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“Poco sale ma iodato” migliorano le abitudini degli italiani monitorate dal progetto “sorveglianza Passi”

sale sodio

Dal 2006 esiste il progetto “sorveglianza Passi” (Progressi delle aziende sanitarie per la salute in Italia), del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute (Cnesps) dell’Istituto superiore di sanità, che monitora lo stato di salute della popolazione adulta italiana. Passi nasce dall’esigenza di verificare il raggiungimento degli obiettivi di salute fissati dai Piani sanitari nazionali e regionali e di contribuire alla valutazione del Piano nazionale della prevenzione. L’indagine raccoglie, in continuo e attraverso indagini campionarie, informazioni sulla popolazione italiana adulta (18-69 anni) sugli stili di vita e fattori di rischio comportamentali connessi all’insorgenza delle malattie croniche non trasmissibili e sul grado di conoscenza e adesione ai programmi di intervento che il Paese sta realizzando per la loro prevenzione.

I temi indagati sono il fumo, l’inattività fisica, l’eccesso ponderale, il consumo di alcol, la dieta povera di frutta e verdura, ma anche il controllo del rischio cardiovascolare, l’adesione agli screening oncologici e l’adozione di misure sicurezza per la prevenzione degli incidenti stradali, o in ambienti di vita di lavoro, lo stato di benessere fisico e psicologico, e ancora alcuni aspetti inerenti la qualità della vita connessa alla salute.

Tra questi anche il consumo di sale è un tema della sorveglianza Passi. I dati relativi al quadriennio 2016-2019 mettono in evidenza che la gran parte della popolazione italiana abbia compreso l’importanza dell’utilizzo del sale iodato per la prevenzione dei disordini da carenza iodica. Su oltre 130mila persone intervistate, ben il 71% fa uso di sale iodato, percentuale vicina all’85-90% raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Le analisi su un campione rappresentativo di bambini in età scolare, hanno confermato il raggiungimento della iodosufficienza nel nostro Paese stabile nel tempo e la progressiva scomparsa del gozzo in età scolare in tutte le Regioni. Questi risultati dovranno essere monitorati con attenzione per consentire una riduzione della frequenza delle patologie correlate alla carenza di iodio (gozzo, noduli, ipotiroidismo congenito, tumori tiroidei più aggressivi).

La popolazione sembra ormai sensibilizzata all’utilizzo di “poco sale ma iodato”, confermando la consapevolezza della possibilità di attuare simultaneamente la prevenzione delle malattie legate all’eccessivo introito di sodio e di quelle legate ad una carente nutrizione iodica.

sale
Il monitoraggio del progetto “sorveglianza Passi” sul consumo di sale in Italia

Vi sono anche delle criticità evidenziate dal monitoraggio: le analisi hanno mostrato un gradiente geografico del consumo di sale iodato, con maggior utilizzo al Nord rispetto al Centro e al Sud del Paese, e anche un gradiente sociale che vede un maggior utilizzo di sale iodato tra le persone più avvantaggiate in termini di risorse economiche e di istruzione. L’eliminazione di tali diseguaglianze dovrà essere un obiettivo primario.

A conferma di un miglioramento nelle abitudini degli italiani, anche una più recente indagine italiana secondo la quale l’apporto di sale con l’alimentazione nel nostro Paese si è ridotto in modo significativo in meno di 10 anni: del 13% per le donne e del 12% per gli uomini, indipendentemente da età, indice di massa corporea e altri fattori potenzialmente confondenti. Lo studio, che ha coinvolto circa 1.900 persone di 35-74 anni residenti in 10 regioni tra il 2008 e il 2012 e poco meno di 2.000 tra il 2018 e il 2019, è basato sulla determinazione del sodio escreto con le urine nell’arco delle 24 ore.

I livelli medi di consumo più recenti (9,5 g/die per gli uomini e 7,2 g/die per le donne) sono comunque ancora superiori rispetto ai valori auspicati dall’Oms come obiettivo del Global action plan 2013-2020, che raccomanda un consumo giornaliero di sale inferiore ai 5 grammi, corrispondenti a circa 2 grammi al giorno di sodio.

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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