Oggi gli spaghetti vengono “cotti” due volte: prima a 90-115°C nel pastificio durante la fase di essiccamento e poi a 100°C nella pentola di casa. Sì avete capito bene la temperatura durante il processo di lavorazione della pasta è maggiore rispetto a quella raggiunta dall’acqua di cottura. Il trattamento ad altissime temperature cambia il valore nutrizionale e suscita qualche perplessità tra i nutrizionisti. I sistemi di essiccazione (chiamati HTSt (High Temperature-Short time), VHTs (Very High Temperature-Short time), o anche AT e AAT… con o senza iniezione di vapore), permettono di raggiungere temperature molto elevate e di ridurre i tempi di lavorazione risparmiando notevolmente sui costi. Nessuno vuole parlare di questi trattamenti che però sono diffusi in tutto il mondo e anche in Italia. Non parlano i marchi leader (Barilla, Rummo, La Molisiana…) e anche le catene di supermercati (Coop, Conad, Esselunga, Lidl…). Rifiutano il confronto le tre aziende che vendono in Italia gli impianti (Pavan, Fava e Buhler) e tace anche l’associazione di categoria Aidepi. Abbiamo inviato 19 richieste per avere informazioni con risultati disastrosi. Solo Granoro, Agnesi, Divella, Delverde e con un certo ritardo De Cecco  hanno risposto (vedi nota in fondo all’articolo), dicendo che non usano altissime temperature e indicando quali sono i loro schemi di lavorazione. Difficile capire perché tanti segreti su un aspetto che riguarda il piatto nazionale degli italiani, abituati a mangiarne quasi 30 kg l’anno a persona. Tutto ciò risulta ancora più strano dato che siamo considerati tra i principali produttori mondiali.

Il progressivo incremento della temperatura durante l’essiccazione provoca un danno alle proteine che possono essere distrutte o diventare meno biodisponibili. Il problema riguarda un po’ tutti gli aminoacidi essenziali, in particolare la lisina che non solo è essenziale ma, per la pasta rappresenta un fattore limitante (riducendo il valore biologico delle proteine). L’importanza degli aminoacidi essenziali deriva dal fatto che l’uomo non è in grado di sintetizzarli in quantità sufficiente, e quindi devono essere assunti attraverso il cibo.

Il danno delle proteine causato dalle elevate temperature può essere misurato attraverso la furosina

Il danno termico nei confronti delle proteine causato dalle elevate temperature può essere misurato attraverso la quantità di furosina. Secondo quanto riportato in letteratura i valori oscillano da 100 a 200 mg/100 g di proteine, quando le temperature di essiccazione sono inferiori agli 85°C. La pasta con valori di  furosina inferiori a 200, viene considerata un prodotto con un buon indice di qualità nutrizionale, perché la quantità degli aminoacidi essenziali come la lisina resta elevata. Quando facendo le analisi si riscontra un valore di furosina di 5-600,vuol dire che la temperatura di essiccazione è molto elevata e in questi casi la biodisponibilità della lisina subisce un forte ridimensionamento. Considerato che la pasta resta il piatto fondamentale per milioni di italiani, sarebbe opportuno dare un valore nutrizionale differenziato ai vari tipi di pasta in funzione del trattamento subito nella processo industriale.

Per capire meglio bisogna sapere che l’essiccazione della pasta è una fase importante della lavorazione ed in continua evoluzione. Purtroppo la legge italiana prevede solo l’impiego di semola di grano duro per gli spaghetti e non regolamenta questo aspetto che è invece molto importante. Se nel 1880 per asciugare gli spaghetti ci volevano 8-10 giorni in estate e 20-30 in inverno, nel 1903 con l’avvento dell’essiccazione meccanica i giorni si riducono a 3-5, e diventano 24-36 ore nel 1950 quando la temperatura di essiccazione raggiunge circa 60°C. L’intervallo dimezza ancora nel 1970 (12-15 ore) quando si superano i 65°C. Nel 1985-90 il termometro arriva a 80-85 °C, le ore diventano 4-6. (3) Con i nuovi macchinari che lavorano ad altissime temperature 90-115°C dopo 2-3 ore la pasta corta è pronta.

