Primo piano di un uomo anziano appoggiato al bastone; concept: longevità

Mentre la ricerca procede con cautela, integratori, cliniche e ristoranti trasformano la promessa di una vita più lunga in un business.

“Longevità” va cercando ch’è sì cara. Recenti dati demografici diffusi dall’ ISTAT attribuiscono agli italiani un’aspettativa di vita che supera gli 83 anni, ma, a ben guardare quel dato, emerge che la speranza di vita in buona salute si ferma mediamente a 59 anni. Significa che pur vantando un significativo aumento della speranza di vita (longevità) buona parte di quella stessa vita la passiamo convivendo con patologie croniche, farmaci e limitazioni della nostra autonomia. In questo scenario, si inserisce un dibattito che da alcuni anni si alimenta sia del lento procedere della scienza, con il suo necessario rigore, sia della fretta speculativa del commercio

L’aspettativa di vita si allunga

Negli ultimi duecento anni la nostra aspettativa di vita ha guadagnato, a livello globale e nazionale, tra i 40 e i 54 anni in media. Fino agli inizi dell’Ottocento, la speranza di vita alla nascita nel mondo oscillava tra i 30 e i 40 anni. In Italia, nel 1872, la speranza di vita non raggiungeva i 30 anni (29,8 anni). Questo significa che in circa un secolo e mezzo gli italiani hanno guadagnato oltre 50 anni di vita.

Questo aumento della speranza di vita è stato possibile grazie a progressi scientifici quali l’uso degli antibiotici e dei vaccini, il  miglioramento delle condizioni igieniche di vita, la potabilizzazione dell’acqua e creazione di efficaci sistemi fognari, la strutturazione su larga scala dei sistemi sanitari, la riduzione della mortalità infantile, la maggiore disponibilità di cibo e, infine, l’adozione di abitudini alimentari tese alla salvaguardia del benessere. Le previsioni indicano che l’aspettativa di vita continuerà a crescere ma a un ritmo molto più lento: le proiezioni al 2100 indicano che la speranza di vita, in Italia, arriverà a circa 93 anni.

L’aspirazione alla longevità

La longevità è dunque un’aspirazione ( “sì cara”) che, in un modo o nell’altro, molti coltivano, alimentati anche da una crescente pressione mediatica che postula come sia possibile vivere fino a 120 o 150 anni, oppure, come sostengono taluni, che in un ipotetico futuro si possa raggiungere l’immortalità.

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Le proiezioni al 2100 indicano che la speranza di vita, in Italia, arriverà a circa 93 anni

A tutt’oggi l’obiettivo della longevità viene affrontato e proposto attraverso due prevalenti e distinte lenti: quella scientifica e quella commerciale che cercano di collocarsi all’interno di una visione che, superata la fase del “lifespan” o durata della vita in anni, si concentra sul “healthspan” o anni della vita trascorsi in buona salute e autonomia. A tal fine si stanno diffondendo, da un lato istituti e cliniche specializzate che prospettano risultati sorprendenti a fronte di piccoli periodi di trattamento in ‘ritiri’ con costi esorbitanti, dall’altro centri alimentari o ristoranti che, assumendo nomi spesso fantasiosi, promettono benefici seguendo un’alimentazione specificamente orientata alla longevità Un mix che promette un nuovo, esaltante elisir di lunga vita. Ma è proprio così?

Dove va la ricerca

Le ricerche più recenti si concentrano oggi su diversi meccanismi biologici, tra cui l’accorciamento dei telomeri (le estremità dei cromosomi che si riducono col tempo), le modificazioni epigenetiche (come l’ambiente può influenzare i nostri geni), l’accumulo di cellule senescenti che infiammano i tessuti e il funzionamento dei mitocondri. A questi si aggiungono l’instabilità del genoma, il ruolo del microbiota e quello di alcune vie di regolazione cellulare, come quelle che coinvolgono le sirtuine, mTOR e AMPK. Si tratta di meccanismi strettamente collegati tra loro, che regolano processi come la risposta allo stress, la disponibilità di energia, la crescita e la riparazione cellulare e che non possono essere ricondotti a un’unica “via della longevità”.

