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Interferenti endocrini: preoccupante l’esposizione di bambini e adolescenti. La plastica monouso è tra le fonti principali. Lo studio dell’Iss

plastica cucchiai interferenti endocriniQuali sono i possibili rischi derivanti dalle plastiche usate per imballaggi e contenitori per alimenti? E come limitarli? Il problema degli interferenti endocrini è da tempo al centro dell’attenzione, ma ora nuove informazioni arrivano dal progetto europeo LIFE PERSUADED, una ricerca durata quattro anni, nel corso dei quali l’Istituto superiore di sanità (Iss), in collaborazione con il Cnr di Pisa, l’Ospedale Bambino Gesù, l’Università di Tor Vergata e i pediatri di famiglia, ha studiato l’esposizione della popolazione infantile a ftalati e al Bisfenolo A (BPA) per definirne i livelli, valutarne gli effetti e promuovere una corretta informazione sul tema.

Bisfenoli e ftalati sono gruppi di sostanze: la nostra ricerca riguarda in particolare il Bisfenolo A e il DEHP (Di-2-etilesilftalato), che sono tra i più utilizzati e sono quelli su cui ci sono più dati”, osserva la responsabile del progetto Cinzia La Rocca dell’ISS. Queste sostanze sono utilizzate nei contenitori per alimenti in plastica monouso, come piatti e bicchieri usa e getta, ma anche nelle pellicole di plastica o nelle gomme dei tappi per barattoli, oltre che per fabbricare giocattoli e altri oggetti. La loro caratteristica è che, non essendo legate chimicamente al polimero nel quale sono contenuti, possono essere rilasciate negli alimenti o nei liquidi con cui sono a contatto e quindi ingerite. I dati ottenuti confermano che queste sostanze possono provocare alterazioni del sistema riproduttivo, nervoso ed endocrino, un rischio che riguarda soprattutto soggetti fragili come le donne in età fertile o i bambini, particolarmente vulnerabili a causa dello sviluppo non ancora completo e del diverso metabolismo.

Queste sostanze, incluse tra gli interferenti endocrini, possono essere considerate dei ‘sorvegliati speciali’ – spiega La Rocca, – poiché sono state inserite nell’elenco delle sostanze candidate a restrizioni e sostituzioni”. Dal 2009, inoltre, l’Unione europea ha vietato l’uso del BPA per realizzare biberon, in base a evidenze scientifiche preoccupanti, anche se non conclusive: “In questo caso ci si è basati sul principio di precauzione, tenendo conto che i bambini sono particolarmente vulnerabili a queste sostanze”, spiega l’esperta.

Nonostante le precauzioni già prese, però, ftalati e Bisfenolo A sono sostanze di largo consumo, che si disperdono nell’ambiente e con le quali è difficile evitare contatti. Obiettivo del progetto, i cui risultati sono stati presentati poche settimane fa, è stato proprio quello di misurare le concentrazioni di DEHP e BPA presenti nell’organismo di un numero di mamme, bambini e adolescenti rappresentativo della popolazione, e distribuito su tutto il territorio nazionale, sia in area urbana sia in zona rurale: ai partecipanti, reclutati con la collaborazione dei pediatri, è stato chiesto di fornire un campione di urina e di compilare un diario alimentare e un questionario. “Il progetto poi comprende anche uno studio su modello animale che utilizza soggetti giovani esposti a livelli di sostanze derivati da quelli misurati nei bambini, per valutarne gli effetti a livelli realistici”, aggiunge La Rocca.

Frappuccino in takeaway cup on wooden table isolated on cafe background
L’esposizione più alta a interferenti endocrini di bambini, adolescenti e madri si verifica quando il consumo di plastica monouso è più elevato

I primi dati hanno confermato le preoccupazioni dei ricercatori: le analisi mostrano che in oltre il 70% dei soggetti si riscontrano livelli misurabili di tali interferenti endocrini: “Abbiamo visto che, pur non trattandosi di composti persistenti, l’esposizione a queste sostanze è diffusa e continua”, spiega La Rocca. Inoltre, il progetto LIFE PERSUADED ha valutato anche possibili associazioni tra esposizione a Bisfenolo A e ftalati e obesità, ma anche ad altre patologie importanti come segni di sviluppo e pubertà precoci.

