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I PFA a catena corta sono ovunque: imballaggi, utensili, cosmetici, ecc. Sostituiscono altre sostanze pericolose ma non è provata la loro sicurezza

Soft drinks in plastic cups
I PFA a catena lunga sono praticamente eterni e si ritrovano nel corpo di chiunque col rischio dell’accumulo

È corretto, in assenza di prove inconfutabili, considerare sicure sostanze che sono “cugine” di altre già bandite per il loro impatto ambientale e per i legami dimostrati con molte patologie dell’uomo tra le quali cancro, diabete, malattie del sistema immunitario e di quello endocrino-riproduttivo? Questa la domanda provocatoria contenuta in un articolo pubblicato su Environmental Health Perspectives che riassume lo stato dell’arte su una classe di composti chimici contenenti fluoro, chiamati PFA (da poly- e perfluoroalchili) di cui oltre 200 esperti di 40 paesi hanno di recente chiesto, in un documento chiamato Manifesto di Madrid, severe limitazioni, in attesa di dati certi. Ecco, in breve, i fatti.

 

Più di 60 anni fa fanno il loro ingresso nel mercato i PFA a catena lunga: composti miracolosi, che conferiscono ai materiali una resistenza all’acqua e all’olio mai vista. Il successo è immediato e travolgente, e i PFA a catena lunga entrano a far parte della quotidianità, perché presenti negli imballaggi (l’esempio sempre citato è quello dei cartoni per la pizza) e utensili alimentari, nei cosmetici, nei vestiti, in molti rivestimenti e in un’infinità di prodotti.

Poi, lentamente, i primi sospetti, confermati via via da risultati sempre più preoccupanti: i PFA a catena lunga sono praticamente eterni, restano nell’ambiente decenni e non a caso si ritrovano nel corpo di chiunque viva in un paese industrializzato e non solo. A seconda delle dosi e dell’accumulo, possono portare al cancro, a difetti nello sviluppo, a malattie neurologiche e metaboliche, a problemi riproduttivi e al sistema  endocrino.

Per questo motivo da qualche anno le aziende hanno iniziato a sostituirli con…i loro parenti più stretti, cioè i PFA a catena corta (nel caso del bisfenolo A con il bisfenolo S), propagandati come sostanze con una vita molto più breve, e comunque sicure per l’uomo.

 

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Iniziano a comparire studi che mostrano effetti tossici dei PFA negli animali dovuti all’accumulo, e segnalazioni di effetti acuti nell’uomo

Ma la storia sembra ripetersi: nel tempo iniziano a comparire studi che mostrano effetti tossici negli animali dovuti all’accumulo, e segnalazioni di effetti acuti nell’uomo (irritazioni, allergie e così via), possibili associazioni con varie patologie umane e una durata meno breve del previsto. Per questo nello scorso mese di settembre un primo nucleo di esperti chimici, ambientalisti, specialisti del settore alimentare (uno di quelli nei quali i PFA sono più diffusi) e di varie discipline ha redatto il Manifesto, firmato poi in seguito da oltre 200 colleghi. In esso si chiede una serie di verifiche sui PFA a catena corta, e si invitano tutti – produttori, autorità sanitarie, consumatori e così via – alla massima attenzione e a evitarne l’impiego ogni volta che sia possibile un’alternativa priva di simil-PFA di qualunque tipo.

 

L’American Chemistry Council, che riunisce i produttori di queste sostanze tra le quali, in prima linea, la DuPont (che ha tolto alcuni PFA a catena lunga dal suo Teflon), ha subito risposto che i dati sui PFA a catena corta sono ingannevoli, perché ottenuti con concentrazioni di queste sostanze che danneggerebbero qualunque organismo vivente, ben lontane da quelle reali, e ha sottolineato, in una risposta al Manifesto l’importanza di tutta la categoria per innumerevoli aspetti della vita quotidiana. Dupont  ha ammesso di essere disposta ad accettare alcuni punti del documento, ma solo per i PFA a catena lunga, chiamando in causa le agenzie regolatorie che, almeno in teoria, hanno studiato i PFA a catena corta per almeno dieci anni, non trovando nulla di particolarmente preoccupante.

 

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Perché non investire in materiali alternativi, non contenenti alogeni: cloro, bromo, iodio e soprattutto fluoro?

Va detto che questi composti alimentano un mercato enorme: solo nel 2013, secondo Fluoro Council, la branca dell’American Chemistry Council che si occupa solo del settore PFA, le vendite hanno toccato i 13,9 miliardi di dollari solo negli Stati Uniti, ma secondo gli autori dell’editoriale su Environmental Health Perspectives, Linda Birnbaum e Philippe Grandjean, dei National Institutes of Health, questa è un’ottica miope, perché quando saranno banditi anche i PFA a catena corta, le perdite saranno peggiori rispetto a quelle che si sarebbero avute investendo da subito in materiali alternativi, non contenenti alogeni: cloro, bromo, iodio e soprattutto fluoro.

 

Per fortuna la ricerca nel campo è più viva che mai, al punto che si parla ormai di un intero settore di ricerca, quello del Chemical Alternative Assessment o CAA e la stessa agenzia per la protezione ambientale (EPA) ha istituito un premio chiamato Design Greener Chemicals, attribuito, nel 2014, proprio a una schiuma ignifuga priva di PFA. Inoltre le vicende del più famoso dei PFA, il bisfenolo A, mostrano che evitare questi composti, seguendo il principio di precauzione, è possibile, anche se complicato e costoso, e che da questo tipo di provvedimenti la ricerca di alternative trae un formidabile stimolo.

 

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Foto: iStockphoto.com

  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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Un commento

  1. Avatar

    Il principio di precauzione, questo sconosciuto che si presenta solo post mortem.
    La ricerca scientifica può arrivare a tutto o quasi, ma il potere decisionale deve risiedere nel cervello degli esseri umani e non nei portafogli delle aziende.