Donna tiene tra le mani cibo in un contenitore in plastica per asporto, takeaway o food delivery, con posate di plastica

Il 2024 non inizia bene, dal punto di vista della contaminazione degli alimenti con sostanze che non dovrebbero essere presenti in ciò che si mangia. Nel giro di poche ore sono infatti usciti due studi preoccupanti, uno dei quali conferma l’amplissima diffusione dei plastificanti negli alimenti confezionati, l’altro quella delle nano e microplastiche nelle bottiglie di acqua, e in quantità nettamente superiori a quanto ipotizzato finora.

Il primo test su alimenti e bevande

Il primo è un rapporto di Consumer Reports, l’associazione ambientalista statunitense che da 25 anni si occupa, tra le altre cose, di plastiche e di plastificanti, rendendo noto periodicamente i risultati di test accurati ed estesi a decine di alimenti e bevande. Nell’edizione appena presentata, i ricercatori hanno verificato la presenza di due classi di plastificanti più comuni, gli ftalati e i bisfenoli (quello A, ma anche altri), in 67 bibite e cibi venduti nei supermercati e in 18 prodotti di fast food.

Gli autori hanno analizzato alimenti quali paste e ravioli, pollo e pesce, carne, yogurt, pizza, bibite dolci e gassate, tè freddi, frutta e verdura in scatola, salse, formaggi, gelati, pane, riso, cerali da colazione e alimenti per l’infanzia, verdure biologiche e non, tonno e sardine in scatola, e altro ancora, trovando una realtà in chiaroscuro (più scuro che chiaro). Infatti, il 79% dei prodotti analizzati conteneva bisfenolo A, anche se i valori erano mediamente inferiori rispetto a quelli dell’indagine precedente, del 2009.

Per quanto riguarda gli ftalati, invece, sono stati trovati praticamente in tutti i campioni (ciascuno dei quali è stato controllato almeno due-tre volte), anche se quelli per i quali sono state fissate soglie erano in concentrazioni inferiori ai limiti di legge. Il problema, però, con gli ftalati, è che ne esistono decine, e solo per alcuni esistono valori soglia. Lo stesso, sia pure in misura minore, vale per i bisfenoli: solo il tipo A è controllato, di solito, e solo esso è stato bandito da alcuni prodotti (come del resto gli ftalati), ma gli altri come il B sono presenti, e spesso senza che neppure si sappia.

plastica pollo imballaggio packaging carne piatti pronti interferenti endocrini ftalati
I ricercatori hanno verificato la presenza di ftalati e bisfenoli, in 67 bibite e cibi venduti nei supermercati e in 18 prodotti di fast food.

Nano e microplastiche da diverse fonti

Questa situazione, secondo gli autori, dipende da diversi fattori. Innanzitutto, la ricerca sui plastificanti alternativi e non tossici non ha ancora portato a molecole che possano sostituire adeguatamente quelle in uso da decenni. Inoltre, anche se numerosi effetti negativi sulla salute sono ormai noti (sono tutti perturbanti o distruttori endocrini, cioè interferiscono con i sistemi ormonali dell’organismo, con numerose ripercussioni negative), è molto difficile verificare il ruolo specifico di ciascuna di queste sostanze, le reciproche interazioni, l’accumulo nel tempo nell’organismo. Tra l’altro, ogni giorno il corpo umano ne assimila da numerose fonti, non solo alimentari, e anche di questo si deve tenere adeguatamente conto, nelle valutazioni sul rischio.

Tuttavia, l’ampia variabilità nelle concentrazioni rinvenute, che variano anche di quattro volte, così come il miglioramento rispetto ad alcuni anni fa, dimostra anche un altro fatto: abbassare la concentrazione di queste sostanze è possibile, con opportuni accorgimenti e metodi di lavorazione.

Nano e microplastiche nell’acqua in bottiglia

Il secondo studio, pubblicato su PNAS dai ricercatori della Columbia e della Rutgers University di New York, getta una nuova, inquietante luce sul contenuto dell’acqua delle bottiglie in plastica, che sembra contenere molte più nano e microplastiche di quanto ipotizzato finora. I nuovi dosaggi sono il risultato di una tecnica di spettroscopia Raman, messa a punto presso la Columbia University che permette, grazie a due laser incrociati, di identificare particelle nanometriche di sette polimeri, e quindi di studiare nanoplastiche che, finora, erano sempre sfuggite alle analisi più sofisticate, a causa delle loro dimensioni (un nanometro è un miliardesimo di metro).

