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Olio di palma, i produttori asiatici alla conquista del West (però in Africa)

Ilfattoalimentare.it ha già dedicato alcuni articoli all’olio di palma, soffermandosi sugli aspetti che riguardano la sostenibilità della filiera di produzione, da un punto di vista ambientale e sociale.

Per fronteggiare il problema della deforestazione, i grandi utilizzatori in Europa e Usa – industrie alimentari, catene distributive e di ristorazione – hanno dichiarato ai fornitori l’intenzione di rifiutare i prodotti che non siano certificati come originari di coltivazioni controllate e sostenibili.

I fabbricanti di olio, in prevalenza in Indonesia (45%) e Malesia (40%), hanno perciò dovuto rinunciare almeno in parte alla deforestazione che pongono in atto da decenni e assumere impegni sufficientemente credibili, che gli stakeholders (le istituzioni, i grandi acquirenti, le ONG) terranno sotto controllo.

Ma la domanda di olio commestibile è in continuo aumento, e nessuna coltivazione rende tanto olio per ettaro quanto la palma*. Che è infatti il primo, il più versatile e il più economico degli oli vegetali.

I produttori del Sud-Est asiatico, esaurita la disponibilità di terreni arabili nei loro paesi, orientano le loro mire verso l’Africa occidentale. Corrono ad accaparrarsi distese grandi quanto le regioni europee per riprodurre il loro business nel Continente nero: acquisire diritti di utilizzo esclusivo delle terre per almeno mezzo secolo, coltivarvi palma, produrre olio. Quanto alla cura dell’ambiente e delle popolazioni locali, le scarse informazioni disponibili sono poco incoraggianti.

Dall’oro nero all’oro verde. Non c’è solo la domanda alimentare. Il progressivo esaurimento delle scorte petrolifere e la necessità di combustibili alternativi a buon prezzo hanno fatto individuare un nuovo “oro verde” che deriva dalla spremitura del frutto della palma.

La quotazione dell’olio di palma non raffinato sulla borsa di Kuala Lumpur si è assestata su circa 3.500 dollari malesi (1.150 dollari Usa) la tonnellata. Non male, considerato che i costi di produzione non superano i 1.500 dollari malesi. Così primo produttore al mondo di olio di palma, la società indonesiana Golden Agri-Resources (Gar), ha annunciato un incremento del 147% del suo utile netto nel 2010 (1,4 miliardi di dollari Usa), nonostante Unilever, Nestlè e Kraft Foods abbiano bloccato i contratti di fornitura. Anche il colosso malese Sime Darby ha a sua volta annunciato un incremento degli utili netti del 104% nel secondo trimestre, sempre grazie alla produzione d’olio di palma.

Il listino dell’olio di palma grezzo è più che raddoppiato rispetto alla media consolidata di circa 500 dollari Usa la tonnellata e gli esperti prevedono si manterrà alto, per la forte domanda di oli commestibili, guidata dalle richieste di Cina e India, e per l’utilizzo dell’olio di palma come bio-carburante (anche se al momento meno del 10% della produzione vi è desinata).

La caccia grossa in Africa. La domanda di olio di palma è cresciuta nel 2010 del 5,2%, mentre la produzione è salita solo dell’1%. Ma l’espansione delle piantagioni nel Sud-Est asiatico è sempre più difficile.

Lo sforzo per aumentare la produzione potrebbe puntare sull’incremento dei raccolti: attraverso la selezione delle piante la resa potrebbe aumentare dalle 4 alle 6 tonnellate di olio per ettaro. I fautori della ricerca genetica sostengono che la palma OGM potrebbe addirittura arrivare a 8 tonnellate di olio per ettaro. Ma i tempi sono lunghi, considerato che il ciclo di vita di una piantagione è di circa 25 anni.

Di conseguenza, i grandi produttori asiatici si stanno orientando verso l’Africa equatoriale, uno dei pochi posti al mondo dove può crescere la palma da olio (anzi, è da qui che provenivano quelle importate nel Sud-Est asiatico nei primi anni ’60).

Sime Darby è in trattativa per acquistare 300mila ettari di terreni in Camerun, in aggiunta ai 220mila già affittati in esclusiva per 60 anni in Liberia. Golden Agri ha a sua volta messo gli occhi su oltre 200mila ettari in Liberia. Da Singapore, Olam International  ha concluso una “joint-venture” per sfruttare 300mila ettari in Gabon e Wilmar International ha appena comprato da Unilever una piantagione in Ghana. Ma la caccia è aperta anche in Costa d’Avorio, Sierra Leone, Nigeria, Uganda.

Le questioni da risolvere. Sui latifondi oggetto di land-grabbing abitano centinaia di migliaia di esseri umani la cui sussistenza è in buona parte legata ad attività agricole e di pastorizia in ambito locale e familiare, i cui diritti sono spesso privi di registri e di tutela.

In assenza di regole internazionali adatte a proteggere queste popolazioni dai neo-colonialisti, ci si può solo aggrappare ai solenni diritti proclamati dalle Nazioni Unite, tra cui quello all’alimentazione. Ma il diritto non è commestibile e – in assenza di corrispondenti doveri a carico di coloro che sfruttano le risorse naturali di altri – non servirà a sfamare gli indigenti, né a garantire loro alcun futuro.

foto: Photos.com

Per maggiori informazioni:

*Sulle prerogative dell’olio di palma, vedi allegato Palm Oil Factsheet

Financial Times, Asia palm oil groups go back to future in Africa, Kevin Brown

Sul Land-grabbing

Reportage “Terres Africaines : la grande braderie”, Radio Télévision Belge Francophone – Transversales – 12.03.2011

Sull’opportunità di investire in modo responsabile nelle coltivazioni in Africa

© Riproduzione riservata

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  Dario Dongo

Dario Dongo
Avvocato, giornalista. Twitter: @ItalyFoodTrade

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