Nutrizione infantile, trappole del marketing e ruolo della famiglia: come prevenire il sovrappeso nei bambini senza ricorrere a diete punitive e riscoprendo i principi dell’alimentazione intuitiva
L’Italia si trova ad affrontare un’emergenza nutrizionale che riguarda i più piccoli: quasi un bambino su tre si trova in condizioni di sovrappeso od obesità, collocando il nostro Paese ai vertici delle classifiche europee per l’incidenza di questo fenomeno. Un paradosso evidente per la patria della dieta mediterranea, dove la frenesia quotidiana, la pervasività del cibo ultra-processato, la sedentarietà e la pressione del marketing alimentare mettono a dura prova l’impegno quotidiano dei genitori a tavola.
Per fare il punto sulle cause di questo scenario e comprendere come intervenire in modo davvero efficace, Abril Gonzalez Campos, dietista che collabora con Il Fatto Alimentare, ha intervistato la collega Arianna Rossoni, dietista con oltre 15 anni di esperienza, specializzata in nutrizione femminile. Dott.ssa Rossoni è fondatrice di due enti di formazione rivolti a professionisti della nutrizione: Equilibrio Donna e SNIP (Scuola di Nutrizione in Pediatria), entrambi caratterizzati da un approccio non pesocentrico e basato sui principi dell’intuitive eating.
1. Il paradosso italiano
Perché l’Italia, culla della dieta mediterranea, figura tra i Paesi europei con la più alta percentuale di bambini in sovrappeso o obesi (circa il 30% tra sovrappeso e obesità)? Quali fattori culturali o di stile di vita determinano questo primato?
Il paradosso è solo apparente: la dieta mediterranea è un patrimonio culturale, ma non è più la dieta reale della maggior parte delle famiglie italiane. Quello che chiamiamo “dieta mediterranea” richiede tempo, organizzazione domestica e una filiera alimentare che negli ultimi decenni si è profondamente trasformata. Oggi conviviamo con orari di lavoro che occupano la maggior parte della giornata ad entrambi i genitori, di conseguenza c’è meno tempo per fare una spesa frequente di prodotti freschi, meno tempo per cucinare e meno tempo per condividere i pasti. Pasti che, oltretutto, sono spesso caotici, con la tv o il tablet a disposizione dei bambini, e magari con liti di sottofondo: un ambiente non utile per consolidare un buon rapporto con il cibo.
Inoltre, abbiamo un’offerta di cibo ultra-processato economico e capillare: cibo che è semplice da preparare e da mangiare, che costa poco, e che può sgravare il genitore dal peso (perché è un peso) di organizzare i pasti.
A questo si aggiunge un fattore che vedo ogni giorno in ambulatorio: la sedentarietà infantile. Il gioco libero e spontaneo e il tempo dedicato all’aria aperta non è più un’opzione concreta per la maggior parte dei bambini: e non certo per colpa dei genitori. Il problema è nella struttura della settimana lavorativa (se si stacca dall’ufficio alle 18, quanto tempo rimane per portare i bambini al parco?), e nella mancanza di aree adeguate nelle nostre città e paesi: al più, ci sono parchetti cementati con uno scivolo e due altalene. Siamo lontani dal modo di concepire gli spazi per i bambini tipico nei Paesi del Nord Europa.

2. Impatto del marketing e del “junk food”
Quanto e in che modo la pubblicità (TV e web) influenza le scelte alimentari dei bambini in età prescolare e scolare? Alcuni dati emersi dalle ricerche del Dott. Simon Barquera, ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Sanità Pubblica del Messico: Secondo le sue stime, i bambini che trascorrono in media due ore al giorno davanti alla televisione possono essere esposti, nell’arco di un anno, a oltre 12.000 pubblicità di alimenti ultra-processati. Questo fenomeno è presente nel nostro paese?
L’influenza è enorme e ben documentata, anche in Italia. I bambini non hanno ancora gli strumenti cognitivi per comprendere un contenuto pubblicitario: per loro un influencer che “consiglia” una merendina è indistinguibile da un amico. I dati di Barquera sul Messico sono coerenti con quanto osserviamo anche qui: il marketing alimentare rivolto ai minori è massicciamente sbilanciato verso prodotti ultra-processati, ad alta densità calorica e bassa qualità nutrizionale, veicolati attraverso packaging colorato, personaggi, giochi e piattaforme digitali dove il controllo genitoriale è ancora più debole che in TV. In Italia manca ancora una regolamentazione realmente incisiva su questo fronte, e questo lascia alle famiglie un carico enorme di “mediazione” che non tutti hanno gli strumenti o il tempo per esercitare.
