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La Francia vieta per gli alimenti vegetariani e vegani denominazioni tipiche della carne, come “spezzatino di soia” o “scaloppine di seitan”

wurstel vegani vegetarianiIn Francia gli alimenti vegetariani e vegani non potranno più utilizzare termini tradizionalmente utilizzati per la carne, come bistecca, hamburger o salsiccia, perché ritenuti fuorvianti per i consumatori. Lo stabilisce un emendamento approvato dall’Assemblea nazionale francese, proposto dal deputato Jean Baptiste Moreau, del movimento del presidente Macron, La République En Marche, e di professione allevatore. Ora spetterà al Ministro dell’agricoltura stabilire quali saranno le denominazioni vietate.

L’emendamento si inserisce nella logica della sentenza della Corte di giustizia europea del 14 giugno 2017, che ha ribadito il divieto di usare termini come “latte di soia” e “formaggio vegano”, perché le denominazioni utilizzate per i prodotti a base di  latte non possono essere utilizzate per indicare alimenti puramente vegetali. In realtà, come aveva spiegato Roberto Pinton su Il Fatto Alimentare, la sentenza della Corte di giustizia europea non ha detto nulla di nuovo, se non ricordare quanto disposto dal regolamento europeo 1308/2013. In base a questa norma in Europa, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, nessuna impresa può denominare il suo prodotto “latte di soia”, “latte di riso” o “latte di avena”: la dizione consentita è soltanto “bevanda di soia”, “bevanda di riso” o “bevanda di avena”.

spaghetti with soy ragout, vegetarian pasta
La Francia vieta di usare denominazioni tipiche della carne per alimenti vegetariani e vegani, come “ragù di soia”

Una posizione analoga a quella francese era stata sostenuta nell’autunno 2016 da due eurodeputati italiani, Paolo De Castro e Giovanni La Via attraverso un’interrogazione alla Commissione europea affinché predisponesse “una normativa europea in grado di salvaguardare determinate denominazioni riferibili a prodotti a base di carne, come peraltro avviene per i prodotti lattiero-caseari”. La Commissione aveva risposto di non aver intenzione di predisporre una normativa di questo tipo per la carne, “ritenendo che le disposizioni applicabili offrono una base giuridica sufficiente per tutelare i consumatori da indicazioni ingannevoli”.

Di fronte all’iniziativa del parlamento francese, molti hanno sollevato obiezioni analoghe a quella di Roberto Pinton, secondo il quale «uno “spezzatino di soia”, un “würstel di salmone” (ma, a ben vedere, anche di pollo e/o tacchino), un “ragù di pesce”, una “polpetta vegetariana”, un “medaglione vegano” o delle “fettine di seitan” non traggono in inganno (a quanto sembra, questa è la maggior preoccupazione di un’industria della carne insolitamente altruista) né turbano il mercato: difficile pensare che chi sceglie uno “spezzatino di soia”, se lo vedesse denominato “preparazione di soia”, lo lascerebbe sullo scaffale per buttarsi sull’analogo carnivoro o su del girello di spalla…».

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  Beniamino Bonardi

Beniamino Bonardi

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10 Commenti

  1. ma che bistecca può essere il seitan? o la soia come fa a essere il latte? ottima la legge.

