I bambini delle scuole elementari statunitensi hanno meno possibilità di acquistare bibite dolci e gassate, anche se non è ben chiaro se in questo modo si è ridotto effettivamente il consumo giornaliero.

 

I ricercatori dell’Institute for Health Research and Policy dell’Università di Chicago hanno pubblicato, sugli Archives of Pediatrcis & Adolescents Medicine, i risultati di un’ampia indagine iniziata nel 2007, che mostrano come i piccoli studenti abbiano accesso alle bevande piene di zuccheri meno facilmente rispetto a qualche anno fa.

 

Frank Chaloupka e i suoi colleghi, che da anni studiano i comportamenti dei bambini e delle aziende specializzate nella  vendita di prodotti destinati ai più giovani, hanno chiesto a centinaia di scuole sparse su tutto il territorio federale di rispondere ad alcune domande. Nel periodo compreso  tra il 2007 e il 2011 sono arrivate oltre 700 risposte dai vari istituti. I ricercatori hanno così potuto delineare un trend al ribasso, dal momento che nel 2008 le scuole dove era possibile acquistare bevande zuccherate erano il 48% del totale, mentre nel 2011 erano scese al 33%. Analoga tendenza è emersa per i distributori: se nel 2007 erano presenti nel 16% delle scuole primarie, nel 2011 il numero era sceso all’11%.

 

Molto resta da fare, prima di raggiungere l’obiettivo indicato come non più rinviabile dall’Institute of Medicine (IOM), e cioè che nelle scuole siano messi in vendita solo acqua, succhi di frutta al 100% e latte scremato o parzialmente scremato. È però indubbio che la strada imboccata dal sistema scolastico americano sia quella giusta, anche se non è stato ancora dimostrato che la minore disponibilità di bibite a scuola determina un minor consumo (alcuni studi mettono in discussione questa correlazione).

 

Dal canto suo, l’American Beverage Association (ABA), che rappresenta colossi quali la Coca-Cola e la Pepsi Cola, ha fatto sapere che dal 2004 a oggi il contenuto calorico medio delle bibite vendute alle scuole è diminuito dell’88%. Questa riduzione è da correlare ai disciplinari adottati nelle scuole, sempre più attenti alla salute, che prevedono la commercializzazione solo di lattine piccole con acqua, latte a basso tenore di grassi e succhi di frutta al 100%.

 

In realtà, come emerso da numerosi studi e articoli, la situazione è più complessa. Ciò che non passa attraverso le scuole viene pubblicizzato e venduto ai bambini e ai loro genitori con ogni mezzo, a partire dai fast food. Inoltre, più volte la stessa Associazione ha tentato di negare l’esistenza di un nesso tra obesità infantile e consumo di bibite zuccherate, contro ogni evidenza scientifica.  

 

Per togliere definitivamente alibi ai produttori, fare chiarezza per i consumatori e fornire ai legislatori strumenti scientifici di riferimento, l’American Cancer Association, grande associazione che riunisce malati e ricercatori dedicata in primo luogo alla prevenzione dei tumori, ha chiesto ufficialmente alla Segretaria di stato per la salute Kathleen Sebelius di promuovere una revisione globale di tutti gli studi pubblicati sull’argomento. L’intento è stabilire una volta per tutte il legame tra bibite gassate e zuccherate, obesità e cancro (l’obesità è considerato un fattore di rischio certo per l’insorgenza di moltissimi tumori). Rivestiti i panni abituali, l’ABA ha subito risposto, tramite la portavoce Karne Hanretty, che «Esistono già studi federali e indipendenti che mostrano come le bevande gassate e zuccherate non sono l’unica causa di obesità», evidenza a cui nessuno ribatte.

 

La battaglia sulle “soda” insomma continua, rinvigorita anche dalle prese di posizione sull’intenzione del sindaco di New York, Michael Bloomberg, di vietare in città la vendita di maxi bicchieri. La speranza è che, a prescindere da come vadano a finire le diverse declinazioni dello scontro tra aziende e autorità sanitarie, i cittadini statunitensi (e non solo loro) imparino a bere la Coca-Cola e le altre bevande in modo saltuario, in occasioni speciali, utilizzando l’acqua come bevanda da usare a casa, ma anche nei fast food, nelle scuole e in ufficio.

 

Agnese Codignola

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