tab-essicazione-temperatura-pasta

In linea generale una temperatura di essiccazione inferiore ai 60°C limita il danno termico, perché non altera la struttura del glutine e mantiene il più possibile intatte le caratteristiche organolettiche e nutrizionali del prodotto (1). Le paste migliori artigianali infatti utilizzano l’essiccazione lenta a basse temperature. Nella produzione su scala industriale le temperature medie variano da 60 a 80°C. Poi ci sono molti marchi famosi che operano ad alte e altissime temperature da 90°C in su con punte massime di 115°C. Il problema è che la pasta essiccata a 60°C è diversa da quella lavorata a 80 oppure a 115°C. Per capire meglio basta fare un paragone con il latte che può essere: pastorizzato, pastorizzato di alta qualità, a lunga conservazione o sterilizzato. La tipologia e anche il prezzo cambiano in relazione alla qualità iniziale e soprattutto in base alla temperatura raggiunta durante la lavorazione. Più sale la temperatura, più cambia il sapore e più si riduce il valore nutrizionale e il prezzo. Allo stesso modo la pasta essiccata a basse e medie temperature è diversa da quella che arriva a 115°C. In questo caso il diverso trattamento termico come pure  le differenze nutrizionali non sono evidenziate in etichetta come avviene per il latte.

Aumentare le temperature di essiccazione comporta anche una notevole riduzione dei tempi di lavorazione e quindi una riduzione dei costi. Produrre un lotto di spaghetti dopo 20 ore di lavorazione o dopo 2.5-3 ore fa la differenza. L’altro elemento decisivo che incentiva le aziende ad alzare la temperatura, è la possibilità di conferire alla pasta una migliore tenuta in cottura anche se si impiegano semole non eccellenti. Una volta, quando la temperatura di essiccazione arrivava a 60°C, per produrre una buona pasta in grado di assicurare la tenuta in cottura, serviva una semola con un elevato contenuto di proteine e un glutine tenace ed elastico. Adesso la situazione è cambiata. La semola ha un tenore di proteine maggiore rispetto a 40 anni fa anni (i valori oscillano da 12,0 a 14,5% rispetto al 10,5% previsto dalla legge), ma è vero che basta dosare in modo sapiente la temperatura nella fase di essiccazione per garantire sempre un’ottima tenuta in cottura. Oggi infatti tutte le paste che si comprano al supermercato, anche quelle che costano 0,75 €/kg, non scuociono. Alzando la temperatura durante l’essiccazione, il glutine forma un reticolo ben strutturato in grado di trattenere con facilità all’interno le molecole di amido gelatinizzato, e in questo modo la pasta tiene sempre bene la cottura. Certo il colore diventa più intenso e scuro per via della reazione di Maillard (*) ma si tratta di un aspetto che il marketing e la pubblicità hanno trasformato da difetto in pregio. Oggi le paste ambrate piacciono molto al consumatore, anche se il colore è scuro (vedi foto in alto) è dovuto alle altissime temperature che provocano l’ossidazione degli acidi grassi insaturi e la degradazione dei pigmenti carotenoidi. Quando i gradi salgono troppo anche  il gusto viene penalizzato, perché si perdono sostanze aromatiche.

Nel test condotto da Altroconsumo nel maggio 2016 su 24 tipi di penne rigate, si nota che tutte le marche superano brillantemente la prova cottura e il 95% anche quella di assaggio. Questo avviene perché l’essiccazione ad alte e altissime temperature garantisce il buon risultato sia per la pasta di primo prezzo sia per quelle vendute al triplo. “Il trucco delle altissime temperature funziona ma non fa miracoli” –  ci spiega un capo pastaio che lavora da 25 anni nel settore.

tab-pasta-essicazione-temperatura-furosina

Chi usa semole con un’alta percentuale di proteine e un buon grado di tenacità ed elasticità ed essicca a temperature inferiore a 80°C oppure a 60°C, ottiene un prodotto superiore, ma lo vende anche a prezzo elevato. Gli altri usano semole di qualità corrente e, attraverso le altissime temperature,  raggiungono ugualmente un buon risultato a costi decisamente inferiori. Secondo le ricerche condotte in Italia su questo argomento (1), (2), le differenze tra i pastifici artigianali (dove il processo prevede essiccazione lenta e basse temperature), e industriali (essiccazione veloce e altissime temperature) non sono più così nette. Si ha ragione di ritenere che diverse paste in vendita sul mercato riportino in modo arbitrario scritte come “pasta artigianale” o “lavorazione lenta”, “lavorazione artigianale”, “essiccata lentamente a basse temperature”…

