Gli antibiotici possono essere usati solo per curare gli animali malati e seguendo regole molto rigide.
Se vi capita di sentire che i polli vengono “imbottiti di antibiotici per farli crescere prima” si tratta di una fake news. La realtà è leggermente diversa: l’uso dei farmaci negli allevamenti è regolato da norme severissime. Gli antibiotici possono essere utilizzati solo per curare malattie di origine batterica. L’intera procedura è blindata dal Regolamento UE 2019/6 e dal Decreto Legge italiano 218/2023.
Gli antibiotici in allevamento
Grazie agli enormi passi avanti fatti nella biosicurezza, nell’igiene e nell’uso dei vaccini, il consumo di antibiotici nel settore avicolo italiano è crollato di circa il 90% rispetto al 2011. Si stima che l’80-90% dei polli allevati in Italia non assume antibiotici nella sua breve vita (che in genere dura 5-6 settimane) perché nella stragrande maggioranza degli allevamenti gli animali non si ammalano. Il farmaco si usa quando c’è una diagnosi clinica e reale.
Ogni singolo trattamento richiede la Ricetta Elettronica Veterinaria (REV), che vale solo cinque giorni e per quelli considerati ‘critici’ (perché usati anche per l’uomo) il veterinario è obbligato a fare prima un antibiogramma (un test in laboratorio per verificare quale specifico farmaco sia davvero efficace). Per l’allevatore, l’antibiotico è una spesa e non è mai una scelta di comodo per via del costo del farmaco, delle analisi e delle visite veterinarie. Molto meglio investire nella prevenzione.
La legge impone inoltre un periodo di latenza tra l’ultima somministrazione e la macellazione in modo tale che i residui del medicinale siano completamente smaltiti dall’animale prima che la carne arrivi in tavola.

La scritta ‘senza antibiotici’
Molti consumatori sono attirati dalle confezioni con la dicitura “Allevato senza uso di antibiotici”. Questa dicitura sull’etichetta pur essendo veritiera, può trarre in inganno perché lascia intendere che i polli senza bollino siano pieni di farmaci, mentre quelli con la scritta ne siano privi. Non è così.
I dati della filiera dimostrano che solo il 10-20% dei polli in Italia è trattato con antibiotici a causa di una malattia. Questo significa che la stragrande maggioranza (l’80-90%) non assume alcun farmaco. Per questo motivo, anche se sulla confezione del pollo non compare la dicitura “allevato senza antibiotici”, c’è l’80-90% di probabilità che l’animale non abbia subito alcun trattamento. Se anche avesse fatto parte del gruppo di polli trattati, il tempo di sospensione garantisce che il farmaco sia stato completamente eliminato prima della macellazione.
In realtà, tutta la carne di pollo in commercio è priva di residui di farmaci. La differenza è solo commerciale: il pollo “senza antibiotici” proviene da un gruppo di animali che, per scelta commerciale (e pagando un prezzo maggiore), non ha subito alcun trattamento in tutta la sua vita. Gli altri potrebbero essere stati trattati perché malati e, dopo il periodo di sospensione, venduti con la certezza che la carne non contiene residui.
La storia dei “fattori di crescita sconosciuti”
Se oggi le regole sono così rigide e l’uso è ridotto al minimo, da dove nasce la convinzione che gli antibiotici servano a fare ingrassare gli animali? Per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro.

Alla fine degli anni ’40, le industrie farmaceutiche per produrre i primi antibiotici (soprattutto tetracicline) ‘coltivavano’ funghi microscopici all’interno di grandi vasche riempite con un liquido molto ricco di nutrienti. Una volta estratta la medicina, sul fondo delle vasche rimaneva un ‘pastone’ chiamato ‘letto di fermentazione’ composto da funghi esausti. Dovendo smaltire enormi volumi di rifiuti ricchi di proteine, qualcuno pensò di destinarli a mangime per polli.
Gli allevatori si accorsero che lo scarto non solo era economicamente conveniente, ma faceva crescere gli animali meglio e più rapidamente. Inizialmente si pensò a qualche vitamina nascosta, tanto che il fenomeno venne attribuito alla presenza di fattori di crescita sconosciuti (UGF, Unknown Growth Factors), sigla che finì persino sulle etichette dei mangimi commerciali dell’epoca.
Le ricerche successive svelarono il mistero: l’effetto non dipendeva dalle vitamine, ma dalle piccolissime quantità di antibiotico rimaste nel pastone (pochi milligrammi per chilo di alimento). Una dose così bassa non aveva alcun effetto terapeutico contro le malattie, ma modificava il microbiota intestinale degli animali, riducendo le micro-infiammazioni e malattie intestinali, permettendo di assimilare meglio il cibo e di crescere più in fretta. A partire dagli anni ’50, questa scoperta portò all’estensione sistematica di antibiotici nei mangimi. Nacque così nel pubblico l’idea degli “animali ingrassati con gli antibiotici”.
Lo stop europeo
Il sistema è andato avanti fino alla fine degli anni ’90 e i primi 2000, quando la scienza ha dimostrato che la somministrazione continua di basse dosi di antibiotici agli animali favoriva l’insorgenza dell’antibiotico-resistenza. Per salvaguardare la salute umana, l’Unione Europea proibì definitivamente l’uso degli antibiotici come promotori della crescita a partire dal 1° gennaio 2006.
Con il bando del 2006, le industrie mangimistiche hanno dovuto cercare nuove strade per mantenere l’efficienza degli allevamenti e hanno sviluppato la tecnica della micronizzazione (la riduzione del mangime in polvere finissima). I polli in natura non hanno i denti: inghiottono i chicchi interi, li ammorbidiscono nel gozzo e poi li ‘masticano’ nel ventriglio (lo stomaco muscolare) dove ci sono piccoli sassolini ingeriti istintivamente dall’animale (denominati mole o grit), che funzionano come le macine di un mulino. Il mangime micronizzato arriva nello stomaco del pollo già sminuzzato. Ion questo modo il pollo salta la masticazione meccanica, risparmia energia e cresce più in fretta. Ma questa è un’altra storia.
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Professore Emerito dell’Università degli Studi di Parma e docente nella Facoltà di Medicina Veterinaria dal 1953 al 2002


