Un nuovo studio rivela l’impatto degli alimenti ultra processati su infarti e ictus: responsabili fino al 40% dei casi.
Gli alimenti ultra processati, industriali, poveri di fibre, proteine e sali minerali e ricchi di grassi, zuccheri e sale, sarebbero responsabili di un numero di malattie cardiovascolari e relativi decessi che varia tra il 23% e il 38% del totale. Lo suggerisce uno studio pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine e presentato nei giorni scorsi a un congresso internazionale sull’obesità svoltosi in Messico, basato su modelli di valutazione comparativa del rischio, che ha preso in considerazione la realtà del Canada, paese dove già nel 2015 più del 43% (con una forbice compresa tra il 38,2% e il 48,9%) delle calorie giornaliere degli adulti era ottenuto da alimenti di questo tipo. Negli anni successivi i consumi sono rimasti su livelli analoghi, come in numerosi altri paesi tra quelli più sviluppati.
Il confronto
In esso i ricercatori dell’Università di Montreal e di altri istituti internazionali hanno elaborato alcuni modelli statistici per stimare l’impatto dei prodotti ultra processati sulle malattie cardiache coronariche, sull’ictus, sui decessi cardiovascolari e sugli anni di vita vissuti con disabilità (DALY).
Per stimare il rischio relativo, gli autori hanno utilizzato i dati di una metanalisi basata su tre importanti studi di coorte condotti in Francia (NutriNet Santé), Italia (Moli-sani) e Stati Uniti (NHANES III -National Health and Nutrition Examination Survey). Tale metanalisi ha stimato un aumento dell’8,2% dell’incidenza e dei decessi per malattie coronariche e del 9,8% di incidenza e mortalità per ictus per ogni 10% in più di apporto calorico da ultra processati.
Ultra processati e diagnosi
Per quanto riguarda i consumi, la fonte sono stati i dati ufficiali del 2015 Canadian Community Health Survey (CCHS)–Nutrition, una rilevazione basata su risposte periodiche a questionari alimentari di persone con più di venti anni, mentre per le patologie i numeri sono stati ricavati dalle cartelle cliniche del servizio sanitario pubblico, aggiornate al 2019.

Elaborando tutti i dati il risultato è stato che nel 2019 ci sarebbero state tra le 58.000 e le 96.000 nuove diagnosi (su un totale di 258.550) di patologie cardio- e cerebrovascolari, tra le quali infarti e ictus, riconducibili direttamente al consumo di ultra processati, e tra i 10.600 e i 17. 400 (su un totale di 46.100) decessi specifici, oltre a un numero di anni di disabilità (il parametro chiamato DALY da disability-adjusted life-years) compreso tra 235.800 e 388.700. In alter termini, tra il 23 e il 37-38% dei casi e delle morti sarebbe un effetto diretto della presenza degli ultra processati nella dieta quotidiana.
Se invece si considerano i potenziali benefici che si otterrebbero riducendo il consumo di ultra processati, un calo compreso tra il 20 e il 50% delle calorie derivanti da questi prodotti potrebbe prevenire tra i 16.800 e i 45.900 nuovi casi e tra i 3.100 e gli 8.300 decessi, oltre a 67.800-185.200 anni di disabilità in meno.
I commenti
In Canada, come in altri paesi, le patologie cardio- e cerebrovascolari sono responsabili di circa un decesso su quattro. In base ai risultati ottenuti, anche se si tratta di modelli (convalidati a livello internazionale), anche se gli intervalli sono piuttosto ampi, e nonostante non vi sia la dimostrazione di un rapporto di causa ed effetto, secondo gli autori è evidente che il consumo di prodotti ultra processati sia uno dei principali responsabili di questo tipo di malattie non trasmissibili. Patologie che si potrebbero evitare e che sono causate da carni lavorate e bevande dolci in proporzione nettamente superiore rispetto a tutti gli altri possibili tipi di alimenti industriali. Non è invece possibile esprimersi, in questo caso, su una domanda fondamentale: a provocare i danni è la scarsa o scarsissima qualità nutrizionale degli ultra processati oppure entrano in gioco altri fattori come gli additivi e le lavorazioni?
La buona notizia è che in un paese come il Canada (da questo punto di vista simile all’Italia), dove non si sono ancora introdotte molte norme dedicate, lo spazio di intervento è ampio. Tassazioni specifiche, regole sulle etichette, limiti alla pubblicità, campagne educazioni, provvedimenti mirati a specifiche fasce di popolazione e altre misure hanno già dimostrato di essere efficaci – se impostati in modo adeguato –, di riuscire ad accrescere la consapevolezza della popolazione e a obbligare i produttori a cambiare le ricette e il marketing. In Cile, per esempio, l’introduzione dei bollini neri ha provocato la diminuzione del 25% circa degli acquisti dei prodotti peggiori, mentre in Messico una tassa del 10% sulle bibite dolci ha provocato una riduzione del 6,3% dei consumi.
La volontà è quindi solo politica: i numeri su cui basare le decisioni non mancano, in Canada come in Italia.
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Giornalista scientifica



Resta l’incognita della definizione approssimativa di alimenti ultraprocessati:
dalla lavorazione eccessiva, agli ingredienti aggiunti come comservanti, stabilizzanti, aromatizzanti e tutti quei coadiuvanti impiegati nella produzione.
Ma anche il depauperamento nutrizionale della ultra raffinazione, idrolisi, fritture e tostature oltre il limite dello stravolgimento strutturale dei contenuti nutrizionali.
In estrema sintesi: all’entropia energetica-strutturale raggiunta dagli alimenti molto lavorati, che non solo non alimentano, ma modificano la fisiologia e la funzione di organi bersaglio.