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Esclusiva: Paola Testori Coggi direttore della DG Sanco spiega perché la legge italiana sull’etichetta di origine difficilmente sarà accettata

Ilfattolimentare.it  ha chiesto a Paola Testori Coggi (direttore generale per la salute e i consumatori della DG Sanco, ovvero la persona responsabile della politica della Commissione Europea in materia di salute e sicurezza alimentare)  un parere sulle tematiche alimentari dibattute in queste settimane in Italia. Paola Testori Coggi lascia intendere  molto chiaramente che la nuova legge  sull’indicazione di origine  approvata all’unanimità la scorsa settimana dal Parlamento non verrà approvata in sede comunitaria, come abbiamo anticipato più volte nei  nostri articoli.

L’Italia ha approvato pochi giorni fa una nuova legge che obbliga i produttori a indicare sull’etichetta dei prodotti alimentari l’origine delle materie prime. La norma è stata approvata all’unanimità, ma solo  poche voce isolate tra cui ilfattoalimentare.it hanno espresso perplessità sulla possibilità di applicazione della norma. Lei cosa ne pensa?

L’indicazione dell’origine degli ingredienti  sulle etichette  è un obiettivo  che rientra nel diritto europeo, tanto è vero che queste indicazioni  si trovano da anni sulla carne bovina,  sugli ortofrutticoli freschi, sul pesce, sulle uova. L’ultima decisione al riguardo risale al dicembre 2010 quando  è stato approvato in prima lettura un progetto che estende l’obbligo dell’indicazione di origine a tutte le carni fresche suine, equine, ovine…. Il provvedimento dovrebbe entrare in vigore entro 1-2 anni. Ma si tratta di un primo passo perchè Le decisioni prese prevedono entro tre anni la pubblicazione di un rapporto sulla fattibilità di estendere l’obbligo al latte a lunga conservazione,  ai latticini e ai prodotti di prima trasformazione come la pasta.

Ma allora qual è il destino della nuova legge italiana?

La legge anticipa i tempi di un percorso avviato anni fa  in Europa   va presa in considerazione ma non può essere applicata adesso, bisogna aspettare le decisioni comuni.  Nell’Unione europea sono in vigore le stesse leggi sugli alimenti e sulle etichette  e  per questo difficilmente potrà essere accettata una legge come quella italiana che  impone regole non condivise. Le prossime categorie merceologiche che dovranno riportare l’origine in etichetta saranno decise insieme da tutti i Paesi. Se così non fosse scatterebbero grossi problemi alle frontiere, dove verrebbero respinti i prodotti e si limiterebbe la circolazione delle merci

Ci sono progetti per vietare o limitare  la vendita di gadget, pupazzi e giochi abbinati a prodotti alimentari per bambini  come si sta cercando di fare in California?

No l’Unione Europea non ha in progetto niente di tutto ciò. Esistono  solo norme molto  severe sulla sicurezza dei giocattoli per bambini che riguardano anche i gadget abbinati ai prodotti alimentari per bambini.

L’Italia è probabilmente l’unico Paese dell’Ue a non avere un’Agenzia per la sicurezza  alimentare,  avendo delegato ai ministeri della Salute e dell’Agricoltura certe funzioni. Questa scelta anomala come viene vista da Bruxelles?

Si tratta di una questione interna. Ogni Paese stabilisce autonomamente come organizzare la propria rete sanitaria e i controlli sul territorio e anche l’Agenzia rientra in questo ambito.

La recente vicenda in Germania della diossina nelle uova e nella carne di maiale insieme alla questione delle mozzarelle blu tedesche hanno destato un certo allarme. Si sono registrati ritardi  simili a quelli registrati dal ministero della Salute di Roma quando è scoppiato il caso della mozzarella di bufala con la diossina. Tutto ciò non invalida un pò l’efficacia del sistema di allerta rapido europeo Rasff?

La questione della diossina tedesca nei mangimi ha creato un certo scalpore nell’Ue, ma le informazioni dei media sono state forse un pò troppo allarmistiche. Sono stata pochi giorni fa in Germania per questa vicenda  che ha creato notevoli danni economici agli allevatori. Le partite di mangime contaminate da diossina sono state due, la prima risale al marzo 2010,  e non è stata comunicata alle autorità centrali tedesche. La  seconda partita viene scoperta alla fine di  novembre ed è subito scattato l’allerta tramite il Rasff. La contaminazione dei mangimi non è durata sei mesi come è stato scritto. Premesso che si tratta di una frode illegale inaccettabile, va detto che  l’allerta ha funzionato immediatamente, riuscendo ad individuare attraverso la tracciabilità le partite contaminate e gli allevamenti che le hanno utilizzate. Sono state inoltre bloccate  immediatamente in tutte le aziende agricole coinvolte  le attività avviando i controlli.

Quando si parla di diossina però i consumatori si allertano subito?

E’ vero, con la diossina non si scherza ma va precisato che le analisi effettuate in centinaia di allevamenti  di maiali hanno evidenziato solo due animali positivi  con valori di poco superiori al limite di 1,0 picogrammi, più precisamente si è trovato un valore di  1,07  e  di 1,51 picogrammi. In ogni caso tutti gli animali  di questi  allevamenti sono stati abbattuti. Per rendesi conto della vicenda va detto che la  contaminazione  registrata  nel 1999 in Belgio sulla  carne di maiale ha raggiunto quasi 1.000 volte i livelli  massimi, mentre in Irlanda  nel 2008  i valori erano  centinaia di volte superiori. La frode illegale resta, anche se il livello di contaminazione è stato contenuto e nessun maiale con  diossina superiore ai limiti  è arrivato al dettaglio. Se le autorità devono procedere con severità nei controlli, è anche vero che i media hanno il dovere di informare in modo attento e senza allarmismo per non creare situazioni critiche sul mercato.

Foto: Photos.com, Flickr cc

  Roberto La Pira

Roberto La Pira
Giornalista professionista, laurea in Scienze delle preparazioni alimentari

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