Tutti gli esseri umani del XXI secolo (o quasi) mangiano micro e nanoplastiche, perché il terreno e le acque ne sono così pieni da rendere quasi impossibile evitare di assorbirle attraverso gli alimenti. Una delle fonti meno considerate, a cui ora la BBC dedica un lungo approfondimento, sono le acque reflue, i cui fanghi, una volta trattati, sono messi nuovamente nell’ambiente e usati come fertilizzanti (e non solo) in diversi paesi. Poiché le acque contengono grandi quantità di microplastiche, anche i fanghi che ne derivano ne sono pieni, al punto che, secondo uno studio, le microplastiche ne costituiscano fino all’1% del peso secco.

Qui sta il problema: in Europa nell’ottica della circolarità, una specifica direttiva ne promuove il riutilizzo, al punto che ogni anno i terreni agricoli europei vengono fertilizzati con circa 3-4 milioni di tonnellate di fanghi di questo tipo. Secondo uno studio dello scorso luglio dell’Università di Cardiff, la pratica ogni anno porta tra le 31mila e le 42mila tonnellate di plastiche (pari a 86-710 trilioni di microparticelle) nei terreni agricoli e sta rendendo i suoli europei un concentrato di polimeri, con effetti sulla salute ancora in gran parte da comprendere. Non è tutto: la plastica è quasi eterna, e una volta entrata nei terreni vi resta per un tempo incredibilmente lungo. I ricercatori dell’Università di Marburgo, in Germania, hanno trovato frammenti di microplastiche vecchi 34 anni in due campi, 90 centimetri al di sotto della superficie. 

Insieme ai fanghi di depurazione vengono disperse sui campi grandi quantità di microplastiche

La dispersione dei fanghi con microplastiche nei campi ha poi conseguenze negative sulle acque marine, perché i frammenti vengono via via dilavati dal terreno, arrivano nei fiumi e da lì nei mari. In base a quanto scoperto da un gruppo di ricercatori di diverse università addirittura il 99% delle microplastiche sparse sui terreni con i fanghi viene trasportato dalla pioggia e dalle acque irrigue fino ad arrivare nei fiumi. Inoltre, prima di arrivare in mare, le microplastiche lasciano molte tracce dietro di sé, tra le quali i Pfas, composti chimici ‘eterni’, e possono anche attirare e concentrare sostanze tossiche quali le diossine e gli idrocarburi policiclici aromatici, o i metalli pesanti come il cadmio (come hanno dimostrato un’indagine dell’Agenzia per l’ambiente britannica rivelata da Greenpeace e uno studio del 2020 dell’Università del Kansas). Quest’ultimo, in particolare, ha mostrato che nei terreni dov’è più alta la concentrazione di microplastiche, il grano contiene quantità molto più elevate di cadmio rispetto al frumento cresciuto in terreni meno contaminati. Inoltre, le microplastiche bloccano la crescita e la riproduzione dei lombrichi, che sono anche sottopeso (forse perché il loro sistema digerente è bloccato dalle particelle), con ripercussioni negative su tutto l’ecosistema.

Gli effetti, poi, ciò si vedono anche, direttamente, nella frutta e nella verdura. Secondo uno studio dell’Università di Catania del 2020, nella frutta e nella verdura vendute nei mercati locali sono presenti le micro e le nanoplastiche, soprattutto nelle mele e nelle carote. In base a un’altra ricerca, questa volta olandese, le radici assorbono anche le nanoplastiche, che si concentrano in esse, ma migrano, in piccola parte, anche in foglie e frutti. Per questo verdure come l’insalata o i cavoli hanno quantitativi relativamente bassi, ma carote, rape, ravanelli e tuberi in generale tendono ad accumularne di più.

Fresh organic vegetables
Le nanoplastiche possono essere assorbite dalle piante attraverso le radici e tendono ad accumularsi più facilmente nelle carote e nei tuberi

Per quanto riguarda l’impatto sulla salute, la situazione è tutt’altro che chiara, perché studiarli è molto difficile, date le numerose variabili. Per il momento si sa che ci sono effetti negativi sul sistema endocrino e su quello nervoso, e si teme possano essercene per i feti. L’ingestione di microplastiche con l’acqua, il pesce o il sale è stata associata inoltre a reazioni infiammatorie e allergiche, e induce stress ossidativo nelle cellule, ma molto resta ancora da capire.

In conclusione, secondo alcuni esperti, sarebbe urgente non utilizzare più i fanghi come fertilizzanti. La cosa è stata decisa dai Paesi Bassi nel 1995, la Svizzera nel 2003, e lo stato americano del Maine nel 2022, a causa dell’enorme contaminazione da Pfas dei suoi terreni agricoli, che ha causato la dismissione di centinaia di essi. L’Italia e la Grecia in parte li depositano nelle discariche, ma anche così permane il rischio di dispersione verso i terreni e le acque.

Secondo alcuni esperti, comunque, non si dovrebbe bandire del tutto l’utilizzo dei fertilizzanti organici, che comunque apportano anche nutrienti preziosi ai terreni, ma solo migliorarlo. Occorre quantificare le microplastiche e, laddove siano presenti livelli elevati di contaminazione si possono impiegare i fanghi per altri scopi (per esempio per generare energia). In alternativa è possibile separare grassi e oli (frazione in cui tendono a concentrarsi le microplastiche) dal resto dei fanghi, e utilizzarli come biocarburanti

In conclusione, finora si è proceduto in ordine sparso, arrecando danni che potranno essere riparati nel tempo solo diminuendo drasticamente l’impiego della plastica e bonificando attivamente i terreni. Per quanto riguarda i fanghi, sarebbe necessario un ripensamento generale della loro gestione, che tenga presente quanto si è scoperto finora.

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Agnese Codignola - 25 Gennaio 2023
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SANDRO SEGNALINI
SANDRO SEGNALINI
27 Gennaio 2023 11:21

un ottimo ed esauriente articolo

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