire seduto, a causa del dolore insopportabile. La mie gambe erano diventate grosse come pali della luce. La pelle s’era fessurata e perdevo acqua dalle piaghe. Non venne trovata nessuna medicina che potesse calmare i dolori.»
    Alla fine Schulte perse il lavoro e pure la famiglia lo lasciò.
     Nell’estate del 1989 ebbe inizio il calvario di Janet O’Brien, California. Il suo dolore era talmente forte che a malapena poteva lasciarsi toccare. Disse: «Persi il 60% dei capelli, non avevo forze ed ero quasi sempre assopita. Spesso avevo ulcere in bocca, nausea, respiro corto, spasimi muscolari, prurito ed eruzioni cutanee dolorose ovunque, edema (rigonfiamento delle estremità), difficoltà di concentrazione e perdita di memoria, difficoltà nello scrivere, problemi di equilibrio, intestino irritabile, aumento di peso, problemi di percezione visiva, solo per dirne alcuni.»

    I dolori di molti di questi malati erano così grandi che i medici non ne avevano mai visti. Riguardavano dolori e gonfiori negli arti, perdita di vigore muscolare, alopecia, esantemi, ulcere cutanee e indurimento della pelle, problemi conoscitivi e labilità mnemonica, estrema sensibilità alla luce, affaticamento, intestino irritabile, aumento di peso e problemi cardiaci.
    I medici erano disorientati, ma a peggiorare le cose fu il fatto che nessuno di essi ebbe l’opportunità di capire che si trattava di un’epidemia, perché, data l’ampiezza del fenomeno, e di conseguenza anche la dispersione dei casi sul territorio, ognuno di essi conosceva al massimo un solo caso. Solo in seguito si riscontrarono le coincidenze, quando ai centri più grandi iniziarono a giungere più segnalazioni e lentamente si sparse l’allarme.
    Ufficialmente vennero dichiarati 37 morti e 1500 fra le 5-10.000 persone colpite rimasero invalide, ma in seguito si seppe che le vittime erano probabilmente state assai più numerose.
    Il tempo intercorso fra la comparsa dell’epidemia e l’individuazione della causa favorì il diffondersi della sindrome.
    Il veleno fu assai aggressivo, danneggiando nei soggetti colpiti più sistemi organici, comprendenti, fra gli altri: cuore, polmoni, muscoli, articolazioni, fegato, pelle e sistema nervoso. Le morti furono causate da grave disfunzione nervosa (polineuropatia), cardiaca o polmonare. Nei sopravvissuti sopravvennero sofferenze croniche con forti dolori muscolari e delle articolazioni, crampi, forte affaticamento e patologie epidermiche e nervose, per le quali, a oltre vent’anni dal disastro, nessuna cura è ancora stata trovata.
    Venne identificato il vettore dell’epidemia: un integratore alimentare a base di L-triptofano, un aminoacido assai noto, già in uso da molti anni per le sue interazioni con la serotonina, un neurotrasmettitore presente nel sistema nervoso centrale e nell’apparato intestinale. Qualora somministrato ha effetti benefici sul sonno, l’umore e l’appetito. Furono questi a favorirne la diffusione.
    Il produttore della sostanza incriminata venne poi identificato nella società giapponese Showa-Denko, la quale adottò da subito una linea difensiva mirata a declassare la sua responsabilità, incolpando del disastro il dimezzamento del quantitativo di polvere di carbone usato nei filtri dei bagni di fermentazione (la fermentazione era il procedimento comunemente usato per produrre quel tipo di sostanze e altre di uso medico, come ad esempio gli antibiotici).
    A questa spiegazione si associarono subito la direzione della FDA (Food & Drug Administration) e le industrie del comparto Biotech (Biotecnologico), ma gli scienziati (quelli della FDA per primi) storsero il naso perché, sia il procedimento (la fermentazione), sia il prodotto (il triptofano), s’erano sempre dimostrati sicuri e non avevano mai causato grossi problemi.
    Scartata la sbrigativa spiegazione della Showa Denko, gli scienziati ne individuarono una più convincente: la manipolazione genetica dei batteri nei bagni di fermentazione, perché l’eventuale inattesa comparsa di veleni non era incompatibile con l’epidemia, e la produzione di tossine era già stata prevista dai biologi molecolari: l’inserimento di geni estranei nel DNA poteva infatti disturbare il funzionamento di qualsiasi cellula.
    Solo successivamente si scoprì che i batteri della Showa Denko erano stati manipolati geneticamente al fine di incrementare la produttività dei bagni. Quando la Food & Drug Administration tentò di alleggerire la posizione del fornitore giapponese, rivelando che esistevano più di venti casi di EMS precedenti il maggio 1989, William Crist, un valoroso reporter investigativo, iniziò a frugare in tutti i documenti disponibili fino a scoprire che la modifica del batterio responsabile dell’epidemia era la versione denominata “Strain V” dal produttore, e che prima di essa altre quattro versioni erano già state utilizzate nella produzione del Triptofano in commercio, e ciò senza che le autorità sanitarie americane ne fossero ufficialmente informate. Crist scoprì che il numero di casi caratterizzati dai medesimi sintomi, secondo il CDC (Centro di riconoscimento malattie), verificatisi negli anni precedenti quella data, erano almeno 100, ma lui stimò che, complice il comportamento passivo dei centri stessi, i casi esistenti ma non identificati erano probabilmente da stimare fra 350 e 700.
    La manipolazione “Strain V” era pertanto il risultato finale dell’inserimento di ben quattro geni estranei, rendendo quindi quel triptofano un prodotto ancor più pericoloso.

