Mentre i prezzi alla produzione crollano e i costi lungo la filiera lievitano, NaturaSì chiede un contributo ai clienti per remunerare il lavoro dei campi.
“20 centesimi oggi per avere pane anche domani“. Con questo slogan NaturaSì ha lanciato da Milano una campagna per promuovere il “giusto prezzo del pane”. L’insegna del biologico e della biodinamica chiede ai propri clienti un contributo di 20 centesimi in più per ogni chilogrammo di pane acquistato, con l’obiettivo dichiarato di garantire una migliore remunerazione agli agricoltori che coltivano il frumento. La misura riguarda solo il pane, escludendo pasta, farine, pizze e biscotti, e si traduce in un rincaro di circa 2 centesimi al giorno per chi ne consuma un etto quotidiano: in totale, appena 60 centesimi in più al mese.
La crisi del frumento e il calo della produzione
Il tema centrale della campagna è la sostenibilità economica della cerealicoltura in Italia. Secondo i dati forniti da NaturaSì, a fine agosto 2026 il grano tenero biologico registrava una quotazione di 33 centesimi al chilogrammo alla Borsa di Bologna, mentre il convenzionale si fermava ad appena 22 centesimi. Con quotazioni di questo tipo, denunciano i promotori dell’iniziativa, coltivare frumento non garantisce più la copertura dei costi di produzione.

Il quadro strutturale trova riscontro anche nei dati ufficiali diffusi dall’Istat sulle produzioni agricole: tra il 2006 e il 2025 la produzione nazionale di frumento tenero è diminuita del 21,4%, mentre quella di frumento duro ha registrato un calo del 9,3%. Contestualmente, nell’arco di vent’anni il numero di aziende agricole italiane si è ridotto del 42%. Nel solo 2025 l’Italia ha dovuto importare 97 milioni di quintali di frumento per coprire il fabbisogno interno, a fronte di una produzione nazionale di circa 59,5 milioni di quintali.
In gioco non c’è soltanto la sicurezza alimentare e la garanzia di avere cibo per tutti in futuro, ma anche la tutela dei nostri agricoltori e delle produzioni locali contro le speculazioni dei mercati globali.
Come funziona il fondo e la clausola di trasparenza
L’iniziativa prevede che le somme raccolte nei punti vendita siano rendicontate ogni tre mesi in base ai volumi di pane effettivamente venduti. L’obiettivo dichiarato è garantire ai produttori un incremento di 0,20 € al chilo rispetto ai listini della Borsa di Bologna del 27 agosto 2026 (pari a un aumento del 60% circa rispetto a quelle quotazioni base), sommando il contributo dei clienti a quanto NaturaSì già corrisponde oltre il prezzo di borsa (tra i 7 e i 12 centesimi in più al chilo per il grano tenero e duro).
Inoltre l’insegna ha previsto un meccanismo di conguaglio: qualora la somma raccolta non fosse sufficiente a coprire l’importo prefissato, NaturaSì integrerà la differenza. In caso di superamento del target, l’eccedenza sarà distribuita tra le aziende agricole biodinamiche della rete. La liquidazione finale agli agricoltori è programmata entro il 15 novembre 2027.
Dal campo alla tavola
L’iniziativa di NaturaSì riaccende i riflettori su un nodo irrisolto del sistema agroalimentare: la profonda asimmetria nella distribuzione del valore lungo la filiera. Se da un lato il carovita rende i consumatori sempre più sensibili a ogni minimo rincaro, dall’altro chi lavora la terra soffre marginalità ridotte al minimo.
Come avevamo già evidenziato in un precedente articolo analizzando le dinamiche del settore ortofrutticolo, dietro molti prodotti della grande distribuzione si nasconde un sistema di rapporti squilibrati che scarica costi e rischi interamente sugli agricoltori, tra ristorni obbligatori, promozioni imposte e margini ridotti all’osso. I dati Ismea confermano questo divario: su 100 euro spesi dai cittadini al supermercato, solo 7 euro di utile netto restano in tasca al produttore agricolo.
Il prezzo finale dei beni di prima necessità lievita lungo i vari passaggi intermedi tra logistica, energia e distribuzione. Allo stesso tempo, le dinamiche di filiera e i prezzi imposti schiacciano i guadagni all’origine, spingendo molte aziende agricole alla chiusura. In questo scenario, la proposta di NaturaSì prova a costruire un modello di corresponsabilità tra distributore e clienti, integrando di tasca propria e con il contributo dei consumatori il valore del grano, pur lasciando aperto il grande tema di come riequilibrare strutturalmente i rapporti di forza lungo tutta la filiera agroalimentare.

Costruire una consapevolezza di filiera
Fabio Brescacin, presidente di NaturaSì, ha commentato il lancio dell’iniziativa sottolineando la necessità di “creare consapevolezza e sostenere chi ci garantisce il cibo quotidianamente, partendo da un bene fondamentale come il grano e il pane”. Secondo la dirigenza della catena, la campagna rappresenta una proposta per coinvolgere direttamente i consumatori nella copertura dei costi di produzione agricola, svincolando in parte la materia prima dalle fluttuazioni dei mercati finanziari.
Ma i consumatori saranno davvero disposti a mettere mano al portafoglio? Va detto che la clientela di NaturaSì non rappresenta il consumatore medio: si tratta in gran parte di una fascia con una buona capacità di spesa o, in molti casi, di persone altamente motivate che già compiono un importante sacrificio economico pur di acquistare cibi biologici e sostenibili.
Proprio su questa consapevolezza gioca la scommessa dell’insegna: trasformare lo scontrino della spesa in un vero e proprio atto di sostegno alla filiera e al lavoro nei campi. Resta da vedere se questo pubblico già fidelizzato accetterà di buon grado l’ennesimo “ticket etico” sul pane o se, in tempi di rincari generalizzati, anche la spesa bio inizierà a fissare un limite.
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Giornalista, redattrice de Il Fatto Alimentare, con un master in Storia e Cultura dell’Alimentazione


