Un uomo con un sacchetto della spesa di carta esamina lo scontrino con espressione scioccata; concept: prezzi, inflazione, aumenti prezzo speculazione

Due inchieste, una del Senato francese e una dell’Antitrust in Italia, accendono i riflettori sui margini oscuri della grande distribuzione a danno di famiglie e agricoltori.

Dopo sei mesi di lavoro e 189 audizioni, a maggio è stata pubblicata l’inchiesta del Senato francese sui margini di guadagno della grande distribuzione organizzata (GDO). L’obiettivo è quello di verificare l’influenza di tutti gli attori della filiera sul livello dei prezzi dei prodotti – alimentari e non – per i consumatori nel tentativo di capire se si sta assistendo a un fenomeno inflazionistico e se esistono abusi nella determinazione dei prezzi. Ciò che ha spinto ad approfondire la questione è l’opacità con cui sono fissati i costi: il sospetto è quello che si vogliano garantire dei margini indebiti ad alcuni soggetti economici andando così a gravare sul potere d’acquisto delle famiglie senza per questo garantire una giusta remunerazione ai produttori e fornitori.

Lungo l’intero processo di produzione e commercializzazione, capita infatti che la ripartizione dei guadagni non sia equa e proporzionata ai singoli contributi: tendenzialmente la distribuzione del valore appare molto squilibrata a scapito della filiera a monte (agricoltori, produttori, trasformatori) e a vantaggio della filiera a valle (in particolare la grande distribuzione).

Giochi scorretti

L’accusa avanzata dalla commissione d’inchiesta è che le strategie commerciali, che combinano obiettivi di redditività, posizionamento competitivo e attrattività commerciale, portino a una determinazione dei prezzi spesso scollegati dai costi reali dei prodotti. Ad alcuni beni, infatti, si applicano dei margini molto bassi se non addirittura nulli, mentre altri beni sono soggetti a margini elevatissimi. Secondo uno studio sulla creazione di valore e sui costi sociali del sistema alimentare francese pubblicato nel 2024, poco meno della metà delle vendite al consumatore (47%) è caratterizzata dalla guerra dei prezzi che si contendono le catene della grande distribuzione con ingenti investimenti pubblicitari. Ma per compensare i margini negativi legati a queste vendite, i restanti prodotti alimentari sono venduti con margini ben più consistenti. Tali percentuali di ricavi sono però del tutto oscure agli occhi dei consumatori.

Lo studio dell’associazione dei consumatori

A una settimana dalla denuncia della commissione d’inchiesta francese che denuncia gli elevati margini applicati agli alimenti sani necessari per compensare i prezzi artificialmente bassi dei prodotti di richiamo ultra-processati, l’associazione dei consumatori Que Choisir Ensemble rende pubblico uno studio che mostra come la politica dei margini eccessivi e irresponsabili sia alla base del meccanismo che fa aumentare notevolmente il prezzo di frutta e verdura biologica. Secondo l’inchiesta di Que Choisir Ensemble, il margine applicato sugli ortaggi bio è in media superiore dell’81% rispetto a quello dei prodotti convenzionali.

I dati sono particolarmente sorprendenti per i due cibi più consumati: nel caso del pomodoro bio il prezzo all’origine è del 44% più alto rispetto a quello del pomodoro convenzionale, ma il margine della distribuzione è superiore del 113%. Il che significa che solo il 28% del sovrapprezzo è determinato dal prodotto agricolo, il resto è un margine applicato dalla distribuzione. Per quanto riguarda la mela bio, il margine lordo della distribuzione raggiunge i 2,51 €/kg, ovvero il doppio di quello della mela non bio. Tale cifra rappresenta il 61% del prezzo pagato dal consumatore, eppure l’agricoltore ricava solo il 37% di tale prezzo.

Diverse varietà di mele in cassette nel banco ortofrutta di un mercato o un supermercato speculazione
La speculazione della GDO colpisce in particolare i prodotti bio

Il caso Italia

La situazione francese non sembra però un’eccezione. A dicembre 2025, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’indagine conoscitiva sul ruolo svolto dalla grande distribuzione organizzata nella ripartizione del valore aggiunto lungo la filiera agroalimentare e nella formazione dei prezzi finali. Sulla base dei dati ISTAT, difatti, tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari hanno registrato un incremento di circa il 25%, ma l’indice generale dei prezzi al consumo si è fermato a un +17,3%. Oltre all’anomalia per cui il costo della spesa al supermercato è aumentato di più rispetto a quello della vita in generale, si lamenta un’altra singolarità. Al netto di questi aumenti, i produttori agricoli accusano spesso una crescita inadeguata dei propri margini, situazione che potrebbe in parte essere determinata dal forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle catene della GDO.

Quello che l’Antitrust deve capire è se c’è effettivamente un rincaro a monte dei prodotti venduto al supermercato o se la grande distribuzione ha approfittato dell’inflazione per rincarare i prezzi più del reale aumento, mettendo di fatti in pratica una dinamica speculativa. È chiaro che la flessione dei prezzi dei generi alimentari dipende da molteplici fattori, tra cui il verificarsi di eventi climatici estremi, conflitti bellici – pensiamo agli effetti della guerra in Ucraina sul costo del grano –, l’aumento della richiesta di determinati prodotti, la presenza di malattie – è questo il caso delle conseguenze determinate dall’aviaria sul prezzo delle uova –, ma il timore è che gli eventi mondiali non siano gli unici responsabili di tali rincari.

© Riproduzione riservata. Foto: Depositphotos

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