Una revisione mostra come l’organismo modifichi assorbimento, metabolismo e microbiota quando si passa all’alimentazione vegetale.
Quando si cambia tipo di alimentazione, l’organismo si adatta e modifica alcuni processi fondamentali. L’idea che a una certa quantità di un nutriente introdotto con la dieta corrisponda sempre una quantità proporzionale assorbita e utilizzata, e che l’organismo sia quindi una sorta di ricettore passivo del cibo, dovrebbe essere rivista, perché il metabolismo è dinamico e risente anche, e non poco, delle caratteristiche di ciascuno. Per questo, se una persona passa da un regime onnivoro a un’alimentazione vegetale, non necessariamente andrà incontro a carenze di alcuni nutrienti. Il suo organismo può infatti adattarsi nel tempo al nuovo regime alimentare e sfruttare meglio ciò che ha a disposizione attraverso meccanismi diversi.
Questa la conclusione di una revisione della letteratura uscita su Biology e firmata da un gruppo internazionale di ricercatori, tra cui Hana Kahleova del Physicians Committee for Responsible Medicine. Gli autori hanno concentrato la loro attenzione soprattutto su studi osservazionali e di intervento sugli esseri umani, integrati quando necessario da studi fisiologici e meccanicistici. In particolare, hanno analizzato cinque categorie molto citate quando si parla di passaggio a una dieta vegetale:

Ferro e alimentazione vegetale
Vegani e vegetariani assumono quasi esclusivamente ferro non eme, che l’organismo in genere assorbe meno efficientemente del ferro eme presente negli alimenti di origine animale. Tuttavia, gli studi mostrano che, a lungo termine, l’intestino tende a compensare, assorbendo una quota maggiore di ferro non eme; gli studi sui vegani di lungo periodo hanno rilevato anche livelli più bassi di epcidina, un ormone che regola l’assorbimento del ferro. Oltre a ciò, spesso l’apporto totale di ferro di vegani e vegetariani è sovrapponibile, e talvolta superiore, a quello degli onnivori, perché alimenti vegetali come legumi, cereali integrali e verdure a foglia ne sono naturalmente ricchi e alcuni cereali sono anche fortificati.
Creatina e carnosina
Questi due composti, che si trovano quasi solo negli alimenti di origine animale, sono prodotti anche dall’organismo umano a partire da alcuni amminoacidi. Vegani e vegetariani di solito hanno concentrazioni muscolari di creatina inferiori a quelle degli onnivori, ma questo non sembra compromettere la normale funzionalità. Quando assumono integratori di creatina, però, l’aumento dei depositi muscolari tende a essere maggiore, probabilmente perché partono da livelli più bassi. Per la carnosina, invece, i dati negli esseri umani sono più limitati, anche se le concentrazioni circolanti risultano in genere mantenute entro valori fisiologici.
Proteine nell’alimentazione vegetale
Negli studi controllati, se un regime vegetale è ben pianificato e apporta una quantità adeguata di proteine, massa magra e forza si mantengono su livelli simili a quelli osservati negli onnivori.

Fibre fermentabili
Il gonfiore e gli altri disturbi gastrointestinali che possono manifestarsi all’inizio del cambiamento di dieta, passando da una onnivora a una ad alto contenuto di fibre, di solito si attenuano nell’arco di qualche settimana, via via che il microbiota intestinale cambia e aumentano le specie capaci di fermentare più efficientemente i carboidrati complessi, come osservato anche negli studi sui legumi.
Polifenoli
I batteri del microbiota intestinale trasformano composti vegetali come gli isoflavoni della soia o gli ellagitannini delle noci in metaboliti più attivi. Nei vegani di lungo periodo sono stati osservati livelli più elevati di diversi di questi metaboliti rispetto agli onnivori, ma non è ancora chiaro quanto ciò dipenda da un adattamento del microbiota e quanto semplicemente dal maggiore consumo di composti vegetali.
Anche queste sono comunque generalizzazioni da considerare con cautela – osservano gli autori – perché la capacità di adattamento può variare o diventare insufficiente in condizioni come la gravidanza, le infiammazioni croniche, le patologie intestinali, la celiachia o in presenza di carenze alimentari gravi e prolungate. Per tale motivo i consigli nutrizionali dovrebbero tenere conto della situazione individuale. Oltre a chiedersi che cosa una persona mangia, concludono, bisognerebbe domandarsi anche da quanto tempo segue un certo regime, se la sua fisiologia mostra segni di adattamento e, se sì, se tale cambiamento sia transitorio o si sia stabilizzato.
In questa prospettiva, la speranza è che si individuino biomarcatori dell’adattamento, in modo da poter dare consigli più mirati sulla risposta del singolo e seguirne l’andamento nel tempo.
© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos
Giornalista scientifica