A questo punto viene spontaneo chiedersi qual è il vero significato di molte diciture presenti sulle confezioni e anche nei messaggi pubblicitari. Molti  degli slogan che hanno molta presa sul consumatore, sono privi di significato non essendo riferiti a precisi parametri. I pastifici che vantano produzione lente ed essiccazioni lunghe, dovrebbero indicare in modo chiaro sull’etichetta quali sono i tempi di lavorazione e le temperature in relazione ai valori di furosina che abbiamo indicato in tabella. Altrimenti si tratta di parole prive di significato utili a prendere in giro il consumatore. Una volta riconosciuti  i parametri di furosina che indiciamo in tabella, sarebbe il caso di riportare anche il valore nutrizionale effettivo in relazione alla quantità di aminoacidi essenziali biodisponibili. Gli acquirenti hanno il diritto di sapere se gli spaghetti sono stati “precotti”.

Homemade Cooked Spaghetti Squash Pasta
Qual è il vero significato di diciture sulle confezioni relative alla  lenta lavorazione e alle basse temperature

Sempre in tema di trasparenza ci sono altri elementi che vorremmo trovare sulle etichette della pasta. La prima è l’origine del grano. Si tratta di una notizia che gli italiani vogliono conoscere, ma che le aziende si ostinano a non indicare adducendo scuse improbabili (in Italia il 30 – 40% del grano utilizzato nei pastifici è importato dall’estero ma nessuno lo dichiara in etichetta, anche se la materia prima straniera è in genere di ottima qualità). Prova di questa ipocrisia è che quando gli spaghetti o i maccheroni sono ottenuti con semola 100% italiana le aziende lo evidenziano in etichetta. Per esempio Barilla indica l’origine sulla confezione solo per la pasta Voiello (marchio di sua proprietà) perché la semola è 100% italiana, ma dimentica qualsiasi riferimento all’origine per la pasta con il suo marchio. Un altro elemento utile da riportare sull’etichetta è il tempo di cottura, che potrebbe essere differenziato tra la pasta al dente e quella cotta fino a quando scompare la cosiddetta “animella”.

Le richieste che rivolgiamo ai produttori sono tre: indicare il tipo di lavorazione, le temperature di essiccazione utilizzando come riferimento il metodo della furosina, e l’origine del grano duro. I più volenterosi potrebbero cimentarsi anche con  il valore nutrizionale. Si tratta di un passo avanti doveroso nei confronti del nostro piatto nazionale. Aspettiamo delle risposte da: Barilla, De Cecco, Delverde, Garofalo… e anche dalle catene di supermercati che propongono la pasta con il loro marchio, ricordando a tutti che ignorare il problema non è una soluzione.

(1) “La furosina come marker di qualità della pasta di grano duro” Giannetti, Boccacci Mariani, Mannino. Tecnica Molitoria – dicembre 2013.

(2) “Indagine sul danno termico della pasta secca e sue relazioni con le caratteristiche della materia prima e delle condizioni di processo”. Pagani, Marti, Bottega, Patacca. Tecnica Molitoria – aprile 2013

(3) “La furosina: un indicatore di processo per la pasta” Acquistucci, Pagani, Marconi, Panfili. Accademia dei Georgofili Firenze 28 novembre 2013

(*) La reazione di Maillard come pure il valore di furosina dipendono oltre che dalla temperatura, dall’umidità del tunnel di essiccazioen e dal tempo di permanenza

Temperature e  tempi di essiccazione comunicati a Il Fatto Alimentare da cinque produttori

  • Granoro – Pasta lunga temperatura essiccazione: da 48°C a 75°C; tempo  7,5 ore
    –  Pasta corta temperatura essiccazione: da 70°C a 75°C;  tempo 6 ore;
    –   Pasta Artigianale “Le Specialità di Attilio”: da 40°C a 50 C° (con umidificazione) tempo da 8 a 12 ore.
  • Agnesi – temperatura essiccazione: 72-75°C; tempo 4,5-5 ore per pasta corta 7 ore  pasta lunga
  • Divella – temperatura essiccazione: 78-85°C; tempo 8 ore per pasta corta 20 ore pasta lunga
  • Delverde – temperatura media di essiccazione: 40-55°C (inferiore a 70°C per alcuni formati); tempo 8 ore per pasta corta 20 ore pasta lunga (30 ore per alcune linee)
  • De Cecco – temperatura media di essiccazione: 60-65°C ; tempo 8 -10 ore per pasta corta, 18-36 ore pasta lunga.