  2. Ribadisco il concetto per me dirimente, al di là delle contese molto conflittuali per il solo interesse della propria categoria.
    Il termine latte, budino, panna, crema, yogurt, bistecca, spezzatino, wurstel, salame, ragù, fettine, formaggio, hamburger, mozzarella, pasta, ecc. ecc.. rappresentano ed indicano esclusivamente la FORMA-FUNZIONE dell’alimento e non la composizione della ricetta, che può essere molto diversa e variabile in base agli ingredienti ed ai processi produttivi impiegati par realizzarlo.
    La FORMA è l’aspetto formale di presentazione: liquido, cremoso, denso, solido ed anche: montato, gelatinoso, impastato, fermentato, affettato, mozzato, formato, sformato, compresso, macinato, ecc.. ecc..
    La FUNZIONE è relativa all’uso previsto dell’alimento come bevanda/alimento bevibile, crema/gelatina da cucchiaio, alimento solido da tagliare e mangiare con coltello e forchetta, o direttamente con le mani per i più affamati , gli stuzzicadenti per piccoli tranci, bocconi e bocconcini, le bacchette per gli asiatici…
    Mentre il nome completo dell’alimento identifica la ricetta e caratterizza esattamente l’alimento:
    latte di vacca/capra/pecora/cammello/asina/soia/mandorla/riso/avena.., budino o yogurt di latte di vacca/capra/soia/riso/mandorla.., wurstel di suino/bovino/pollo/tacchino/soia/ceci/pesce/…, formaggio di vacca/pecora/capra/soia/ceci/riso…, spezzatino di carne bovina/suina/pollo/tacchino/soia…ecc…ecc..
    Anche negli USA la FDA, unica istituzione titolata a decidere sui termini consentiti per identificare prodotti simili ma con differenti ingredienti caratterizzanti l’alimento ed anche la giurisprudenza prevalente, non impone la distinzione terminologica che i produttori lattiero-caseari o delle carni vorrebbero in uso esclusivo solo per i propri alimenti, in nome di ragioni strumentali ed insostenibili alla prova legale, ma anche logica e razionale.
    https://www.foodnavigator-usa.com/Article/2018/04/26/FDA-commissioner-weighs-into-plant-based-milk-debate?utm_source=newsletter_daily&utm_medium=email&utm_campaign=26-Apr-2018&c=paq%2FhUSHbEEzsMIiJzveeg%3D%3D&p2=

    • Se copi , ma vuoi fare il diverso hai già perso in partenza . Culturalmente.
      Il tuo ragionamento è accettabile formalmente ( appunto), ma se un vegano ha la necessità di chiamare spezzatino di tofu un alimento è segno che non ha valori , non ha una identità , ma è solo un bastian contrario ( poco colto e poco fra l’altro). Avrebbe molto più senso e VALORE se lo chiamassero” astrulifio” di tofu.

    • Il linguaggio è la rappresentazione fedele del concetto comunicato ed indicare del tofu spezzettato con “spezzatino di tofu” è la forma lessicale più corretta che potremmo usare, come anche un dolce a forma di salame ma fatto di cioccolato, è lecito e corretto chiamarlo “salame di cioccolato”.
      Basta specificare per non ingannare nessuno.
      Sulla culturara dei vegani non generalizzerei così banalmente, perché di fondo c’è una rispettabile sensibilità, anche se poco tollerante in generale ed aggressiva in qualche caso, ma comunque degna di rispetto delle altrui convinzioni, quando reciprocamente rispettose.

  3. E il “salame di cioccolato”? Io lo vieterei subito! Come fa un salame a essere di cioccolato?
    E abolirei anche il termine “uovo di cioccolato”, ché in primavera mi è capitato spesso di acquistarlo, convinto di potermi fare una bella frittata, e di scoprire, dopo averlo messo in padella, che non era di gallina!
    E vieterei anche la denominazione “wurstel di pollo”, che la salsiccia, da che mondo è mondo, è solo di maiale…
    Via tutti questi nomi, che creano confusione!

    • La prendo con ironia alla quale aggiungo un po’ della mia, anche se estrema ed applicata ad altri soggetti meno commestibili: testa di rapa o altra peggiore denominazione d’origine impropria, quell’uomo è un pezzo di pane, sei proprio un salame, è una situazione fluida, oppure liquidità finanziaria, ecc..
      Tutte improprietà dialettiche, ma che complete nella descrizione con tanto di forma e funzione, non traggono in inganno nessuno ma rendono chiaramente l’idea di cosa o di chi stiamo parlando.

  4. alberto macconi

    allora non va neanche il salame di cioccolata….?
    io penso che leggere “würstel di soia” ed in più la relativa indicazione degli ingredienti mi renda abbastanza chiaro di che cosa sia fatto un tale alimento. La denominazione di würstel (ad esempio) è indicazione di una forma, come potrebbe essere un indicazione di un taglio nell’indicazione di bistecca di soia.
    Nella denominazione poi si specifica di che è fatto…..non vedo dove potrebbe stare l’inganno….

  5. è giusto cos’ì non ha senso chiamare dei piatti cos’ì quando non c’è traccia di carne !

    • Mi permetto di obiettare sulla giustezza, che è giusta solo quando la è per tutti e non solo per alcuni in nome di convenzioni esclusive ed improprie.

    • Alessandro Gabba

      Se fossi in lei mi preoccuperei di più per prosciuttopoli…