    Fatto # 3 La regolamentazione
    1992- Nonostante l’epidemia del 1989 la FDA dichiarò che i cibi geneticamente modificati erano “non inerentemente pericolosi” e non richiedevano pertanto speciale regolamentazione. Che cosa significava? Significava che l’obiettivo della FDA era, in accordo con le pressioni del duo Bush-Quayle e dell’industria biotech, l’assimilazione dei prodotti transgenici a quelli modificati, in modo che le regolamentazioni superflue non rallentassero la marcia verso il raggiungimento dei 50 m.di di fatturato entro il 2000.
    Venne così emanato il cosiddetto “principio di sostanziale equivalenza”, che contrastava col quello di precauzione e anche con il buon senso, perché lo vede anche un bambino che non può esistere equivalenza funzionale fra due sostanze chimicamente equivalenti ma biologicamente diverse, eventualmente soggette a comportamenti estremamente diversi. A coronare l’opera venne vietata la distribuzione di prodotti a base di L-triptofano, come se l’epidemia di EMS di tre anni prima fosse stata causata dallo L-triptofano anziché da quel L-triptofano prodotto dalla Showa Denko.

    Fatto # 4 Bugie e omissioni
    1994- Vennero commercializzati negli Stati Uniti i primi prodotti agroalimentari modificati geneticamente. Il pomodoro Flavr Savr prodotto dalla multinazionale Calgene fu il primo ortaggio geneticamente modificato immesso sul mercato. La modifica del DNA aveva lo scopo di bloccare il processo di maturazione e decomposizione del pomodoro per prolungare la sua conservazione dopo il raccolto.
    L’FDA dichiarò ufficialmente che nei test effettuati non erano state riscontrate differenze fra cavie nutrite con pomodori OGM e cavie nutrite con pomodori non OGM, tenendo nascosta un’informazione molto importante: in alcune femmine di ratti usate nei test di laboratorio della Calgene, le analisi istologiche avevano evidenziato la presenza di necrosi nello stomaco (dal sito di SUM, Stati Uniti nel Mondo: “OGM: La guerra del terzo millennio”).
    Questo evidenzia un’altra preoccupante tendenza dei produttori di alimenti transgenici: utilizzare il segreto aziendale per omettere informazioni che potrebbero nuocere al marketing dei prodotti.
    Nel caso specifico del pomodori OGM l’informazione non divenne pubblica fino al 1998, quando l’Alliance for Bio-Integrity, con una coalizione variegata (ricordiamola questa associazione), fece causa alla FDA per costringerla a condurre test di sicurezza obbligatori e a imporre l’etichettatura dei cibi geneticamente modificati. La Corte Federale costrinse l’FDA a consegnare all’avvocato dei querelanti le 44.000 pagine del suo archivio interno contenenti informazioni che erano state tenute segrete fino a quel momento.
    L’FDA ammise di aver operato sotto una direttiva (ed è chiaro di chi) “per favorire” l’industria biotech americana, ma al tempo stesso si seppe che le sue decisioni erano state contrastate dai suoi stessi scienziati che, negli anni ‘90-’92, avevano avuto occasione di svolgere accurate indagini sui cibi OGM. Sulla base di oggettivi riscontri essi avevano ripetutamente segnalato che la bioingegneria, alterando l’attività cellulare, poteva condurre alla produzione inattesa di tossine, allergeni e sostanze cancerogene.