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Alessandro
Alessandro
5 Ottobre 2016 14:38

Esiste qualche metodo “indiretto” per capire tramite l’etichetta nutrizionale che temperatura di essiccazione è stata usata? Rimane sempre valido il vecchio e collaudato metodo di guardare il quantitativo di proteine per 100g come indice di qualità?
Grazie

Fabrizio Giudici
Fabrizio Giudici
5 Ottobre 2016 16:37

Molto interessante. Vista la vostra focalizzazione sulla necessità di apporre dichiarazioni in etichetta, suppongo che il “colore ambrato” sia un indicatore che non funziona sempre… o sì? Possiamo usarlo per fare selezione sul banco in negozio ed avere una ragionevole certezza?

luigi
luigi
6 Ottobre 2016 11:36

ma ho capito bene? la lenta essiccazione non corrisponde necessariamente ad una temperatura inferiore ai 60°C? se così è, non c’è qualcosa di illecito in queste dichiarazioni?

Santa
Santa
6 Ottobre 2016 16:28

Mi piacerebbe sapere se innanzitutto vi accertate dei dati che le rispettive aziende riportano? Visto che il confronto della qualità lo si fa poi sul prezzo di mercato( ameno così si capisce dal vostro articolo).
Inoltre volevo far presente che nell’articolo si cita la “lisina” è risaputo che nella pasta è un aa ad bassissimo contenuto e che quindi è già scarso e lo diventa ulteriormente con le alte temperature.
Inoltre le temperature usate a 70-85 gradi centigradi è già comunque un trattamento ad alta temperatura con riduzione del tempo di lavorazione, quindi anche a quelle temperature la lisina è compromessa. Inoltre riguardo il colore, può essere legato a due fattori, uno di questi importanti per la qualità del grano è la presenza dei carotenoidi che vengono preservati con le alte temperature in quanto queste ultime inattivano gli enzimi che causano la loro degradazione, preservando così il colore della materia prima di partenza, dall’altro lato può invece derivare il colore dalla reazione di Maillard.
Quindi vi chiedo la gentilezza di riportare con maggiore precisione le informazioni. Grazie

Annamaria
Annamaria
6 Ottobre 2016 20:40

Buonasera,
nell’articolo si parla più volte della modifica, alle alte temperature, anche del glutine. Se ho capito bene con una temperatura maggiore tende a formare una “rete” e permette alla pasta di non scuocere.
Da madre di una bimba celiaca ho spesso sentito incolpare i “nuovi grani”, quelli che non hanno più la qualità di una volta perché modificati per via del bisogno di migliorare la tenuta alle malattie, dell’aumento impressionante di celiaci o anche dei gluten sensitive.
Ma adesso mi chiedo, anche questo tipo di pre-cottura può aver favorito l’aumento di questa malattia?
Grazie mille,
Anna

Graziano
Graziano
7 Ottobre 2016 00:10

Nel dubbio mi sono fatto una scorta di pasta Gentile, eccellente….e dopo queste notizie penso proprio che la rifarò di nuovo appena la finisco.
Scegliete pastai che usano ancora il metodo Cirillo.

Mimmo
Mimmo
Reply to  Graziano
8 Ottobre 2016 12:33

Sig. Graziano,
non credo che solo il pastificio gentile produca una pasta di qualità, ci sono tante altre aziende
che producono altrettanto un prodotto di altissima qualità.
Poi in questo articolo si parla di tutt’ altro, non faccia pubblicità inutile.

Mimmo
Mimmo
8 Ottobre 2016 12:38

Sig. Graziano,
non credo che solo il pastificio gentile produca una pasta di qualità, ci sono tante altre aziende
che producono altrettanto un prodotto di altissima qualità anche più dell’ azienda Gentile.
Poi in questo articolo si parla di tutt’ altro, non faccia pubblicità inutile.

