La multinazionale ha rilevato la presenza della tossina cereulide già a fine novembre, ma l’allerta diventa globale a gennaio. Una gestione che solleva interrogativi su tempi, trasparenza e tutela dei neonati.
Il caso del latte artificiale contaminato da cereulide è diventato, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, una delle più gravi crisi di sicurezza alimentare degli ultimi anni. Non solo per l’estensione dei richiami – che hanno coinvolto decine di Paesi e più produttori, non solo Nestlé – ma soprattutto per le tempistiche con cui l’allerta è stata gestita e comunicata.
Oggi, mettendo insieme le inchieste di Le Figaro e Le Monde, il comunicato ufficiale di Nestlé e le ricostruzioni de Il Fatto Alimentare, è possibile delineare una cronologia abbastanza precisa. Ed è proprio questa cronologia ad alimentare le polemiche.
La scoperta a fine novembre
Secondo quanto ammesso dalla stessa Nestlé, alla fine di novembre 2025 alcuni autocontrolli interni effettuati in uno stabilimento nei Paesi Bassi hanno evidenziato la presenza di livelli molto bassi di cereulide in campioni di latte artificiale per neonati. La cereulide è una tossina prodotta dal batterio Bacillus cereus: è termostabile, il riscaldamento dell’acqua per la preparazione del biberon non la elimina e i suoi effetti – vomito violento e rischio di disidratazione – sono ben noti da anni, soprattutto nei bambini molto piccoli.
Nestlé afferma di aver immediatamente fermato la produzione, smontato la linea interessata e inviato i campioni per ulteriori analisi. I risultati di laboratorio, ricevuti all’inizio di dicembre, avrebbero confermato la presenza di tracce della tossina in prodotti ancora sotto il controllo dell’azienda.

I primi richiami di Nestlé e il ritardo contestato
Il punto critico emerge qui. Secondo quanto ricostruito dalla stampa francese, Nestlé era a conoscenza della contaminazione già dalla fine di novembre, ma i primi richiami pubblici sono partiti solo l’11 dicembre, inizialmente in Francia. L’azienda dichiara di aver informato le autorità olandesi e quelle degli altri Paesi potenzialmente coinvolti il 10 dicembre, avviando lo stesso giorno un primo richiamo volontario in 16 Paesi europei, per un totale di 25 lotti.
Le associazioni dei consumatori contestano però questo intervallo di oltre dieci giorni tra la scoperta e il ritiro dei prodotti, sottolineando che non si trattava di un contaminante sconosciuto e che i destinatari erano neonati, cioè la fascia più vulnerabile possibile.
L’ingrediente comune scoperto solo a fine dicembre
Un altro passaggio chiave riguarda l’origine della contaminazione. Fino a Natale, il problema appare circoscritto a singoli stabilimenti. Solo il 23 dicembre, secondo la versione ufficiale di Nestlé, le analisi avrebbero permesso di individuare la causa principale: una miscela di oli utilizzata in diversi impianti, contenente acido arachidonico (ARA), proveniente da un fornitore globale.
L’ARA non è obbligatorio per legge nelle formule infantili, ma spesso si aggiunge per ‘avvicinare’ il prodotto al latte materno. Una volta individuato l’ingrediente contaminato, Nestlé sospende l’uso delle miscele incriminate, invia nuovi campioni ai laboratori e, il 29 dicembre, informa il fornitore. Il giorno successivo, comunica la scoperta anche al resto del settore.
È questo passaggio che innesca l’effetto domino: lo stesso ingrediente è utilizzato anche da altri grandi produttori. Nei primi giorni di gennaio, i richiami si estendono a Danone, Lactalis e, in Italia, Granarolo.

Il maxi richiamo di gennaio
Con l’inizio del nuovo anno, l’allerta cambia scala. Dal 5 gennaio 2026 partono richiami pubblici su vasta scala che coinvolgono decine di referenze di latte artificiale, sia in polvere sia liquido, distribuite in oltre 60 Paesi. In Italia numerose catene della grande distribuzione e di farmacie online segnalano i ritiri.
A quel punto emerge chiaramente che non si è trattato di un problema isolato, ma di una crisi di filiera, legata alla dipendenza da un ingrediente comune.
Le morti sospette e le indagini
Ad aggravare il quadro arrivano le notizie dalla Francia, dove sono state aperte due indagini giudiziarie dopo la morte di due neonati che avevano consumato latte appartenente ai lotti richiamati. Al momento non è stato stabilito alcun nesso causale tra la cereulide e i decessi, ma il contesto rende la vicenda estremamente delicata.
Il governo francese ha assicurato che tutti i lotti interessati sono stati ritirati. Nel frattempo, l’associazione foodwatch ha annunciato un’azione legale, accusando sia gli industriali sia le autorità di non aver agito con sufficiente tempestività.
Una crisi che va oltre Nestlé
Al di là delle responsabilità penali – tutte da accertare – il caso del latte infantile contaminato mette in luce problemi strutturali dell’industria alimentare: la concentrazione dei fornitori, la crescente complessità delle formulazioni e la difficoltà di gestire in modo rapido e trasparente le allerte quando un ingrediente è utilizzato su scala globale.
Nestlé sostiene di aver agito in collaborazione con le autorità e di aver seguito una procedura rigorosa. I critici ribattono che, quando in gioco ci sono neonati, ogni giorno di ritardo pesa, soprattutto se il rischio è già noto. È su questo scarto – più che sulla contaminazione in sé – che si gioca oggi la partita della fiducia.
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