L’allattamento al seno esclusivo fino ai sei mesi di età del neonato e poi unito all’alimentazione complementare è consigliato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e da tutte le società scientifiche: nessun preparato artificiale riesce ad apportare gli stessi benefici del latte materno. Tuttavia, il latte materno contiene anche alcuni contaminanti noti e altri scoperti solo ora che andrebbero studiati meglio, soprattutto per quanto riguarda le possibili conseguenze di una loro assunzione da parte del bambino. A colmare in parte la lacuna provvede ora un grande studio condotto tra Canada e Sudafrica, i cui risultati sono stati pubblicati negli ultimi mesi su cinque riviste, che fa emergere come il latte rifletta le contaminazioni ambientali, contenendo numerose sostanze quali parabeni, pesticidi e bisfenoli che non hanno nulla a che vedere con il corpo umano, e che arrivano dall’esterno.
È bene sottolineare come si tratti di piccole quantità e come gli stessi autori premettano che quanto scoperto non inficia in alcun modo il consiglio di preferire sempre l’allattamento al seno. Piuttosto, si tratta di una prima fotografia, della proposta di un metodo di analisi e della necessità di cercare di agire per limitare la presenza di certi composti nell’ambiente.

Uno studio con cinque bracci
Tra il 2018 e il 2019 diversi gruppi di ricerca canadesi e sudafricani hanno raccolto un totale di 594 campioni di latte tra Montreal e due siti sudafricani, quello urbano di Pretoria e quello rurale di Vhembe. Quindi li hanno sottoposti tutti alle stesse analisi, cioè a una spettrometria di massa associata a una gas cromatografia ad alta risoluzione, evitando di cercare composti specifici, come si fa di solito, e lasciando che i risultati parlassero, cioè mostrassero tutto quello che c’era nel latte materno. I ricercatori hanno poi suddiviso l’esito in cinque pubblicazioni, ciascuna delle quali affronta un argomento specifico. Eccole:
Le cinque pubblicazioni
1. Da Exposome: spiegazione del metodo di analisi che non ha un obbiettivo predefinito, applicato a tutti e 594 i campioni; prima descrizione di due parabeni, due derivati di pesticidi, un filtro UV e, in Sudafrica, il metabolita di un farmaco anti HIV mai riscontrato prima nel latte;
2. Dal Journal of Exposure Science & Environmental Epidemiology, del gruppo Nature: Identificazione dei sostituti del bisfenolo A e dei loro metaboliti nei 594 campioni. Tra le sostanze trovate ve ne sono quattro normalmente presenti nelle etichette termiche, quattro filtri UV, tre antiossidanti sintetici o loro metaboliti, due dei quali mai descritti prima nel latte;
3. Da Environmental Research: in Sudafrica il latte materno (di cui qui sono stati analizzati circa 360 campioni) contiene anche bisfenoli, in particolare, oltre a quello più diffuso, A, di tipo S e AF, in quantitativi superiori a quelli che si riscontrano nei campioni canadesi dove, peraltro, si trova solo quello S (il BPA è stato notevolmente ridotto, in Canada). Probabilmente ciò è dovuto alla cottura a microonde di alimenti conservati nella plastica. Ciò che preoccupa di più, tuttavia, è il rapporto con la circonferenza della testa dei bambini e con la lunghezza del corpo: la prima risulta diminuita, la seconda allungata, nei figli delle donne che hanno i quantitativi maggiori.
4. Da Environmental Pollution: studio sui cambiamenti di nove dei bisfenoli identificati. In Canada si vede un chiaro spostamento da quello A a quello S, mentre in Sudafrica è ancora quello A a prevalere.
5. Da Chemosphere: indagine sui parabeni, da cui sono risultati presenti diversi: metilici, etilici, propilici e con zolfo, quattro dei quali mai descritti prima. Oltre ai parabeni sono risultati presenti ftalati e PFAS più la 1,3 difenil-guanidina, un composto che arriva dagli pneumatici;
Monitoraggio del latte materno
Il quadro che tratteggiano i cinque studi è quindi quello di una miscela di sostanze che si certo non sono benefiche per il neonato. Inoltre i cambiamenti a seconda del paese e del momento indicano la necessità di un monitoraggio continuo, al fine di non lasciarsi sfuggire nuovi contaminanti.
In generale, però, sarebbe necessario ridurre la presenza delle sostanze identificate, molte delle quali già sospettate di avere effetti nocivi sullo sviluppo dei bambini, o già dimostratesi dannose.
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Giornalista scientifica