Claudio Costerni
Claudio Costerni
Reply to  Mimmo
9 Ottobre 2016 14:22

Sarà inutile, o meglio indesiderata per te, Sig. Mimmo Mimmo.
Che problemi ti crea, se un lettore dice la sua, esprime un’opinione e cita un nome, sei tu forse un produttore di pasta?!
Le informazioni devono diffondersi in modo completo, poi ognuno sceglie, fa e capisce come crede e vuole, caro Mimmo.

marco serventi
9 Ottobre 2016 11:28

Al problema della temperatura di essiccazione si aggiunge poi la qualità delle farine. Ovvero le varietà usate oggi per la coltivazione convenzionale e spesso anche per quella bio. Il glutine di queste varietà è stato il parametro di riferimento per ottenere grani e farine utili secondo i parametri fissati dall’industria di lavorazione. Parametri che hanno il punto di vista delle macchine di trasformazione. Non quelle nutrizionali. Il risultato è stato che aminoacidi non consoni all’alimentazione sana rendono il glutine un problema digestivo serio e motiva spesso anche intolleranze. Quindi direi che il problema vada visto su tutta la filiera. L’impostazione del secolo scorso per cui è l’industria alimentare che detta legge agli agricoltori dal punto di vista della ricerca, selezione e parametri qualitativi fissati per legge è un’impostazione che fa danno alla salute generale e all’ambiente. Oggi non ha più senso con gli strumenti che abbiamo continuare su questa strada ottocentesca da rivoluzione industriale. Nuovi parametri possono essere impolementati dal punto di vista della salute. E’ ora di passare ala salutogenesi nel cibo e in tutte le scelte di governo dell’umano.

Michela
9 Ottobre 2016 18:44

per questo io la pasta la faccio in casa con la farina biologica perché anche il tipo di grano utilizzato lascia molto a desiderare

Dino Martelli
Dino Martelli
9 Ottobre 2016 19:33

Sarebbe possibile approfondire

Oggi il termine artigiano, come accennato all’inizio dell’articolo, è veramente inflazionato: pasta artigianale, lavorazione artigianale, ecc. si possono leggere sulle confezioni di molti pastifici, anche industriali. La parola artigiana o simili potrebbe essere usata solo dalle aziende artigianali regolarmente iscritte presso la locale Camera di commercio. Esiste una legge quadro sull’artigianato perché non viene rispettata ?

Dani
Dani
9 Ottobre 2016 20:29

Mi sembra strano che Divella non essicchi ad alte temperature dato colore e prezzo

Gio
Gio
10 Ottobre 2016 08:38

bellissimo articolo,chiaro e completamente nuovo per me. Ho imparato qualcosa di interessante anche questa mattina, grazie Roberto La Pira

Erica
Erica
10 Ottobre 2016 10:04

Potete dare anche informazioni simili per quanto concerne la pasta integrale per cortesia? Io uso solo quella per tutta la famiglia e vorrei capire
Come orientarmi per i miei acquisti.
Mille grazie

Luca
Luca
Reply to  Erica
18 Ottobre 2016 09:17

Sig. Erica,
un buon consiglio per quanto riguarda la pasta integrale è sicuramente quello di prenderla sempre biologica poiché i pesticidi utilizzati in agricoltura si depositano nella parte esterna del chicco, proprio quella utilizzata per produrla.

daniela
daniela
10 Ottobre 2016 10:31

Mi complimento per l’articolo, chiaro e con dati alla mano. immagino un gran lavoro per la sua realizzzione ma con info importanti e che stimolano ulteriori approfondimenti da parte di noi consumatori.
Bravi!!

Nazzareno
Nazzareno
10 Ottobre 2016 10:41

A tal proposito, solo con spirito contributivo, vorrei far notare due imprecisioni:
1) gli impianti ad alte temperature erano presenti in Italia già alla fine degli anni ’60; e visto che si citano tre marchi di produttori di impianti, ritengo storicamente corretto ricordare che gli impianti a medio basse temperature della ditta “Braibanti”, fiore all’occhiello dell’industria meccanica alimentare, furono pian piano soppiantati da quelli ad altissima temperatura della Bulher;
2) più che l’alta percentuale di proteine, è la qualità del glutine a determinare la tenuta alla cottura; tenuta che, comunque, quando la semola è di buona qualità, ha un limite fisiologico e dopo un po’ di tempo la pasta comincia a scuocere; mentre a partire degli anni ’70 iniziarono a diffondersi prodotti che avevano tenute alla cottura ben superiori ai normali limiti fisiologici.
Vorrei, infine, aggiungere una conseguenza non indicata nell’articolo: grazie alle altissime temperature un altra potenziale fonte di sofisticazioni sta nel fatto che si puo’ produrre pasta anche con altri tipi di cereali e non solo col grano duro -> questo avviene grazie ad un processo che, semplicisticamente, possiamo definire di coagulazione delle proteine.
Nazzareno Prinzivalli