3. Standardizzazione del gusto
È vero che l’esposizione precoce ai pasti da fast food altera il palato dei bambini, portandoli ad assimilare quel tipo di alimentazione come modello gustativo e di gratificazione “di riferimento”?
È vero, ed è un meccanismo neurobiologico oltre che culturale. Il palato si costruisce nei primi anni di vita attraverso l’esposizione ripetuta: più un bambino incontra precocemente e frequentemente sapori molto dolci, molto salati, molto grassi, più quel profilo gustativo diventa il suo “punto di riferimento” di normalità e di piacere. Il rischio è duplice: da un lato un appiattimento della varietà gustativa (frutta e verdura vengono percepite come “insipide” per confronto), dall’altro un’associazione tra quel tipo di cibo e la gratificazione immediata, che può poi giocare un ruolo nella regolazione emotiva attraverso il cibo anche in età adulta. Questo non significa demonizzare il fast food occasionale, ma essere consapevoli che la frequenza e la precocità dell’esposizione contano.

4. Meccanismo del gadget/sorpresa
Qual è l’impatto sullo stato emotivo e sullo stato nutrizionale dei giochi associati ai prodotti alimentari sul comportamento d’acquisto e sulla percezione del cibo come “ricompensa”?
Qui entriamo nel cuore della psicologia del comportamento alimentare infantile. Il gadget attiva un circuito di ricompensa che non ha nulla a che fare con la fame o il gusto del cibo: il bambino non chiede quel prodotto per mangiarlo, ma per ottenere la sorpresa. Il problema è che questo meccanismo insegna, ripetizione dopo ripetizione, ad associare un determinato alimento a un’emozione positiva intensa e immediata (eccitazione, attesa, gratificazione) indipendentemente dal valore nutrizionale. Con il tempo questo può contribuire a costruire un rapporto con il cibo basato sulla ricompensa emotiva più che sull’ascolto della fame e della sazietà, terreno fertile per un’alimentazione emotiva che può accompagnare la persona ben oltre l’infanzia.
Tuttavia, ritengo che attualmente il problema del gagdet sia molto ridimensionato rispetto agli anni Novanta, nei quali hanno imperversato i pacchi famiglia di merendine con il giochino da collezionare. Ritengo che attualmente il grande nemico dell’alimentazione intuitiva per i bambini siano smartphone e tablet usati indiscriminatamente ai pasti: vengono dati per tenere buono il bambino, per farlo mangiare di più (e oggettivamente per avere un momento di rifiato dal carico delle giornate). Sembrano utili, ma sono assolutamente controproducenti: inducono nel bambino uno stato di dipendenza dallo schermo che già è problematico di per sé, e lo diventa a maggior ragione durante il pasto, perché impedisce al bambino di rendersi conto delle sensazioni fisiche che il pasto può dargli (soprattutto, fame e sazietà).

5. Percezione dei genitori
Dai dati emerge spesso che molti genitori non percepiscono il sovrappeso del proprio figlio. Qual è il ruolo della consapevolezza familiare nel successo di un percorso nutrizionale? C’è un iter da seguire da quando il pediatra pone la diagnosi di obesità?
È uno dei temi più delicati del mio lavoro. È vero, i dati mostrano che molti genitori tendono a sottostimare il sovrappeso del proprio figlio, spesso perché il riferimento visivo si è spostato: se il sovrappeso è diventato più comune nel contesto sociale del bambino, “sembra” meno un’anomalia. Non lo leggo come negligenza, ma come un effetto naturale del contesto in cui viviamo, e lo dico sempre alle famiglie senza alcun giudizio: nessun genitore vuole che suo figlio stia male.
Detto questo, la consapevolezza familiare è determinante per l’esito di qualsiasi percorso, perché il bambino non cambia da solo: cambia l’ambiente in cui vive, e quell’ambiente lo costruiscono gli adulti. Quando il pediatra pone una diagnosi di sovrappeso od obesità, l’iter corretto prevede una valutazione multidisciplinare: non un’unica dieta prescritta al bambino, ma un lavoro che coinvolge pediatra, dietista/nutrizionista con competenze pediatriche e, quando serve, uno psicologo dell’età evolutiva, per capire cosa succede a tavola, che rapporto la famiglia ha con il cibo, e quali cambiamenti sono realisticamente sostenibili.