    Fatto # 5 Il processo
    1998- Nel maggio 1998 la Alliance for Bio-Integrity guidò un’inedita coalizione di organizzazioni sociali, leader religiosi e eminenti scienziati in una causa legale contro la FDA statunitense, al fine di costringerla a modificare il regolamento sui cibi geneticamente modificati. La causa venne iniziata presso la Corte Distrettuale di Washington, D.C., e il verdetto, sebbene deludente, dimostrò comunque l’inattendibilità del regolamento emesso dalla FDA stessa nel 1992, e la falsità di alcuni dei più noti argomenti da essa usati a difesa degli OGM. (vedi il rapporto di Steven Drucker su: http://www.biointegrity.org/report-on-lawsuit.htm)
    La FDA, e con essa le aziende produttrici di OGM, affermavano infatti che:
     la FDA controllava rigorosamente i cibi GM;
     il regolamento FDA del 1992 aveva una base scientifica;
     vi era uno schiacciante consenso scientifico sulla sicurezza dei cibi GM.
    Il 29 Settembre 2000 il giudice Coleen Kollar-Kotelly, sebbene la sentenza da lei emessa non condannasse il comportamento della FDA, espresse un giudizio che confutava alla radice ognuna delle suddette affermazioni. Essa infatti stabilì che:
     la FDA non eseguiva alcun controllo sui cibi transgenici;
     i burocrati di nomina politica alla FDA non seguirono i consigli e gli avvertimenti del proprio staff scientifico, ignorandoli;
     vi era nel 1992 un significativo disaccordo fra esperti scientifici sulla sicurezza dei cibi transgenici.
    Il giudice evitò tuttavia di prender posizione sulla domanda se gli amministratori della FDA avessero o meno abusato del loro potere discrezionale quando avevano arbitrariamente e inattendibilmente dichiarato che gli alimenti GM erano generalmente considerati sicuri. Dovendo giudicare il regolamento emesso nel 1992, essa dichiarò che in tale data la FDA era convinta che i cibi GM fossero sicuri, e non recedette da quella posizione neppure quando i querelanti riuscirono a dimostrare, in base a una lettera reperita fra i documenti della FDA, che i suoi vertici sapevano che su «un certo numero di questioni … non esiste al momento consenso scientifico, specialmente per quanto riguarda la necessità di test tossicologici.»
    La FDA aveva in sostanza dichiarato il falso.
    Prima che la FDA emanasse il suo regolamento, venne documentato, essa era stata avvertita più volte dai propri esperti che i cibi transgenici erano inerentemente pericolosi e non potevano quindi esser presunti come innocui. Questo divenne noto quando, in quanto parte della querela, la FDA venne richiesta di divulgare i suoi archivi interni (vedi fatto # 4). Da questi documenti emerse chiaramente che:
    1. l’opinione dei suoi esperti era che i cibi GM potevano costituire un rischio reale per la salute;
    2. gli esperti della FDA avevano ripetutamente avvertito i loro superiori di tali rischi.
    D’altra parte il giudice non stabilì che era stata dimostrata la sicurezza dei cibi GM, come dichiarò poi la FDA, né che sulla loro sicurezza vi fosse mai stato consenso unanime da parte della comunità scientifica.
    Il giudice inoltre avvertì la FDA di smettere di presumere che i cibi GM fossero sicuri.
    Ma ciò che accadde dopo la conclusione di quella sentenza è paradossale.
    A causa dei grossolani errori nella sentenza del giudice, la Alliance for Bio-Integrity ricorse in appello nel novembre 2000, ma nel gennaio 2001 la FDA promise di emanare nuove regole sui cibi GM. Sebbene queste ancora non prevedessero test di sicurezza, né obbligasse i produttori di cibi transgenici all’etichettatura, nel frattempo le prove da eseguire erano state implementate, e sembrò ovvio che le nuove regole avrebbero sostituito quelle emesse (sotto dettatura delle lobby) nel maggio 1992.
    La Alliance for Bio-Integrity non ritenne perciò di proseguire nella causa contro FDA, perché se nuove regole avessero preso il posto delle precedenti la causa sarebbe divenuta inutile e sarebbe stato comunque necessario aprirne una nuova contro le nuove regole. A questo punto che accadde? Sembra la trama d’un legal thriller:
    La Alliance for Bio-Integrity e gli altri ricorrenti rinunciarono all’Appello, con l’intenzione di aprire una nuova causa quando i nuovi regolamenti sarebbero entrati in vigore.
    Ma, con un ritardo di due anni, durante i quali non venne emesso alcun nuovo regolamento, la FDA annunciò d’aver cambiato idea. Così la FDA mantenne in vigore il vecchio regolamento del 1992, e la Alliance non poté ripresentare il suo Appello contro le decisioni della corte. Inoltre, dal momento che il regolamento del 1992 era già stato sostenuto in un tribunale federale, era improbabile che nessun altro riuscisse a ricorrere nuovamente contro di esso.