Mineracqua precisa che  che le “bottled waters” prese in esame dallo studio non sono acque minerali naturali ma acque potabili trattate e imbottigliate. Infatti, il maggior numero di nanoplastiche rinvenute nelle bottled waters sono originate dall’utilizzo della sostanza Poliammide impiegata per la produzione dei filtri di plastica utilizzati per trattare l’acqua. Le acque minerali non possono subire alcun trattamento di questo genere. Piuttosto, si può approfondire e riflettere sulle acque trattate somministrate nei ristoranti e/o utilizzate nelle abitazioni attraverso apparecchi di filtrazione che utilizzano filtri di plastica.

Quali polimeri?

Grazie a essa, i ricercatori hanno analizzato l’acqua di tre tra i più popolari marchi venduti negli Stati Uniti (senza specificare quali), e hanno trovato tra le 110.000 e le 370.000 particelle per litro (240.000 in media). Nel 90% dei casi erano nanoplastiche, e nel restante 10% microplastiche. Ciò significa che, se confermata, la concentrazione di nanoplastiche nelle acque in bottiglia è da dieci a cento volte superiore rispetto a quella stimata fino a oggi. Interessante, poi, anche la tipologia di polimero rinvenuta.

Ovviamente in gran parte si tratta di PET (polietilentereftalato), la plastica con la quale sono realizzate quasi tutte le bottiglie, ma il primo, quantitativamente, è risultato essere la poliammide che, secondo gli autori, paradossalmente, potrebbe provenire dai filtri utilizzati nelle aziende prima dell’imbottigliamento, proprio per cercare di eliminare le nano e microplastiche. Poi si trovano anche polistirene, polivinilcloruro e polimetilmetacrilato. Questi polimeri, che sono tra i più utilizzati, rappresentano però solo il 10% dei residui: tutto il resto non si sa ancora da che cosa sia composto, e anche questo è un risultato inquietante.

Bottiglie di plastica di acqua minerale
La concentrazione di nanoplastiche nelle acque in bottiglia è da dieci a cento volte superiore rispetto a quella stimata fino a oggi.

Quanto alla provenienza, in parte le nano e le microplastiche derivano dallo sfregamento dei tappi, come mostrato in uno studio pubblicato dall’Environmental Working Group, ma soprattutto arrivano dalle fasi della lavorazione, e dall’esposizione al sole e agli stress atmosferici e meccanici cui sono sottoposte le bottiglie e dal fatto che nano e microplastiche sono ormai ubiquitarie, sulla Terra.

Margini di miglioramento

Tuttavia, anche in questo caso, la grande variabilità riscontrata dimostra che, adottando buone pratiche, la situazione potrebbe migliorare. Secondo gli autori, inoltre, è indispensabile approfondire gli studi sugli effetti delle nanoplastiche nell’organismo, dal momento che il diametro nanometrico permette loro di raggiungere qualunque distretto corporeo.

Infine, è necessario analizzare meglio il tema per l’acqua di rubinetto. Per quanto c’è già stato nel 2022 uno studio italiano che aveva dimostrato concentrazioni di nano e microplastiche nettamente inferiori rispetto alle bottiglie in plastica.

© Riproduzione riservata. Foto: Depositphotos

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Roberto
Roberto
19 Gennaio 2024 12:51

A mio parere sarebbe opportuno segnalare, nei titoli, che gli studi sono condotti negli Stati Uniti e non in Italia, onde evitare preoccupanti allarmismi nazionali.

Agnese Codignola
Agnese Codignola
Reply to  Roberto
19 Gennaio 2024 14:51

Buongiorno, è vero, gli studi sono stati condotti negli Stati Uniti, ma da anni tutti gli studi effettuati segnalano l’ubiquità della plastica in tutte le sue versioni, e anche dei plastificanti, in tutto il mondo, compresa la cima dell’Everest, le nuvole, le acque oceaniche. Non ci sono dati specifici, ma molti dei prodotti analizzati da Consumer Reports sono simili a prodotti in vendita anche da noi, quando non realizzati dalle stesse multinazionali, e infatti il problema dei bisfenoli e degli ftalati è anch’esso planetario. Purtroppo temo che non ci sarebbero dati molto diversi se le indagini fossero compiute in Europa o in Italia, perché gli alimenti sono ancora, in larghissima parte, conservati nella plastica, realizzata con plastificanti. E anche per le micro- e le nanoplastiche nelle acque, nessuno ha mai utilizzato il nuovo metodo da noi: siamo sicuri che porterebbe a esiti differenti? Non credo si tratti di allarmismo, ma di consapevolezza e di necessità di condurre studi tossicologici specifici, prendendo al tempo stesso provvedimenti normativi improntati al principio di precauzione.

