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Cozze tarantine: il problema delle diossine tra bonifiche, analisi e falsi allarmi

cozzeDopo i recenti titoli apparsi in rete sulla vicenda delle cozze prodotte a Taranto che gridavano all’allarme sanitario è doveroso fare un po’ di chiarezza. Negli ultimi giorni abbiamo letto una notizia che è stata ripresa da molti siti, secondo cui le cozze tarantine avrebbero dei livelli esagerati di diossine e policlorobifenili (pcb) pari a 16,618 picogrammi per grammo, ben oltre il limite di legge fissato a 6,5 pg/g. Questi numeri sono estrapolati dalle analisi del Dipartimento di Prevenzione dell’Asl, ma si riferiscono a partite di cozze che non sono destinate al commercio. Si tratta infatti di dati che servono alle autorità sanitarie, per monitorare l’ecosistema.

La mitilicoltura tarantina interessa principalmente tre specchi acquei: il Mar Piccolo (è un bacino interno, suddiviso in due seni, con una salinità di poco inferiore a quella del mare aperto), e altre aree di allevamento, il Mar Grande Nord e Sud.

Il problema della contaminazione chimica da diossine e pcb nelle cozze, esiste e riguarda soprattutto il Primo Seno del Mar Piccolo che presenta sul fondo sedimenti ricchi di queste sostanze tossiche, risultato di scarichi legati sia alle industrie della zona sia all’arsenale militare presente già nell’800. Per questo motivo le cozze provenienti da questo bacino possono essere allevate fino al mese di febbraio/marzo per poi essere spostate nelle altre aree affinché il prodotto completa la sua fase di maturazione.
La criticità a livello ambientale è comunque seria, per questo oltre al monitoraggio costante da parte dell’autorità sanitaria, sono stati pianificati i necessari interventi di bonifica* specifici. I valori di diossine e pcb delle cozze tarantine, anche se entro i limiti di legge, hanno dei livelli di accumulo più alti se confrontati con le analisi fatte dalla rivista “il Salvagente” sui mitili allevati in altre regioni d’Italia. Nel mese di giugno l’Asl ha misurato i livelli di diossine che variano da 4,5 a 1,4 pg/g, nettamente più elevati rispetto ai mitili di Olbia 0,53, Oristano 0,4, Ferrara 0,251 e dell’Alto Adriatico 0,471.

“Si tratta di una situazione paradossale – ci spiega il direttore del Dipartimento di prevenzione dell’Asl di Taranto, Michele Conversano – perché i molluschi, da un punto di vista microbiologico e virologico presentano un profilo di elevata sicurezza alimentare, oltre che un ottimo aspetto organolettico e non hanno neanche mai avuto problemi di contaminazione da biotossine algali che hanno invece più volte interessato altre aree di allevamento in Italia.

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Il Primo Seno del Mar Piccolo che presenta sul fondo sedimenti ricchi di diossine e policlorobifenili

Il controllo sanitario, in collaborazione con le Forze dell’Ordine, coinvolge anche la fase di produzione post-primaria negli stabilimenti – continua Conversano – oltre agli esercizi di vendita, i ristoranti e gli ambulanti abusivi, che hanno portato al sequestro di circa 1345 kg di mitili.
I rischi casomai sono legati all’acquisto di mitili presso venditori ambulanti non autorizzati, che non sono stati sottoposti ad alcun controllo igienico-sanitario.
Nonostante la confermata conformità del prodotto alla normativa vigente, siamo chiaramente anche noi in attesa del completamento delle operazioni di bonifica del Primo Seno del Mar Piccolo”.

*Dal commissario straordinario alle bonifiche in carica dal 2014, Vera Corbelli.

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  Valeria Nardi

Valeria Nardi
Giornalista

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