Micro plastic.Small Plastic pellets on the finger. microplastiche frammenti plastica

Quali sono i Paesi in cui l’assunzione di microplastiche è più elevata? Come fare a determinarlo? Che la plastica e, quindi, le particelle derivanti dalla sua degradazione (di dimensioni micro e nano) siano ubiquitarie, nel mondo, lo si è capito da tempo. Tuttavia, lo studio appena pubblicato su Environmental Science & Technology dai ricercatori della Cornell University di New York offre uno spaccato globale, analizzando ciò che accade in 109 Paesi (Italia esclusa). E il risultato è che le due principali modalità di assorbimento sono l’ingestione e l’inalazione, e che la concentrazione aumenta in parallelo con gli utilizzi, e con l’assenza di limiti di impiego e regole stringenti per lo smaltimento. In generale il fenomeno è maggiore nelle economie in via di sviluppo. Infatti la rapida industrializzazione nell’Asia orientale e meridionale, ha portato a un aumento del consumo di materiali plastici, della produzione di rifiuti e dell’assorbimento umano di microplastiche.

Lo studio sulle microplastiche

Per capire quanta plastica sia dispersa nell’ambiente e da lì torni all’uomo, i ricercatori hanno usato diverse serie di dati quali, per esempio, le abitudini alimentari di ogni paese, il tipo di tecnologia più utilizzata dalle filiere, gli indici demografici, quelli associati alla qualità dell’aria e alla possibilità, per i cittadini, di risiedere in zone con aria pulita e altro. Allo stesso tempo, hanno assunto i valori medi di microplastiche riscontrati nella frutta, nella verdura, nelle proteine, nei legumi, nei derivati del latte, nelle bevande, negli zuccheri, nel sale e nelle spezie di ogni paese, e valutato in che proporzione ciascuna delle categorie era consumata in quel Paese, visto che le abitudini alimentari variano sensibilmente da zona a zona.

Plastica inquinamento rifiuti spazzatura
Per evitare di ingerire o respirare tutta questa plastica, la soluzione sarebbe quella di non disperderla nell’ambiente

Il risultato è che Indonesia, Malesia, Filippine e in generale paesi del Sud Est asiatico sono i peggiori, per quanto riguarda l’ingestione, mentre Cina, Mongolia e Stati Uniti lo sono per quanto riguarda l’inalazione. Gli indonesiani, che vivono nel Paese dove la quantità di microplastiche ingerite è la peggiore al mondo, ogni mese “mangiano” 15 grammi di microplastiche (contro i 2,4 grammi degli Stati Uniti e gli 0,85 grammi mensili del Paese che ne ha di meno, il Paraguay), e anche se assumono la stessa quantità di sale da cucina degli statunitensi, il loro sale contiene una concentrazione di microplastiche che è cento volte quella del sale americano.

Microplastiche inalate

Per quanto riguarda le microplastiche inalate, invece, la geografia cambia: gli abitanti di Cina e Mongolia sono i peggiori, perché i loro abitanti “respirano” 2,8 milioni di microplastiche al mese, seguiti da quelli degli Stati Uniti, che si fermano, si fa per dire, a 300.000. I Paesi che soffrono di meno di questo tipo di assunzione involontaria sono quelli invece della zona del Mediterraneo, con valori compresi tra le 60.000 e le 240.000 microplastiche al mese.

Lo studio ha anche tracciato un profilo temporale, che aiuta a capire perché le microplastiche siano così diffuse: tra il 1990 e il 2018, l’aumento dei tassi di accumulo giornaliero è aumentato di 59 volte. “Ciò è dovuto – si legge nello studio – a un aumento dell’utilizzo di plastica e del rilascio di rifiuti nei bacini idrici, nelle zone umide, nelle pianure alluvionali e nei laghi di queste regioni, che generano detriti di plastica in loco e nei vicini ambienti marini.”

Per evitare di ingerire o respirare tutta questa plastica, la soluzione sarebbe quella di non disperderla nell’ambiente. Se i rifiuti di questo tipo che finiscono la loro vita in acqua diminuissero del 90%, anche la captazione nel corpo umano calerebbe, di circa la metà, in tutto il mondo. Un obbiettivo che, al momento, sembra utopico.

Lo studio della Bicocca

Va comunque nella direzione di una riduzione dell’utilizzo delle plastiche in ambito alimentare un altro studio uscito negli stessi giorni, pubblicato dai ricercatori dell’Università Bicocca di Milano su Particles & Particle Systems Characterization, che hanno voluto verificare che cosa succede quando un contenitore di plastica è esposto alle microonde.

Uno degli ostacoli principali alla misurazione di ciò che accade anche con le plastiche in polipropilene che, teoricamente, si possono utilizzare nei forni a microonde, è sempre stato la difficoltà di misurare la presenza di micro e nanoplastiche disperse nei liquidi riscaldati. Ma i ricercatori dell’università Bicocca, lavorando con quelli di un’azienda chiamata EOS, hanno utilizzato una tecnologia chiamata “SPES” (Single Particle Extinction and Scattering), ideata nei laboratori di Fisica dell’Università Statale di Milano, che sfrutta le caratteristiche ottiche delle particelle di polvere e, quindi, anche quelle delle micro e nanoplastiche.

La SPES ha così permesso di dimostrare che, se si resta al di sotto dei 90°C, la dispersione è minima, ma se si sale con la temperatura (tra i 90° e i 110°C, il polipropilene fonde, e rilascia particelle nell’acqua. Queste poi si solidificano nuovamente, dando origine alle nano – e microparticelle. Come hanno sottolineato gli autori, diversi produttori specificano di non portare i contenitori oltre i 90 °C, oppure di non riscaldarli per troppo tempo nel microonde, oppure, ancora, di non usare il forno alla massima potenza. Quindi, seguendo queste indicazioni, l’effetto non si verifica. Tuttavia, quanto osservato suggerisce che la dispersione possa avvenire anche quando si utilizzano contenitori considerati sicuri, se non si presta attenzione, e che queste microplastiche possano aggiungersi a quelle di tutte le altre fonti.

© Riproduzione riservata. Foto:Depositphotos.com, Adobestock

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luigiR
luigiR
3 Giugno 2024 14:49

la politica dovrebbe prestare maggiore attenzione a questi temi, seguendo i suggerimenti della ricerca e realizzando le strade da percorrere per minimizzare gli effetti negativi e, magari, uscire nel più breve tempo possibile da questa crisi ambientale e sanitaria determinata dalle MP. ma vedo molta distrazione ed approssimazione…

Tomaso Armanetti
Tomaso Armanetti
4 Giugno 2024 07:58

Molto informativo

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