Home / Sicurezza Alimentare / Acquacoltura sostenibile: il nuovo rapporto del Worldwatch Institute indica le regole da seguire per nutrire il pianeta

Acquacoltura sostenibile: il nuovo rapporto del Worldwatch Institute indica le regole da seguire per nutrire il pianeta

Quasi la metà dei prodotti ittici disponibili sul mercato globale proviene da allevamenti. Questo metodo di produzione è soggetto a varie critiche e associato all’inquinamento e alla degradazione dell’habitat  acquatico. Eppure, secondo un recente rapporto del Worldwatch Institute, lo sviluppo dell’acquacoltura sostenibile rappresenta una delle migliori risposte alla crescente esigenza di produrre il cibo di cui il pianeta ha sempre più bisogno.

 

Ilfattoalimentare.it ha segnalato più volte i problemi legati all’ipersfruttamento delle risorse ittiche e le sfide che l’Europa si trova oggi ad affrontare, nel dibattito sulll’ambiziosa proposta della commissaria Maria Damanaki [1] per una sostanziale riforma della Politica comune della pesca. Riconoscendo anche il merito del v.presidente alla commissione Pesca del Parlamento europeo, onorevole Guido Milana [2] per avere indirizzato gli sforzi dell’Ue verso un modello di produzione ittica orientato all’allevamento sostenibile.

 

Il nuovo rapporto ‘Farming Fish for the Future’ del ‘Worldwatch Institute’ [3] illustra come un’acquacoltura responsabile possa salvaguardare gli ecosistemi – marini e di acque dolci – e, insieme, offrire un maggiore contributo alla nutrizione dell’umanità in crescita (7 miliardi nel 2011, 9 nel 2050 secondo le stime e previsioni della FAO). «In un mondo che vive sempre più la scarsità di acqua e cereali, l’allevamento di specie ittiche di vario tipo garantisce un’efficienza assai superiore rispetto a quello di animali da reddito come bovini e pollame», spiega Brian Halweil, uno degli autori della ricerca. 

 

Attenzione però, c’e’ allevamento e allevamento. «Le specie carnivore come salmone e gamberi – sottolinea Halweil – sono sempre più popolari ma consumano quantità di mangimi, derivati da pesci di taglia inferiore, parecchie volte superiori al loro peso finale. Per fare un esempio, sono richiesti circa 15 kg di mangime a base di pesce per ottenere 1 kg di tonno». Per il salmone però si scende a 3 kg e per la trota a 2 kg. Ma la crescita geometrica dei fabbisogni di materie prime, è chiaro, non è compatibile con lo sviluppo della filiera produttiva che nel medio-lungo termine si troverebbe in affanno da carenza di approvvigionamenti.

 

L’impatto ambientale dipende dal tipo di acquacoltura e dalle sue modalità. Il rischio si associa sia all’entità e al trattamento degli scarichi degli impianti, sia a possibili fughe dei pesci allevati nei bacini idrici naturali. In tema di scarichi esistono modelli positivi – come l’allevamento della trota – ma anche esempi negativi. Come la produzione del salmone in Scozia, che nel suo complesso immette l’ammoniaca equivalente ai liquami non trattati di circa 3,2 milioni di esseri umani (!).

 

Produzione e consumi sono già enormi, e destinati a ulteriore crescita. Oggi l’allevato rappresenta il 42% dei consumi ittici globali ed entro il decennio sorpasserà il pescato. La produzione è raddoppiata negli ultimi 10 anni e gli esperti prevedono aumenterà ancora del 70 per cento di qui al 2030. D’altra parte il consumo pro-capite di prodotti ittici è quadruplicato dal 1950 a oggi. E quello di pesci d’allevamento è decuplicato rispetto al 1970 (+60%, nello stesso periodo, il consumo pro-capite di carne).

 

L’eco-acquacoltura è tuttavia ancora priva di una normativa di riferimento. Non sono state definite in Ue le regole per l’allevamento di specie ittiche con metodo biologico, né è stato realizzato uno standard internazionale di applicazione volontaria sull’acquacoltura sostenibile. È ora di intervenire, affinché i consumatori possano riconoscere e scegliere i prodotti che provengono da pratiche rispettose dell’ambiente (e del benessere animale). In modo da innescare un processo virtuoso, come è già accaduto nel settore del tonno a partire dagli anni ’80 con la diffusa applicazione di pratiche di pesca ‘delphin-safe’.

 

I consumatori potranno a loro volta contribuire alla sostenibilità della filiera, orientando i loro consumi verso prodotti a minore impatto: in Italia, la trota, l’orata, i molluschi, l’anguilla. In prospettiva, quando sarà possibile avere garanzia sull’ecologia delle produzioni, potranno favorire i pesci alla base della catena alimentare, come la tilapia che non a caso e’ ampiamente diffusa nel primo Paese al mondo per numero di abitanti.

 

Dario Dongo

foto: Photos.com

 

[1] http://www.ilfattoalimentare.it/pesca-sostenibile-dibattito-riforma-ue-commissario-damanaki-parlamento-ong-stati-membri.html

 

[2] http://www.ilfattoalimentare.it/acquacoltura-pesca-sostenibile-guido-milana.html

 

[3] http://www.worldwatch.org/node/5883

 

Avatar

Guarda qui

Microplastiche e biberon: un neonato è esposto in media a un milione e mezzo di particelle al giorno, rivela uno studio

I biberon e gli altri contenitori in plastica utilizzati per dare ai neonati latte, tisane …