luigiR
luigiR
19 Gennaio 2024 14:25

ma la popolazione è consapevole dei risultati di questi studi o siamo solo noi tra i pochi “privilegiati” ad esserne informati? si potrebbe fare un sondaggio, diffondere queste notizie capillarmente e vedere se, conseguenzialmente, certe abitudini possano cambiare…

gianni
gianni
21 Gennaio 2024 13:33

Quante prove sono necessarie e sufficienti per affermare un dato principio?
L’argomento non è scontato, e “dipende”, da una interpretazione di alto livello.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33039157/
—–Chiarire l’assenza di prove riguardanti i rischi per la salute umana derivanti dalle particelle microplastiche nell’acqua potabile: si vogliono dati robusti di alta qualità!!!!!!!
Il rapporto dell’OMS 2019 non conclude che le microplastiche siano sicure, tuttavia, riconosce che esistono significative incertezze relative alla qualità e all’ampiezza dei dati disponibili relativi all’esposizione umana alle microplastiche nell’acqua potabile e che le nostre conoscenze sia sull’esposizione che sugli effetti tossicologici richiedono l’acquisizione di “prove” più solide …….
Per affrontare le incertezze associate in relazione ai rischi effettivi e potenziali attribuiti all’esposizione a particelle microplastiche esiste un frustrante dilemma, non solo per la comunità di ricerca ma anche ai valutatori del rischio, ai manager e ai decisori:
•Le “prove” che abbiamo non sono sempre le “prove” che vogliamo.
•La “prova” che vogliamo non è sempre la “prova” di cui abbiamo bisogno.
•La “prova” di cui abbiamo bisogno non è sempre la “prova” che possiamo ottenere.
•Le “prove” che possiamo ottenere costano più di quanto vorremmo pagare.—–

Non lo dice il conte Mascetti come sembrerebbe, ma una autorità per un mucchio di sensate (!) considerazioni esposte nello studio suddetto e lo ha detto anche Arne Astrup ( NNF ) al dott.Monteiro ( NOVA ) nel dibattito sul cibo ultratrasformato.

D’altronde prendendo spunto dalle stesse dichiarazioni OMS2019
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0160412020317621?via%3Dihub
—–Dove sono le prove che l’esposizione umana alle microplastiche è sicura?
l’OMS ( Organizzazione Mondiale della Sanità, 2019 ) conclude che “gli esseri umani hanno ingerito microplastiche e altre particelle nell’ambiente per decenni senza alcuna indicazione di effetti avversi sulla salute” e che “non esistono prove che indichino un problema per la salute umana” . Molti media &tifosi hanno ripreso il motto “nessun rischio” sollevando un problema epistemologico fondamentale.
La conclusione di “nessun rischio” può essere supportata da “nessun dato”? Una delle trappole più comuni del pensiero critico è trascurare la logica secondo cui _____l’assenza di prove non è prova di assenza_____.
La conclusione “avere particelle di plastica nel proprio corpo è sicuro” evoca un classico errore noto come errore di ” appello all’ignoranza” di Locke (1690).’ Questo tipo di affermazione non trova posto nel pensiero razionale. —-

Mentre per decretare il rischio reale di qualcosa già approvato serve seguire un percorso obbligatorio multisfaccettato, quando si tratta di dire “è sicura?” si può dichiarare che non ci sono evidenze sufficienti a supportare il divieto e tutto funziona come usualmente.

Il principio di appello all’ignoranza ha certamente limiti e valore solo dialettico in tanti casi ma qui mi sembra corretto in considerazione del fatto accertato che le quantità di micro-nano plastiche, composte di diversi fattori negativi, circolanti si incrementano esponenzialmente negli anni e prove seppur limitate vanno TUTTE nella direzione di _allerta! pericolo!_ per cui non trovo chiare le spiegazioni degli enti regolatori, a oltre un secolo e mezzo dalla introduzione dei primi prodotti ( Corepla dice che il primo brevetto è datato 1861 circa ).

Luca
Luca
22 Gennaio 2024 18:02

Siete unici; gli unici che pubblicano anche le fotografie degli alimenti ritirati dal mercato. Bravi e sensibili sulle nefandezze provocate da homo technologicus sulla sua bramosia e avidità di denaro e nel prediligere il danno biologico, ecologico e vitale al normale andamento di TUTTA la natura.
Giudizio più che favorevole!!!

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