Dallo studio emerge una relazione tra stile di vita ed esposizione a queste sostanze: “Stiamo preparando un pieghevole che riassume l’esito degli studi, ma fornisce anche indicazioni utili ai consumatori – spiega La Rocca – Al momento non è possibile eliminare totalmente queste sostanze, possiamo però ridurre l’esposizione adottando alcuni accorgimenti, ad esempio limitando l’uso di piatti e bicchieri in plastica: lo studio mostra infatti che le percentuali più elevate di queste sostanze sono state riscontrate in soggetti che utilizzano spesso plastica monouso, o che fanno uso di contenitori in plastica nel forno a microonde, anche se lo studio non differenzia tra contenitori idonei e non”.

L’obiettivo dei ricercatori adesso è promuovere comportamenti “virtuosi”, attraverso attività di informazione e di sensibilizzazione, già avviate con il progetto e sviluppate con i pediatri, ma anche da parte dell’Unione Europea che si sta impegnando per favorire la produzione di materiali alternativi e limitare l’uso di plastiche usa e getta.

Nell’attesa di nuove ricerche e decisioni da parte delle autorità europee, è comunque possibile adottare in via precauzionale alcuni accorgimenti, prima di tutto quello di scegliere bioplastiche realizzate in materiali che non contengano queste sostanze. Ma anche, volendo usare pellicole per alimenti, di scegliere quelle etichettate come ‘BPA free’ oppure in cui si specifica che sono adatte per alimenti grassi, visto che, insieme all’acidità e al calore, sono i grassi a determinare un maggiore rilascio di queste sostanze. Anche per questo motivo, poi, è utile evitare di esporre i contenitori in plastica a temperature elevate, ma anche utilizzare materiale vecchi – per esempio, riciclando bottiglie per l’acqua minerale – in cui il rilascio di queste sostanze potrebbe essere maggiore.

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  Paola Emilia Cicerone

Paola Emilia Cicerone
giornalista scientifica

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9 Commenti

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    Raccomando l’uso del principio di precauzione con molta prudenza e precauzione.
    Almeno finché non ci saranno evidenze statistiche impattanti e palesi dei danni prodotti, senza dubbio alcuno e con moltissime verifiche e studi concordanti all’unanimità, sui possibili effetti deleteri di queste sostanze che interferiscono con il sistema endocrino e riproduttivo già dalla gravidanza.
    Perché per essere scientifici e razionali fino in fondo, finché non ci saranno evidenze acclarate univoche, meglio non interferire con gli interferenti endocrini ed i loro produttori.

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    La quantità di materia la cui morte non sappiamo gestire e che viene sovraprodotta, è comunque già un forte desiderio di malattia che già gonfia di male la vita sulla terra, e compie superficiale la nostra responsabilità.

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    cortesemente prima di scrivere articoli che rasentano la denuncia per procurato inutile allarme… si documenti e utilizzi le conoscenze scientifiche, se le ha, per valutare almeno in modo approssimativo la quantità di sostanze cedute da una posata di “plastica” (che nemmeno si è chiesta di che plastica… certificata o meno PS, CPET, PLA, CPLA etc…) E QUELLO DERIVANTE DA UN USO SCORRETTO, tipo cuocere l’hamburger sul disco di plastica o in una padella antiaderente cinese, o mettere plastiche NON certificate NEL MICROONDE…quindi quasi fondendole ogni volta… E magari mangiare cibi precotti chissà dove o bere l’acqua del rubinetto… Veramente amareggiato di leggere sempre e solo stupidate messe in bocca da chi ha altri progetti… tipo farle mangiare detersivi e brillantante…

