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Una revisione scientifica con metanalisi mette in guardia sugli effetti fisiologici diretti dei dolcificanti: alterano l’insulina a digiuno e la flora batterica.

Dalla saccarina (scoperta nel 1878 e diventata popolare a partire dalla Prima Guerra Mondiale) in poi i dolcificanti sono diventati sempre più diffusi e utilizzati dall’industria alimentare. Per interi decenni hanno avuto un successo crescente, grazie alle calorie nulle o molto ridotte rispetto agli zuccheri classici, caratteristica che li ha fatti diventare subito familiari non solo tra i diabetici ma anche tra chi cercava di non acquisire peso senza rinunciare al sapore dolce. Da qualche anno, tuttavia, studi di vario tipo e su molecole molto diverse tra loro, di origine naturale o sintetica, hanno iniziato a gettare ombre sull’intera categoria, al punto che oggi sono esplicitamente sconsigliati anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), a meno che particolari esigenze non ne giustifichino l’assunzione.

L’indicazione si basa sul principio di precauzione, ma è anche frutto di ricerche dedicate, che ora una revisione narrativa, completata da una nuova metanalisi originale, pubblicata su Current Atherosclerosis Reports dai ricercatori del Food is Medicine Institute della Tufts University di Boston riassume, evidenziando alcune informazioni poco note in particolare sulle conseguenze cardiometaboliche di un consumo regolare.

La metanalisi e il rischio di diabete

Per cercare di distinguere le azioni dei singoli dolcificanti, gli autori hanno preso in considerazione 21 ricerche randomizzate e controllate (e quindi non studi osservazionali, con i quali è impossibile definire un rapporto di causa ed effetto) nelle quali la sostanza o le sostanze in esame erano state messe a confronto con un placebo o con l’acqua, cioè con composti neutri e non, come spesso accade, con zuccheri. In questo modo erano certi di vedere solo conseguenze attribuibili al dolcificante. Il risultato è stato che chi assume regolarmente dolcificanti ha un chiaro aumento del rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 e le condizioni che lo precedono come la resistenza all’insulina e gli squilibri nei valori di emoglobina glicata del sangue, il parametro indicativo di un’alterazione. Ciò significa anche che non solo le calorie a fare la differenza, ma le molecole dei singoli dolcificanti.

Considerando tutti i dati nel loro complesso – hanno sottolineato gli autori, tra i quali il nutrizionista Dariush Mozaffarian – emergono segnali che suggeriscono la pericolosità dei dolcificanti a livello metabolico. I grandi studi osservazionali analizzati suggeriscono che chi consuma regolarmente più dolcificanti ha un maggior rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 e malattie cardiometaboliche, anche se gli autori ricordano il rischio di una causalità inversa: le persone già a maggior rischio potrebbero essere più inclini a scegliere queste sostanze.

Bustine di dolcificanti e zucchero in un contenitore
Possono esserci conseguenze cardiometaboliche di un consumo regolare di dolcificanti

Gli effetti sul microbiota

Dall’analisi arriva anche una conferma di risultati di altri studi degli ultimi anni: il danno diretto sul microbiota intestinale, che a sua volta è implicato nell’azione sul metabolismo, e che costituisce un ulteriore ottimo motivo per limitare il consumo di queste molecole.

I dolcificanti arrivano direttamente nell’intestino, e lì entrano in contatto diretto con il microbiota. Ma, come è stato dimostrato in uno degli studi analizzati con il trasferimento diretto di microbiota umano ai modelli animali, quel contatto altera la composizione della flora batterica in senso negativo.

Un altro aspetto è il fatto che sarebbe meglio distinguere sempre e non valutare “i dolcificanti a calorie zero” come categoria, perché ogni molecola è diversa, e in quanto tale può esercitare azioni differenti: considerarle tutte insieme può condurre a grossolani errori di valutazione.

Inoltre Mozaffarian sottolinea come non si debba assumere un atteggiamento estremo, perché per alcune persone – per esempio per chi è abituato a bere grandi quantità di bevande gassate dolci – i dolcificanti mantengono un ruolo importante, e sostituire una parte degli zuccheri assunti quotidianamente con sostanze meno caloriche resta un consiglio valido, e associato a ricadute positive per la salute.

Infine, il lavoro evidenza le carenze nelle regole statunitensi delle etichette: esiste l’obbligo di specificare la presenza dei dolcificanti, ma non quello di indicare la quantità. Questa lacuna rende difficile condurre studi accurati, e complica la comprensione dei consumatori, che non possono sapere quanto dolcificante assumono.

In conclusione, i sospetti sono confermati, ma sarebbe importante condurre ulteriori ricerche randomizzate e controllate su singoli dolcificanti per chiarire tutti gli aspetti metabolici, e fornire così ai consumatori tutte le informazioni e le indicazioni utili ad assumere i dolcificanti in sicurezza, oppure a evitarli.

© Riproduzione riservata. Foto: Depositphotos.com

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