Polli allevamento

Mentre diversi Paesi affrontano nuovi focolai legati alle uova, uno studio mostra come l’espansione dell’allevamento industriale di polli abbia favorito la diffusione e l’adattamento di Campylobacter.

Quella che sta per finire è stata anche l’estate delle uova contaminate da patogeni e ritirate dal mercato. Negli Stati Uniti, questa sorte è toccata a oltre 19 milioni di uova, perché una contaminazione da Salmonella ha provocato un centinaio di casi di salmonellosi, con 26 ricoveri in 17 Stati. E poco dopo «anche il Regno Unito, tramite la UK Health Security Agency (UKHSA), ha segnalato un focolaio nazionale (259 i casi registrati al 25 agosto, scatenati, si sospetta, da uova importate), anche se per il momento non ci sono stati ritiri massicci. Nel frattempo, le infezioni in Belgio sono già più di trecento.

Le ennesime crisi delle uova hanno mostrato ancora una volta quanto gli allevamenti intensivi di pollame siano pericolosi, per la diffusione di infezioni potenzialmente anche molto gravi. E ora un grande studio incentrato su un altro importante patogeno, il Campylobacter jejuni, spiega come esso abbia trovato condizioni ideali negli allevamenti e come questo ne abbia favorito la diffusione e l’acquisizione di caratteristiche genetiche utili ad adattarsi alle condizioni particolari dell’allevamento, comprese quelle legate alla resistenza agli antibiotici.

Batteri disegnati su gusci d'uovo; concept: salmonella
Nel corso dell’estate, diversi Paesi hanno registrato grossi focolai di salmonellosi legati al consumo di uova

Polli e allevamenti intensivi: lo studio

I ricercatori dell’INEOS dell’Università di Oxford, nel Regno Unito, hanno voluto analizzare la storia del Campylobacter jejuni, batterio tipicamente presente nel pollame, che nel Regno Unito provoca da solo oltre 3,5 volte il numero di casi di gastroenterite rispetto a tutti gli altri batteri di origine alimentare monitorati messi insieme. Nello specifico hanno verificato come è cambiata la situazione in decine di Paesi nel passaggio a un tipo di allevamento industriale intensivo, rispetto a quando queste modalità non esistevano o erano eccezioni. Come illustrato su PNAS per farlo si sono avvalsi dei dati relativi a 30 Paesi (tra i quali, oltre al Regno Unito anche gli USA) per il periodo compreso tra il 1979 e il 2024, e hanno messo a confronto quasi 2.800 genomi sequenziati nel tempo sia nel pollame che in uccelli selvatici.

Come gli allevamenti hanno favorito i patogeni

Il primo dato emerso, che dà l’idea di quanto il cambiamento sia stato deleterio, da questo punto vista, è netto: con l’espansione dell’allevamento industriale, i movimenti di ceppi di Campylobacter tra pollame allevato e uccelli selvatici sono aumentati di oltre cento volte, come si vede dall’evoluzione dei genomi. L’entità dell’incremento non dovrebbe però stupire: dagli anni Sessanta a oggi il numero di polli allevati nel mondo è cresciuto di sette volte, fino ad arrivare all’attuale numero iperbolico di 31 miliardi di esemplari circa, che attualmente rappresentano circa il 70% dell’intera biomassa dei volatili presenti sulla Terra. L’aumento ha significato molto per milioni di persone, perché ha garantito a milioni di persone l’accesso a proteine animali a prezzi più accessibili. Ma ha anche rappresentato una condizione quasi ideale per i batteri patogeni, che negli allevamenti hanno trovato un ambiente favorevole, adattandosi per crescere al meglio in quelle condizioni relativamente stabili.

Polli in un allevamento intensivo; concept: allevamenti
Dagli anni Sessanta a oggi il numero di polli allevati nel mondo è cresciuto di sette volte, fino ad arrivare a 31 miliardi di esemplari

Lo si vede dai geni: i ricercatori hanno identificato decine di cambiamenti, compresi numerosi geni coinvolti nella resistenza agli antibiotici, nello stress ossidativo, nell’assorbimento di alcuni elementi come i metalli, nel miglioramento della motilità e in tutto ciò che poteva renderli perfetti per vivere nei capannoni con migliaia di capi. Questi ultimi, secondo la definizione di uno dei responsabili dello studio, Sam Sheppard, genetista evoluzionistico di Oxford, hanno agito come spugne, assorbendo i batteri provenienti dagli uccelli selvatici e trattenendoli. Quando le popolazioni di polli raggiungono dimensioni sufficientemente grandi, i ceppi provenienti dagli uccelli selvatici possono diventare autosufficienti nelle popolazioni allevate, anche se inizialmente poco adattati al nuovo ospite. E questo è esattamente ciò che è accaduto con il Campylobacter.

Il problema della resistenza agli antibiotici

Secondo uno studio precedente dello stesso gruppo, nella regione di Oxford, l’80% delle infezioni da Campylobacter è associato alla carne di pollo, e molti dei ceppi coinvolti sono resistenti agli antibiotici.

La diffusione degli allevamenti intensivi ha quindi rimodellato le nicchie ecologiche delle popolazioni selvatiche e di quelle del pollame allevato, favorendo anche varianti più adatte a sopravvivere e diffondersi in questi ambienti. La situazione attuale è sempre più critica, come dimostrano i numerosi focolai infettivi registrati in diversi Paesi, e non è destinata a migliorare fino a quando tutta la filiera non sarà ripensata, a cominciare dall’utilizzo sconsiderato degli antibiotici fino alle condizioni di allevamento.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos

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