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Integratori al mirtillo? Secondo Altroconsumo è meglio il succo. Replica di Federsalus e parere di Renato Bruni dell`Università di Parma

Indagine shock di Altroconsumo sugli integratori a base di mirtillo, che promettono benefici alla vista e alla circolazione e mirabolanti proprietà antiossidanti grazie alle antocianine (sostanze appartenenti al gruppo dei flavonoidi contenute nella buccia e responsabili del colore blu). Ebbene, sorpresa: molti dei prodotti presi in considerazione hanno un contenuto davvero basso di antocianine, molto inferiore rispetto a quello presente nei succhi 100% frutta, che tra l’altro hanno un costo assai più contenuto.

Facciamo un esempio: la bottiglietta da 125 ml di Zuegg frutta viva al gusto di mirtillo selvatico contiene 139 mg di antocianine e costa 0,75 € (sempre calcolato sulla singola dose). Le capsule di LongLife mirtillo nero ne contiene 72 mg per ogni dose consigliata (2-4 capsule) e costa di 1,44 €. In alcuni integratori non si è trovata nemmeno l’ombra del mirtillo, ma la presenza di vegetali analoghi non sempre bene identificati.

Morale della favola: meglio un semplice succo di frutta che una pasticca. Tanto più che anche i due medicinali veri e propri a base di mirtillo che il test ha considerato (uno dei quali vendibile solo dietro prescrizione) apportano dai 133 ai 115 mg di antocianine al giorno per dose consigliata (sempre meno di un succo di frutta). L’osservazione sembrerebbe dunque confermare ancora una volta quello che medici e nutrizionisti non si stancano di ripeterci: gli antiossidanti sono efficaci se consumati all’interno del loro “ambiente naturale” cioè la frutta e la verdura.

L’articolo non si limita a denunciare la debolezza di alcuni degli integratori, ma pone dubbi sull’effettivo beneficio delle antocianine per la vista e la circolazione. Attraverso un’intervista a Laura Rossi, biologa nutrizionista dell’Inran, Altroconsumo afferma che il legame tra consumo di mirtillo e benefici per la salute è ancora controverso.

Sono state queste ultime affermazioni a indurre la risposta di FederSalus, (Federazione nazionale produttori prodotti salutistici), che in una nota ha bollato l’inchiesta come tendenziosa, difendendo l’utilità degli integratori al mirtillo: «La tesi secondo cui gli integratori alimentari sono inutili in quanto non hanno alcun comprovato effetto nutrizionale e/o fisiologico contrasta con le verifiche condotte da una autorità scientifica super partes qual è l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che di recente ha valutato scientificamente una lista di sostanze-effetti presenti in alimenti e integratori, dando parere positivo proprio sulla scorta di evidenze scientifiche».

FederSalus sottolinea come: «Negli articoli viene proposta a più riprese, anche con il supporto del parere della biologa nutrizionista Laura Rossi, la tesi che non esista una correlazione dimostrata tra assunzione di supplementi di mirtillo e benefici alla vista. Tale affermazione appare incongrua alla luce di un dibattito scientifico che sul punto è particolarmente ricco, vivace e tutt’altro che esaurito, come dimostra la bibliografia di cui dispone FederSalus: 60 studi di primaria importanza sugli effetti del Vaccinium mytillus pubblicati tra il 2001 e il 2008».

Renato Bruni, docente presso il corso di laurea in Scienze farmaceutiche applicate dell’Università di Parma e autore del blog “Herba volant”,  propone una chiave di lettura molto ineressante per spiegare la clamorosa supremazia dei succhi sulle capsule. “Questi dati, purtroppo, non devono stupire più di tanto e sono lo specchio di un settore sopravvalutato per esigenze commerciali. Giusto tre mesi or sono è andata alle stampe una revisione della letteratura disponibile sulla qualità dei nutraceuti, ovvero sono stati raccolti in un’unica pubblicazione i dati relativi a circa 25 tipologie di integratori alimentari o loro ingredienti venduti all’ingrosso, pari a oltre 600 distinti prodotti commerciali. La percentuale di compresse, capsule e sciroppi che mantenevano al loro interno le quantità di principio attivo dichiarate in etichetta è risultata essere il 33%. Davvero pochino, la qualità media in commercio è ben più che deficitaria”.