    Fatto # 6 La controversia del prof. Seralini
    Il 19 settembre 2012 venne presentato un nuovo studio destinato a far luce sulle conseguenze di lungo periodo di una dieta a base di organismi geneticamente modificati. Tale studio, svolto da una equipe di ricercatori italiani e francesi guidati dal Professor Gilles-Eric Séralini (Université de Caen), riguardava l’alimentazione per la durata di due anni di 200 topi con diete contenenti quantità variabili di OGM. I ricercatori si erano serviti di una varietà di mais Monsanto, NK603, modificato al fine di renderlo resistente al glifosato, un erbicida disponibile sul mercato col nome di Roundup (Monsanto).
    Ne mese di ottobre 2012 Elisa Bianco, allora di Slow Food, scriveva l’articolo: «Lo studio Séralini e la tossicità di lungo periodo negli OGM.» Vedi al sito:
    http://www.slowfood.com/international/slow-stories/147720/the-s%C3%A9ralini-study-and-longterm-gmo-toxicity-/q=71E8FC
    Nell’incipit l’articolo citava le parole del prof. Marcello Buiatti, professore di genetica presso l’Università di Firenze, uno dei massimi esperti in materia OGM
    «[In Europa] il controllo dei rischi possibili è stato delegato all’EFSA, (European Food Safety Authority), le cui direttive per l’analisi dei rischi sono inadeguate. In particolare, i test prescritti per valutare l’eventuale tossicità degli OGM comprendono un periodo di 90 giorni, e riguardano lo studio della tossicità di breve periodo, non sufficienti tuttavia a rivelare una serie di malattie, compresi i tumori, che si manifestano in un lasso di tempo più lungo. Perdipiù le direttive considerano solo alcune delle analisi possibili che dovrebbero essere eseguite sulle cavie trattate [a OGM], trascurando studi importanti di tipo fisiologico, metabolico e anatomico-funzionale.»