ezio
ezio
10 Ottobre 2016 11:02

Spesso se non quasi sempre, le scelte industriali sono scorciatoie produttive per ottenere la “stessa” cosa in meno tempo, con meno energia e con meno costi.
Tutte sottrazioni che non aggiungono quasi mai qualità nutrizionale, ma spesso solo estetica.
Possiamo tranquillamente ammettere che come consumatori, nella qualità degli alimenti, siamo in profondo conflitto d’interesse, visto che c’interessano finalità diametralmente opposte.

Fabrizio Giudici
Fabrizio Giudici
10 Ottobre 2016 11:34

“visto che c’interessano finalità diametralmente opposte.”

Per la verità conflitti come questi sarebbero facilmente risolvibili se, come sottolineato dall’articolo, ci fosse trasparenza. Sostanzialmente stiamo dicendo che c’è un modo con cui le aziende possono produrre pasta di qualità inferiore risparmiando sui tempi e le materie prime; e pasta di qualità diciamo così “normale” usando tempi più lunghi e materie prime scelte. Visto che la prima opzione comunque non produce cibi dannosi alla salute, mi sta bene: mettetelo in etichetta e così mi trovo due categorie di prodotti, uno più economico, l’altro un po’ più caro, che come consumatore scelgo io.

fabrizio
fabrizio
10 Ottobre 2016 17:14

Appunto: se il “gonzumatore” chiede, esige (sennò, indignato, cambia marca e supermercato e scrive pure alla rauca severa giornalista androgina) il piatto di pasta a 5-6 centesimi MA DI QUALE QUALITA’ stiamo parlando?

E perchè mai gli agricoltori (e adesso anche le industrie) dovrebbero essere FILANTROPE?

Per produrre un buon grano occorrono almeno 1000-1300 €/ha, se viene pagato a meno di 18€ a q.le (18 cent al kilo) e la resa è sui 30-40 q/ha il conto economico è presto fatto : ABBANDONARE LA NAVE!

La pasta di buon grano essiccato lentamente C’E’ GIA’ ! Basta pagarla il GIUSTO. (E 45 cent a pacco NON LO E’, non lo può essere).
Sic et simpliciter.

Il tempo delle categorie “cafone” e degli schiavi è finito da un pezzo.

alex
alex
11 Ottobre 2016 12:21

Il problema fondamentale è sempre lo stesso abbattere i costi di produzione per aumentare i dividendi tra gli azionisti e per pagare i lauti stipendi agli amministratori. Ho fatto il pastaio per tanti anni per essiccare correttamente la pasta occorrevano più di 20 ore. Passandola nei forni xche di questo si tratta hanno un doppio guadagno il primo è una riduzione dei tempi di essiccazione ,il secondo possono utilizzare grani di qualità scadente provenienti da paesi est europa e nord america, e dove non arriva il chimico arrivano con l essiccazione….comprare prodotti artigianali è l’unica salvezza xche un artigiano non può permettersi certe tecnologie

Enrico Favero
Enrico Favero
12 Ottobre 2016 14:19

Sono SCIOCCATO dalla mole di FESSERIE che ho letto.
Mi piacerebbe sapere se chi lo ha scritto è un emerito IGNORANTE o è iscritto nel libro paga di quelle Aziende che hanno deliberatamente dichiarato il FALSO.
In Italia non ci sono pastifici che essiccano ad altissima temperatura, ed il tempo di essiccazione è mediamente di 4/5 ore per la pasta corta e di 6/8 ore per la pasta lunga.
Spingere le macchine sopra i 90 gradi con tempi di essiccazione ridotti, significa + costi di manutenzione e maggiore probabilità di ottenere un prodotto più instabile e quindi più propenso a spaccarsi nel piatto.
Per quanto concerne il colore Vi ricordo che si può ottenere un prodotto ambrato anche essiccando a bassa temperatura se si mantiene il tasso di umidità relativamente basso.