Molti italiani non lo sanno, ma quando comprano in pescheria oppure ordinano al ristorante verdesca, smeriglio, spinarolo, palombo, gattuccio, mako (ma anche, a seconda delle regioni, can bianco, cagneto, missola, pallouna, nizza, stera, cagnolo, penna, vitello di mare, gattuccio… ) in realtà scelgono sempre la stessa cosa: carne di squalo. E ne vanno letteralmente pazzi, se è vero che il nostro Paese è il quarto maggior importatore di prodotti di squalo al mondo, dopo Spagna, Corea e Hong Kong e siamo i maggiori consumatori europei. Secondo la Shark Alliance, federazione  che raccoglie oltre 100 tra associazioni ambientaliste e di ricerca di tutta Europa impegnate nella difesa degli squaliformi, nel 2006 l’Italia ha importato più di 13mila tonnellate di prodotti di squalo (80% congelato) di diverse specie, ma anche spinaroli e gattucci freschi refrigerati, da più di 35 Paesi molti dei quali  appartenenti all’Unione Europea.

La carne di squalo venduta inItalia proviene per lo più dalla Spagna (45% di tutte le catture dell’Ue), le altre provengono da: Vietnam, Francia e Regno Unito. A fianco della pesca tradizionale ci sono però pescatori che praticano il finning, cioè il taglio delle pinne dall’animale vivo, seguito dall’abbandono dello squalo agonizzante. Si tratta di una modalità vietata ma molto in auge in Asia per via delle caratteristiche nutritive “particolari ” attribuite dalla tradizione culinaria alle pinne di squalo. Per porre fine a una situazione che sta mettendo in serio pericolo il 42% delle oltre 40 specie del Mediterraneo (calcolo fatto dall’International Unione for the Conservation of the Nature), Shark Alliance lancia la quinta settimana europea dello squalo, dal 15 al 23 ottobre, finalizzata alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica. In questi giorni in 16 paesi europei saranno lanciate iniziative, petizioni, raccolte di firme per fare pressione sul Parlamento e la Commissione Europea affinché facciano molto di più di quanto hanno realizzato finora.

squalo smeriglioAttualmente la pesca mirata agli squali non è soggetta a limiti di catture. Il risultato è che per alcune specie l’estinzione è prossima: negli ultimi 50 anni, per esempio, il numero di specie presenti in Adriatico e nel Golfo di Lione si è dimezzato, mentre le popolazioni di squalo volpe, squalo martello, smeriglio, mako e verdesca hanno subito un calo del 98%. Due anni fa l’Unione Europea si è dotata di un Piano d’Azione  che ha leggermente migliorato la situazione, ma secondo molti gran parte dei buoni propositi è rimasta sulla carta, ed è evidente che molto resta da fare.

Anche sul finning ci sono ampi margini di miglioramento: nonostante l’attuale regolamento europeo vieti la rimozione delle pinne di squalo in mare, una deroga consente agli Stati membri di fornire ai pescatori dei permessi speciali per rimuovere le pinne a bordo delle navi, purché il rapporto fra le pinne di squalo e tutto il peso del pescato non superi il 5%. Si tratta di un rapporto superiore a quello concesso da altri paesi, che lascia spazio a scappatoie quali, per esempio, lo sbarco di pinne e carcasse in porti diversi. Anche per questo motivo la Germania e il Regno Unito hanno recentemente bloccato il rilascio dei permessi, ma Spagna e Portogallo continuano a concederli alla maggior parte dei pescatori.

Nella settimana del 2010 Shark Alliance ha raccolto oltre 34mila tra cartoline, email e altro per chiedere ulteriori sforzi e ottenere il divieto assoluto di rimozione delle pinne di squalo in mare, senza alcuna eccezione, per stabilire limiti alla cattura  basati sulle raccomandazioni scientifiche, secondo un approccio precauzionale, e per ottenere la protezione delle specie minacciate.

La storia di queste mobilitazioni dimostra che la pressione dell’opinione pubblica funziona, e che una forma a volte può davvero cambiare le cose. Come del resto lo possono i comportamenti individuali: pensiamoci, prima di ordinare o acquistare un certo tipo di pesce al ristora.

Agnese Codignola

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