    Lo studio di Séralini, come precisò lo staff scientifico che l’ha elaborato, non pretendeva d’esser considerato conclusivo nel dibattito tuttora aperto sull’alimentazione umana e animale con OGM, ma essendo stato pubblicato su una rivista scientifica come Food and Chemical Toxicology, non dovevano esservi dubbi sulla sua validità e sulla professionalità dei ricercatori. L’articolo di Elisa Bianco cita anche l’opinione del Professor Federico Infascelli dell’Università Federico II di Napoli che ritiene lo studio di Séralini più completo degli studi precedenti, che assicuravano la non tossicità degli alimenti transgenici.
    I 200 topi vennero divisi in quattro gruppi, ciascuno gruppo alimentato per due anni come segue:
    1. mais OGM non trattato con Roundup;
    2. mais OGM trattato con Roundup;
    3. mais convenzionale e acqua in cui era stato diluito del Roundup;
    4. mais convenzionale e acqua senza Roundup.
    Venne valutata la mortalità degli animali nel lungo periodo, come pure l’incidenza di tumori e di malattie metaboliche, fisiologiche e anatomiche.
    L’analisi dei risultati ha mostrato che i primi tre gruppi hanno registrato un tasso di mortalità più alto di quello del quarto, come pure maggiori danni e alterazioni di tipo funzionale al fegato e ai reni. L’articolo di Elisa Bianco fa notare fra l’altro come nonostante la concentrazione di Roundup nell’acqua data ai topi fosse sotto la soglia d’impurità dell’acqua potabile, ha ugualmente danneggiato la loro salute. E a questo proposito giova ricordare quanto riportato dal prof. Mariano Bizzarri nel suo testo “Quel gene di troppo” (Ed. Riuniti), in cui riferisce che il Roundup, definito da Monsanto “erbicida amico”, è considerato, secondo un rapporto dell’Università di Berkeley, la terza causa di malattie professionali fra agricoltori e guardiani dei parchi della California, e la cui dichiarata sicurezza è stata talmente contestata da indurre la Monsanto a togliere la scritta “biodegradabile” dalle confezioni (pagg. 54-55). Vedi anche l’inizio del filmato “Il mondo secondo Monsanto” sopra menzionato.
    Tornando ai topi la cosa più significativa è che le malattie contratte da quelli alimentati a OGM si è manifestata ben oltre i 90 giorni richiesti per i test di tossicità dell’EFSA, perché l’insorgere delle patologie veniva riscontrato solo nel corso del secondo anno dall’inizio della somministrazione.
    La pubblicazione del rapporto aveva causato l’immediata reazione del vicepresidente della commissione Agricoltura del Parlamento europeo Josè Bovè, che aveva chiesto alla Commissione Ue di interrompere l’autorizzazione e l’importazione di varietà di mais transgenico in Europa, ma l’EFSA considerò insufficiente il rapporto ai fini della determinazione del rischio derivante dall’alimentazione OGM, citando la limitatezza del numero dei campioni e l’uso di una specie di ratti incline di suo a sviluppare tumori. Ma l’EFSA, che è responsabile della regolamentazione sull’alimentazione in Europa, si affida, come la FDA negli USA, alle dichiarazioni delle aziende produttrici, e non consta che esse eseguano test di tossicità di lungo periodo. Inoltre, anche ammesso che i test condotti dal professor Séralini siano insufficienti non risulta che né l’EFSA, né la FDA, né alcuna delle aziende produttrici, abbiano iniziato a condurre sperimentazioni di più lungo periodo volte ad accertare l’insorgenza di patologie derivanti dal consumo di sostanze GM.
    Ciò è estremamente grave, anche perché i propositori di alimenti GM sono più interessati a impedire l’informazione sui loro prodotti che a fornire prove sulla loro innocuità, come risulta dal paragrafo seguente.

    Fatto# 7 Il referendum in California
    Il 6 novembre 2012, contemporaneamente alle elezioni presidenziali USA, la California venne chiamata ad esprimersi sull’obbligo per le società produttrici di cibi transgenici di etichettare i loro prodotti. Contro questo sacrosanto diritto dei cittadini di conoscere ciò che mangiano insorsero i produttori alimentari americani, che profusero svariate decine di milioni di dollari in una pubblicità di contrasto per convincere i californiani a votare contro l’etichettatura.
    I dati:
    Risultati Voti Percentuali
    No
    6,442,371 51.4%
    Si 6,088,714 48.6%

    Può essere interessante conoscere l’elenco dei contrari all’etichettatura e sapere quanto hanno speso per impedire agli utenti il riconoscimento dei prodotti transgenici.