Analizzando nel dettaglio gli ingredienti di origine vegetale più comunemente presenti negli integratori alimentari, Bruni riporta i risultati deludenti di carotenoidi (come luteina, zeaxantina e licopene), acidi grassi polinsaturi, procianidine e isoflavoni. Si salvano, invece, i prodotti a base di melatonina che hanno quasi sempre una buona qualità, “probabilmente perchè questa molecola è abbastanza stabile anche in forma isolata”.

Già, perché il grosso problema di tutte queste sostanze è la degradazione progressiva che si registra con il passare del tempo.  Per restare al caso del mirtillo: “Le antocianine sono molecole non particolarmente stabili e tendono a degradarsi abbastanza rapidamente nel tempo, soprattutto in assenza di un sistema “tampone” che le mantenga intatte. Stanno meglio a pH acidi come quelli dei succhi e se isolate e poste in ambiente secco risentono moltissimo dell’umidità sebbene, va detto, la loro degradazione porti spesso ad ottenere molecole diverse, ma comunque altamente antiossidanti. A tale proposito, sarebbe stato interessante se nello studio di Altroconsumo fosse stato abbinato anche un ulteriore dato a riguardo, per capire se anche la capacità antiossidante dei prodotti era diversa o correlata al contenuto in antociani. Il succo di mirtillo è quindi capace di mantenere più stabili le antocianine rispetto ad un estratto secco inserito in una compressa ed a sua volta perde qualcosa nel confronto con il frutto fresco”

Ma questa non è l’unica risposta, avverte Bruni. La causa della scarsa presenza di antocianine negli integratori al mirtillo rispetto ai succhi è imputabile anche ai diversi tempi di produzione, come spiega: “Le fabbriche di succhi e nettari di frutta lavorano in modo abbastanza semplice: acquistano la frutta, la lavorano, imbottigliano il prodotto e lo mettono in vendita con una data di scadenza, magari terzializzando l’imbottigliamento se non vogliono investire in una linea di confezione (quelle in asettico tipiche dei succhi freschi senza conservanti costano un sacco di soldi). Dal momento della frullatura dei mirtilli a quello dell’imbottigliamento il tempo è breve e, se la data di scadenza è posta dopo un anno, significa che al momento della scadenza sarà effettivamente trascorso circa un anno dalla spremitura. Pochissime aziende di integratori alimentari invece producono tutto in casa, dalla pianta alla compressa, per questioni di sostenibilità economica. Molte se non tutte acquistano da terzi gli estratti di mirtillo, che a loro volta li producono partendo da mirtillo essiccato e non fresco – acquistato da altri ancora – e li usano come ingredienti nelle loro formulazioni, alle quali applicano poi una data di scadenza.

Questi multipli passaggi di mano implicano che qualora le compresse abbiano un’ipotetica data di scadenza di un anno, il mirtillo che contengono con ogni probabilità viene da un frutto essiccato anche due, tre, quattro anni prima, dal quale è stato ottenuto un estratto liofilizzato o un estratto secco poi stoccato in modi e per tempi assai variabili. Tutti questi fattori possono determinare grosse differenze tra i lotti di produzione. Il diverso tempo trascorso dal processamento della droga vegetale al suo consumo ed il diverso tipo di materia prima impiegata (fresco contro essiccato) contribuiscono quindi a cambiare il contenuto di antociani e con ogni probabilità contribuiscono a determinare le differenze riscontrate tra compresse e succhi da Altroconsumo”.

Stefania Cecchetti

 

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