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Olio di palma senza deforestazione, più facile dirlo che farlo. Uno studio dell’Imperial College London

palm oil treeGarantire che un prodotto a base di olio di palma sia assolutamente deforestation-free, cioè la sua provenienza da piantagioni di palma da olio che non hanno comportato alcuna deforestazione, è problematico. Lo sostiene uno studio condotto da ricercatori dell’Imperial College London e pubblicato dalla rivista Global Environmental Change. Lo studio identifica i maggiori ostacoli affrontati dalle aziende per garantire che i prodotti etichettati come deforestation-free siano stati effettivamente prodotti senza causare deforestazione. I problemi riguardano  la presenza di fileire di approvvigionamento complesse caratterizzate da scambi molteplici, sostegno insufficiente da parte dei governi locali, crescita dei mercati in India e Cina, dove si preferiscono i prodotti a basso costo rispetto a quelli ottenuti in modo sostenibile, mancanza di consenso sul concetto di deforestazione.

Ad esempio la certificazione della Tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile (RSPO) mira a proteggere la foresta vergine e quella ad “alto valore di conservazione”, ma non copre le foreste secondarie, quelle che sono state tagliate o che sono ricresciute dopo il taglio. Queste foreste possono ancora apportare validi contributi agli obiettivi di conservazione della natura, ma l’attuale standard RSPO non le protegge dalla conversione in piantagioni di olio di palma. Quindi, afferma lo studio, anche se la certificazione RSPO ha mostrato di ridurre la perdita di foreste vergini, non garantisce che l’olio di palma sia deforestation-free.

Secondo Andrew Knight, uno degli autori della ricerca, la tattica utilizzata dalle Ong di svergognare pubblicamente le aziende per costringerle ad assumere impegni contro la deforestazione ha funzionato in passato, ma ora non sembra più adeguata a risolvere i problemi che impediscono l’attuazione degli impegni assunti. La proposta dei ricercatori dell’Imperial College London è di passare a un approccio più collaborativo e di supporto alla comprensione delle catene di approvvigionamento, delle persone e delle aziende. Solo in questo modo, sostengono, potranno essere sviluppate strategie più efficaci, basate su una certificazione costruita in modo approfondito e su una regolamentazione dei governi più forte, capaci di rendere più probabile il rallentamento della deforestazione di questi ecosistemi così importanti e vulnerabili.

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  Beniamino Bonardi

Beniamino Bonardi

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4 Commenti

  1. A mio parere, una regolazione indiretta dello sviluppo selvaggio di queste colture estensive, si potrebbe ottenere con l’applicazione di un’imposta simile alla Carbon Tax sull’impatto ecologico di queste attività invasive come si fa’ in altri settori.
    Imposte da impiegare a carico di ogni paese interessato per risarcire, controllare capillarmente le attività, gli addetti ed i prodotti ricavati, in modo da garantire istituzionalmente la qualità delle colture e della gestione delle imprese autorizzate e certificate.
    Non che questo non debba già essere fatto, ma se ci fosse un ritorno diretto per le casse pubbliche da reinvestire, piuttosto che probabili e possibili tangenti corruttive di qualche funzionario pubblico statale, potrebbe anche funzionare come deterrente per gli eccessi speculativi ed i maltrattamenti alle persone, animali ed ambiente.

    • gli “animali” sono molto più intelligenti di noi umani … che ci crediamo i padroni del mondo .. ma non siamo nessuno in confronto agli “animali” …. GRANDE ORANGO

  2. non bastava l’atomica il nucleare .. ora ci si mette anche la deforestazione … possibile che non ci si rende conto che STIAMO DISTRUGGENDO LA “NOSTRA CASA” senza possibilità di ritorno? FACCIAMO ATTENZIONE A QUELLO CHE ACQUISTIAMO dalla loro provenienza e dai loro contenuti

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