    Elenco dei finanziatori campagna del “No”, a sabato 3 novembre 2012
    Nomi sottoscrittori Ammontare US$
    Monsanto 8.112.867
    E.I. Dupont De Nemours & Co. 5.400.000
    Pepsico, Inc. 2.145.400
    Grocery Manufacturers Association 2.002.000
    DOW Agrisciences 2.000.000
    Bayer Cropscience 2.000.000
    BASF Plant Science 2.000.000
    Syngenta Corporation 2.000.000
    Kraft Foods Global 1.950.500
    Coca-Cola North America 1.700.500
    Nestle USA 1.315.600
    Conagra Foods 1.176.700
    General Mills 1.135.300
    Kellogg Company 790.000
    Smithfield Foods 683.900
    Del Monte Foods 674.100
    Campbell’s Soup 500.000
    Heinz Foods 500.000
    Hershey Company 493.900
    The J.M. Smucker Company 485.000
    Bimbo Bakeries 422.900
    Ocean Spray Cranberries 387.100
    Mars Food North America 376.650
    Council for Biotechnology Information 375.000
    Hormel Foods 374.300
    Unilever 372.100
    Bumble Bee Foods 368.500
    Sara Lee 343.600
    Kraft Food Group 304.500
    Pinnacle Foods 266.100
    Dean Foods Company 253.950
    Biotechnology Industry Organization 252.000
    Bunge North America 248.600
    McCormick & Company 248.200
    Wm. Wrigley Jr. Company 237.664
    Abbott Nutrition 234.500
    Cargill, Inc. 226.846
    Rich Products Corporation 225.537
    Flowers Foods 182.000
    Dole Packaged Foods 171.261
    Knouse Foods Cooperative 164.731
    Totale 43.101.806

    Nota bene: Non sono elencati donatori di meno di $ 150.000

    I “favorevoli” all’etichettatura, tutte società del biologico e associazioni, non erano riuscite ad andare oltre i 7,5 milioni di dollari.
    Va detto che alcune cose nel testo del referendum californiano non erano chiare, come laddove erano ammesse eccezioni all’etichettatura per le bevande alcoliche distillate da cereali transgenici, ma la questione fondamentale è e rimane il perché le multinazionali dell’alimentazione abbiano così pesantemente avversato l’elementare diritto dei consumatori ad essere informati su ciò che mangiano (per usare le parole di Barak Obama alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2008, che successivamente disattese).
    Alcune considerazioni qui s’impongono: occorre distinguere fra dannosità intrinseca dei cibi OGM e il diritto dei consumatori di decidere che cosa vogliono mangiare, a prescindere dalla nozione o meno della loro pericolosità.
    La pretesa sicurezza dei cibi transgenici poggia solo sull’assenza di eventi disastrosi noti, come fu quello causato dalla Showa Denko, evento, non dimentichiamo, che sia l’ente preposto alla sicurezza alimentare (FDA), sia l’azienda produttrice, sia le altre società del comparto, tentarono di camuffare da improvvida tirchieria nel risparmio di carbone nei filtri.

    Fatto # 8
    La situazione oggi. Il 23 maggio u.s. lo Huffington Post riferisce della bocciatura da parte del Senato degli Stati Uniti della richiesta da parte di singoli stati di legiferare sull’obbligo di etichettare i prodotti GM. Vedi il sito http://www.huffingtonpost.com/2013/05/23/gmo-labeling-bill-genetically-modified-food_n_3325972.html. L’articolo fa notare che l’obbligo di etichettare vale per oltre 3000 ingredienti ma non per gli OGM, il che impedisce a chi vuole evitarli di distinguerli all’atto dell’acquisto. Vengono citati a difesa della ricerca OGM gli sforzi della Fondazione Gates per fornire cibo ai paesi poveri (più promessa che realizzata), ma non è chiaro come l’obbligo di etichettare i prodotti transgenici possa compromettere tale obiettivo. La ragione poggia ancora sulla vecchia pretesa FDA che il contenuto di questi ingredienti (OGM) non differisce “materialmente” da quello dei loro corrispondenti convenzionali, ma la protesta negli USA si sta facendo grossa, e nel prossimo futuro è prevedibile che la lobby degli OGM dovrà rassegnarsi. E in Europa?