Anche lo stile di vita può influire su alcuni di questi processi. La restrizione calorica moderata (ma non il digiuno forzato), l’attività fisica e un sonno adeguato possono modificare il metabolismo e l’espressione di numerosi geni, contribuendo anche a contenere l’infiammazione cronica di basso grado e lo stress ossidativo.

Sul piano alimentare non esiste una singola dieta capace di garantire la longevità. Le evidenze disponibili indicano piuttosto l’importanza complessiva della qualità della dieta, con un adeguato apporto di proteine, grassi insaturi, fibre e composti bioattivi di origine vegetale, tra cui i polifenoli, e un consumo limitato di alimenti che favoriscono eccessi energetici e alterazioni metaboliche.

Un uomo e una donna anziani in cucina con frutta sul bancone; concept: dieta, longevità
Per la longevità, le evidenze disponibili indicano l’importanza complessiva della qualità della dieta

Non esiste la pillola della longevità

C’è un punto fermo sul quale la comunità scientifica si trova concorde: non esiste, e non esisterà nel breve periodo, una pillola o un cocktail di pillole, ma neppure un particolare alimento (elisir di lunga vita) in grado di condizionare il nostro orologio biologico e di restituirci quella giovinezza che il tempo tende a far sfiorire, o dare a tutti noi una prospettiva di vita ben oltre i margini fisiologici e biologici che pure, allo stato attuale, esistono.

Ed è proprio a questo punto che entra in gioco la pressione del marketing: vendere l’illusione ai margini della scienza, dando vita al fenomeno del longevity washing, una pratica commerciale priva di qualunque sostegno scientifico. Si utilizza un dato scientifico reale, lo si isola dal contesto e lo si trasforma in un costoso prodotto o servizio. Ecco gli integratori al NAD+ che promettono il ringiovanimento cellulare quasi istantaneo, le creme ai telomeri e le cliniche d’élite che offrono flebo di peptidi ed esosomi a prezzi stellari.

Neppure la ristorazione si è sottratta al nuovo business: ecco fiorire i Longevity Restaurants, nuova denominazione di vecchi luoghi dove l’attenzione alla qualità degli alimenti era particolarmente alta già da tempo ma che nei fatti non offrono nulla di più di quanto già era nelle loro specifiche attività. Infine il sapiente richiamo alle “Zone Blu”, le enclavi degli ultracentenari, le cui caratteristiche non saranno mai riproducibili nelle nostre metropoli o sostituirsi alle nostre abitudini di vita.

L’illusione del marketing

L’illusione che il marketing e la pressione mediatica cercano di generare in noi fa leva sull’idea che la salute a lungo termine sia una merce in vendita, una scorciatoia per ingannare il metabolismo o aggirare la fatica quotidiana delle regole suggerite da uno stile di vita complesso, costituito da linee guida scientifiche e di buon senso. Come se la longevità si potesse cercare al supermercato, in una specifica clinica o in un ristorante.

“Longevità” va cercando ch’è sì cara, dunque, intendendo “cara” come anelata ma anche come costosa e fruibile solo da chi ha i mezzi per affrontarne le spese. La longevità diventa in questo modo un ulteriore  grande fattore di disuguaglianza sociale: un bene di lusso per chi può permettersi la prevenzione privata, mentre il resto della popolazione si scontra con un sistema sanitario pubblico sempre più in sofferenza. Proprio come Catone vagava alla ricerca della libertà spirituale, anche quella della salute a lungo termine è una ricerca impegnativa, che richiede costanza, applicazione e risposte collettive, politiche, sociali e una solida consapevolezza individuale.

Longevità, quindi, nella parafrasi dantesca, non deve essere “cara” ma un obiettivo accessibile a tutti, puntando non tanto al record di anni vissuti ma alla qualità (healthspan) di quelli che la scienza, l’innovazione, l’organizzazione sociale ci consentono mantenendo autonomia e capacità intellettuale. Ma per essere davvero tale, non può essere un intruglio venduto su internet, bensì il risultato di una società che tutela la qualità della vita di tutti, e non solo la sopravvivenza medica di pochi.

Michele Rubbini, già docente di Medicina Culinaria, Università di Ferrara.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, AdobeStock

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