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      Paola Emilia Cicerone

      Pur non ritenendo accettabile il tono ed evitando di approfondire divagazioni fuori contesto – visto che della potabilità dell’acqua o della salubrità di alimenti precotti ci siamo occupati e ci occupano in altri spazi -può essere utile ricordare che i dati riportati si riferiscono a indagini realizzate dall’Istituto Superiore di Sanità-che peraltro confermano preoccupazioni già diffuse nell’ambiente scientifico rispetto ai rischi legati all’uso e alla diffusione nell’ambiente di plastiche – e che maggiori dati sono disponibili nel sito dell’ISS (http://old.iss.it/inte/)

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    Grazie per l articolo , interessante e utile . Limitare o eliminare del tutto il consumo di plastica monouso dev essere un obiettivo sia da un punto di vista ambientale che salutistico. Soprattutto mamme e future mamme, ma anche tutti gli altri

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    Al di là dei dati fondamentali scientifici, non sempre disponibili, sarebbe comunque buona norma limitare l’uso della plastica: inquina il pianeta, “inquina” la nostra salute.

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    Sergio Emanuele Nestori

    Capisco la risposta s Stefano , perché il tono del commento era inaccettabile , ma nella sostanza il commento aveva una sua ragione d’essere . Quali sono le materie plastiche che contengono il BPA o i suoi fratelli? Esistono soluzioni alternative al BPA sul mercato in Francia ora , ma le sostanze alternative pare abbiano un’azione sull’organismo similare . Un uso improprio dei materiali non può essere cavalcato per accantonare un materiale o l’altro. Dovreste prima di tutto capire , ad esempio , cosa rilasciano i mitici materiali alternativi ( vogliamo parlare del THF ? sappiamo esattamente come vengono trattati i vasetti in vetro con i coating ? siete mai stai in una cartiera ? sapete quali sono i coating delle lattine ? ). E’ banalmente un discorso di lobbies , più o meno forti, che spingono il mercato in una direzione o l’altra. La “plastica” è un problema ambientale e questa è una sacrosanta verità ma proprio per questo non travisiamo il problema . Per quanto concerne determinati studi occorre contestualizzare : quando sono stati realizzati , su quale popolazione, in quali aree , chi li ha finanziati ?. Mi dispiace ma a mio parere questo articolo è stato assemblato in modo fuorviante

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      Condivido perfettamente con lei l’esigenza di essere precisi nell’analisi e diagnosi del problema, ma anche per i molti esempi che lei stesso ha portato, ritengo che il problema degli interferenti endocrini sia stato sottovalutato per troppo tempo ed è ora di affrontarlo decisamente, anche a costo di qualche precauzione in più, piuttosto di qualcuna in meno.
      Perché solitamente è il lassismo in generale che poi provoca reazioni e rigidità conseguenti.

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      Paola Emilia Cicerone

      Lo studio, come scritto nell’articolo e in modo più dettagliato nella documentazione dell’ISS accessibile tramite il link, è stato realizzato dall’Istituto superiore di sanità, su un campione di popolazione ritenuto particolarmente a rischio ( bambini, adolescenti, giovani madri) .Poi, è ovvio che si può sempre approfondire ulteriormente. E alcuni dei suggerimenti ( per esempio quello di fare un’indagine sui coating ) sono davvero stimolanti. Mi pare però che ci sia un elemento centrale da non perdere di vista. La plastica usa e getta, oltre che essere inquinante, è in moltissimi casi inutile. Si usa per non sciacquare un piatto o un bicchiere, o per non trasportare bottiglie di vetro (o scegliere l’ottima acqua di acquedotto, se di questo si tratta). Certo questo dispiacerà ad alcuni produttori, ma il tema non può essere liquidato con uno scontro tra lobbies, e non mi pare un motivo valido per trascurare un tema importante…