    Conclusioni
    Nel concludere questo breve e incompleto elenco di avvenimenti che hanno costellato la pur breve storia degli OGM, mi sono ricordato “Andromeda”, il primo romanzo di Michael Crichton, in cui l’autore aveva immaginato il sopraggiungere d’una crisi biologica, causata da un batterio killer proveniente dagli strati esterni dell’atmosfera. Chrichton constatava che tutte le crisi un po’ s’assomigliano, perché sono la conseguenza di un mix di intuizioni e di cecità, che viste in retrospettiva erano prevedibili. Le crisi sono causate dagli uomini, che davanti all’emergenza si comportano con i loro pregiudizi e le predisposizioni che manifestano nell’affrontare i problemi ordinari. Anche nel caso OGM, come in Andromeda, non era mai esistita una crisi biologica. Anche qui le autorità sanitarie hanno riconosciuto il pericolo ma, a differenza di quanto avviene in Andromeda, invece di agire con tempestività sulla causa, una volta identificata, hanno tentato in ogni modo di camuffarla.
    Jeffrey Smith afferma che, se oggi venisse introdotto per la prima volta lo L-triptofano contaminato della Showa Denko, supererebbe facilmente i test attualmente in vigore alla FDA. E non va dimenticato che l’azienda giapponese monitorava giornalmente le impurità nei bagni di fermentazione, il cui livello rientrava nei limiti del regolamento della FDA.
    Nonostante la gravità dell’epidemia occorsero anni per accorgersi che molti dei casi inspiegabili che precedettero il manifestarsi della crisi convergevano verso l’epidemia di EMS, e mesi per scoprirne la provenienza. Il punto nodale dell’intera questione è rappresentato dalla gravità della crisi che si manifestò nel 1989. Se, fa notare Jeffrey Smith a titolo di esempio, gli integratori contaminati avessero causato patologie note, come ad esempio l’asma, oppure tumori verificatisi dopo anni, magari molti anni, oppure demenza senile in persone le cui madri avevano assunto quel triptofano durante la gravidanza, non vi sarebbe stato modo di collegare l’effetto con la causa.
    (L. R B. Mann, D. Straton, and W. E. Crist, “The Thalidomide of Genetic Engineering”, GE issue of Soil &Health (New Zealand), August 1999
    In Gran Bretagna è stata approvata una vitamina B-2 derivata da OGM, dopo aver verificato che non conteneva contaminanti entro il limite dello 0,1% (limite obbligatorio per legge), ma il contaminante mortale della Showa Denko era presente in quantità dieci volte inferiori, e anche in questo caso avrebbe passato i test.
    Per usare le parole di Stephen Naylor della Mayo Clinic, in Arizona, la clinica dove per primi si accorsero dell’epidemia di EMS, «la quantità di contaminanti nello L-triptofano tossico era estremamente piccola, e occorrerebbe una strumentazione assai sofisticata e molto lavoro per rilevarne la presenza.»
    Questo porta alla vera questione: l’antieconomicità di test adeguati, e ciò spiega forse l’avversione della FDA (e dell’EFSA) a modificare le procedure attuali, comunque palesemente insufficienti a rilevare contaminanti letali in quantità non rilevabili con le attuali procedure.
    Da qui la perentoria richiesta degli scienziati del PSRAST (Physicians and Scientists for Responsible Application of Science and Technology): gli OGM possono produrre tossine non rilevabili con i normali strumenti di controllo, che sono insufficienti e inadeguati. Pertanto gli OGM vanno ritirati dal commercio perché l’eventuale presenza di contaminanti tossici in grado di scatenare patologie di lungo periodo non sarebbe rilevabile; in attesa che si attuino leggi che mettano fuori legge gli OGM, questi devono essere immediatamente resi riconoscibili, quindi etichettati i prodotti che li contengono; e non solo i cibi a base di OGM, ma anche le carni di animali nutriti con mangimi completamente o parzialmente composti di OGM devono essere rese riconoscibili.
    Concludono gli scienziati del PSRAST che vista la possibilità che metabolismi cellulari modificati possano produrre tossine non rilevabili, se non si procederà al ritiro degli OGM dal mercato è solo questione di tempo prima che un’altra crisi epidemica, di proporzioni anche maggiori di quella del 1989, faccia la sua comparsa in un ambito globalizzato, dove l’assenza di etichettatura e l’incosciente leggerezza con cui le autorità sanitarie di molti paesi rilasciano le autorizzazioni renderà ancor più difficile la tracciabilità e l’identificazione delle cause.

    Mario Giacompolli

    (il presente articolo è in corso di pubblicazione (a puntate) nella Newsletter di Acli Anni Verdi Milano, ai siti:
    http://anniverdi.aclimilano.com/wp-content/uploads/2013/01/Nl-agricola-febbraio-20132.pdf
    http://anniverdi.aclimilano.com/wp-content/uploads/2013/01/De-Rerum-Natura-Agricola-Aprile1.pdf