L’obiettivo non è mai “mettere a dieta” un bambino, ma accompagnare l’intero nucleo familiare verso abitudini più equilibrate. Mettere a dieta i bambini è una sconfitta della nostra società, in un duplice senso: in primis perché significa che non si è stati in grado di creare una rete di informazione e di sostegno che possa limitare il rischio di obesità infantile. E poi, perché il regime ipocalorico in età evolutiva è il primo e più importante fattore di avvio e amplificazione di un disordine o disturbo dell’alimentazione.

6. Alimentazione nei primi anni
In che misura le prime fasi di vita (allattamento, svezzamento, primi 1.000 giorni) impostano il rischio di obesità futura? È vero che i bambini e gli adolescenti possono autoregolarsi meglio degli adulti?
I primi 1.000 giorni vanno dal concepimento (quindi, partono dalla vita intrauterina e dalla salute materna) ai due anni di vita. Sono un periodo di programmazione metabolica ed epigenetica importantissimo: allattamento, modalità di svezzamento, esposizione ai sapori e stile alimentare familiare influenzano davvero il rischio di obesità futura, oltre che le preferenze gustative che il bambino porterà con sé.
Ed è vero, i bambini nascono con una capacità di autoregolazione della fame e della sazietà spesso migliore di quella di molti adulti: sanno fermarsi quando sono sazi, se glielo permettiamo. È proprio questa capacità innata che rischiamo di compromettere con la pressione a mangiare (“ancora un pezzettino”, “finisci quello che hai nel piatto”, “se mangi le verdure poi puoi prendere un dolcetto”).
Sottolineo tuttavia di non cadere in una frequente incomprensione: i bambini sanno autoregolarsi, ma questo non significa che vanno lasciati liberi di mangiare quello che vogliono. Significa che il genitore ha un ruolo ben preciso nell’alimentazione di suo figlio: quello di garantire che questa autoregolazione possa mantenersi il più a lungo possibile. E in che modo può farlo? Proponendo pasti ben strutturati e vari, guidando verso la capacità di ascoltare ed onorare i bisogni del proprio corpo, e, pian piano, insegnando che nessun cibo è vietato: cibi diversi rispondono ad esigenze diverse. Ascoltare la fame del pancino, del cuore e delle emozioni è la più genuina educazione alimentare che si possa fare.
7. Strategie pratiche per la famiglia
Quali sono le prime 2-3 regole di “igiene alimentare” da applicare a casa senza trasformare il momento del pasto in uno scontro rigidamente punitivo?
Ne indicherei tre, semplici ma potenti:
Primo, la divisione delle responsabilità: è compito del genitore decidere cosa, quando e dove si mangia; è compito del bambino decidere se e quanto mangiare di ciò che gli viene offerto. Questo toglie il pasto dal terreno dello scontro di potere, che è spesso l’origine dei conflitti a tavola. Ed è il motto della più celebre nutrizionista dell’età evolutiva, la Dott.ssa Ellyn Satter.
Secondo, il cibo non è mai un premio né una punizione: evitare di legare dolci o merendine a un buon comportamento, e allo stesso modo non usare il cibo come consolazione sistematica. Questo protegge il bambino da un’associazione precoce tra emozioni e alimentazione che può accompagnarlo per tutta la vita.
Terzo, risolvere, se ce ne sono, i propri conflitti con cibo e corpo. I bambini imitano: i bambini si co-regolano a partire dalle emozioni dei genitori. Un genitore perennemente a dieta, o con elevato grado di emotional eating (alimentazione emotiva) disfunzionale, non fa da specchio positivo per suo figlio: è un genitore che ha bisogno lui stesso d’aiuto.
In generale, la chiave, in tutte e tre le regole, è la coerenza senza rigidità: un ambiente prevedibile e sereno insegna molto più di qualsiasi divieto.
Le autrici dichiarano di non avere alcun conflitto di interessi.
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Dietista MSc PhD. Master in Scienze fisiologiche. Dottorato di ricerca in biologia vascolare e ipertensione arteriosa. Specializzata nella cura dell’obesità e dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Si occupa in particolare di educazione alimentare negli adolescenti e adulti.


