Il Gruppo VéGé si impegna ad abbandonare le uova da galline in gabbia ed esclude anche i sistemi combinati, Per le altre insegne gli impegni cage-free hanno scadenze lontane.
Il Gruppo VéGé ha annunciato l’abbandono delle uova provenienti da galline allevate in gabbia. La parte più interessante dell’impegno è però un’altra: l’insegna ha precisato di voler escludere anche i cosiddetti sistemi combinati, un tipo di allevamento poco conosciuto che pone più di un problema perché sull’etichetta compare la rassicurante dicitura “uova da galline allevate a terra”.
La questione riguarda ancora una parte importante della produzione nazionale. Secondo i dati della Commissione europea, circa il 34% delle galline ovaiole in Italia è tuttora allevato in gabbia: praticamente una su tre. La decisione di VéGé arriva dopo il confronto portato avanti da Animal Equality. La catena eliminerà entro il 2026 dagli scaffali le uova fresche a marchio proprio provenienti da galline allevate in gabbia, mentre per completare la conversione delle imprese associate l’orizzonte indicato arriva addirittura al 2034.
Con questa decisione VéGé si aggiunge a Carrefour, Esselunga, Iper, Aldi, Bennet, Conad, Coop, Despar, Gruppo Selex, Lidl e Unes, che hanno già assunto impegni pubblici per abbandonare le uova provenienti da galline allevate in gabbia. Nella maggior parte dei casi la conversione è in corso, ma alcuni programmi prevedono scadenze lontane nel tempo. Questa precisazione è importante perché un impegno cage-free non significa necessariamente che le uova delle gabbie siano già scomparse dagli scaffali. Le aziende possono continuare a vendere per anni uova provenienti da questi allevamenti prima di raggiungere l’obiettivo annunciato.
Quando “allevate a terra” non significa necessariamente senza gabbie
L’altro grosso problema riguarda i sistemi combinati, di cui Il Fatto Alimentare si è già occupato in questo articolo. Sulle confezioni il codice 2 indica che le galline sono “allevate a terra” e il consumatore immagina animali liberi di muoversi all’interno di un capannone. In realtà gli allevamenti a terra moderni sono spesso organizzati su più livelli.

Poi ci sono i sistemi combinati, che sono strutture metalliche multipiano dotate di divisori, sportelli e paratie. Quando sono aperti, le galline possono muoversi tra i diversi livelli e nel capannone; quando vengono chiusi, gli animali restano confinati nei singoli moduli. La stessa struttura può quindi funzionare come voliera oppure, di fatto, come una gabbia. Questa precisazione non viene indicata, per cui le uova sono classificate con il codice 2 e riportare la dicitura “uova da galline allevate a terra”. Il consumatore non ha modo di sapere, leggendo la confezione, se le uova provengono da una normale voliera multipiano oppure da un sistema combinato. Per questo Il Fatto Alimentare aveva già definito queste strutture “gabbie camuffate”.
Lidl e adesso VéGé dicono no ai sistemi combinati
Nella grande distribuzione italiana Lidl è finora il caso più netto che abbiamo verificato. L’insegna ha dichiarato a Il Fatto Alimentare di non utilizzare sistemi combinati e di controllare i propri fornitori. Adesso anche VéGé prende un impegno esplicito nella stessa direzione: la futura politica cage-free dovrà escludere anche questi impianti. È un particolare importante perché passare semplicemente dal codice 3 (gabbia) al codice 2 (allevamento a terra) non garantisce da solo l’assenza di strutture che possono essere richiuse e utilizzate come gabbie.
Per le altre grandi insegne che hanno annunciato politiche cage-free non sempre è altrettanto chiaro se l’impegno comporti anche l’esclusione dei sistemi combinati.
Gli impegni sulla carta non bastano
Resta infine il problema dei tempi. Le politiche cage-free sottoscritte dalle aziende vengono spesso presentate come se la conversione fosse già avvenuta, mentre possono prevedere periodi transitori di diversi anni.
I dati di EggTrack invitano alla prudenza: nel rapporto 2025 soltanto il 48% degli impegni aziendali con scadenza nello stesso anno risultava effettivamente completato, mentre 50 aziende avevano cancellato precedenti promesse pubbliche.
La vera svolta arriverà per le uova arriverà non quando tutte le insegne avranno pubblicato una promessa cage-free, ma quando le gabbie saranno davvero scomparse e quando dietro la scritta “allevate a terra” non potranno più nascondersi gabbie sotto un altro nome
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Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato per 7 anni con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24


