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Microplastiche nel cibo: la popolazione tedesca sempre più preoccupata. Servono più studi

Anche se il 75% della popolazione tedesca pensa che il cibo sia sicuro, cresce il numero di persone preoccupate per la presenza di microplastiche. È quanto emerge da un’indagine realizzata dall’Ente federale tedesco per la valutazione del rischio alimentare (BfR). Più della metà del campione intervistato, composto da circa 1.000 cittadini, conosce il problema e vorrebbe sapere gli inconvenienti per l’organismo a seguito di un’assunzione continua e involontaria di microplastiche (11% in più rispetto ai dati di 6 mesi prima). La tematica passa però al secondo posto della classifica, dopo al fenomeno della resistenza agli antibiotici. In terza e quarta posizione troviamo i residui di pesticidi e la contaminazione da salmonella negli alimenti.

Attualmente non c’è una definizione uniforme di che cosa siano le microplastiche e non esistono metodi validati e universalmente riconosciuti per identificarle e analizzarle da un punto di vista quantitativo. Mancano dati precisi su quante particelle vengono ingerite attraverso il cibo. “Per valutare il rischio reale delle microplastiche presenti nella catena alimentare abbiamo bisogno di dati più attendibili”. È il parere di Andreas Hensel, presidente del BfR. “Per questo motivo abbiamo intrapreso studi  sul possibile assorbimento attraverso l’intestino e, di conseguenza, sull’impatto che può derivare per salute umana”.

Le microplastiche possono raggiungere il cibo attraverso diverse vie. Da tempo è noto il percorso degli ecosistemi acquatici, sia marini sia di acqua dolce, mentre mancano informazioni su: presenza, origine, composizione, dimensione e quantità delle particelle nei cibi in relazione alla provenienza. Le microplastiche primarie sono granulati o palline di composti industriali utilizzati per la produzione di oggetti. Quelle secondarie derivano dalla degradazione che il tempo e gli agenti esterni operano su bottiglie o utensili vari finiti nell’ambiente perché non inseriti in un adeguato circuito di riciclaggio. Perfino gli indumenti sintetici rilasciano fibre nell’aria e nell’acqua di lavaggio dalle lavatrici che, dopo vari passaggi possono entrare nella catena alimentare e nel cibo che mangiamo.

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  Elena Mattioli

Elena Mattioli

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