Alimentazione complementare: uno studio australiano conferma l’efficacia delle linee guida introdotte nel 2016 sulla sensibilizzazione precoce nei neonati.
In molti paesi l’allergia alle uova è la più diffusa tra i bambini, insieme a quella alle arachidi. Da tempo è stato però dimostrato che l’introduzione precoce delle uova nella dieta, a partire dai sei mesi di età, aiuta a prevenire lo sviluppo della reazione allergica. Per questo, dopo la pubblicazione, nel 2016, di una metanalisi che confermava l’efficacia di una strategia basata sull’esposizione fin dai primi mesi, molti paesi hanno iniziato a implementare linee guida dedicate. Nella maggior parte dei casi queste consigliano ai genitori di offrire al bambino uova ben cotte (e burro morbido di arachidi, soprattutto nei paesi dove questo alimento è popolare) a partire dai sei mesi di età, e quindi appena inizia l’alimentazione complementare.
Entro l’anno, poi, invitano a procedere con gli altri allergeni più potenti quali il latte di vacca, il sesamo, l’avena e la frutta a guscio, per abituare l’organismo del neonato anche a essi. Sono quindi mediamente dieci anni che la sensibilizzazione precoce viene attuata: un tempo sufficiente per verificare se è efficace, e in che misura.
Prima e dopo
Lo hanno fatto i ricercatori del Murdoch Children’s Research Institute e della University of Queensland, in Australia, paese che ha uno dei tassi di allergie più alti del mondo, soprattutto tra i bambini, e che è stato tra i primi a recepire le indicazioni della Australasian Society of Clinical Immunology and Allergy sulla sensibilizzazione precoce, nello stesso 2016.
Per capire se le nuove indicazioni avessero o meno avuto effetto, i ricercatori hanno valutato l’incidenza delle allergie in due coorti di 5.200 e 1.900 bambini di età compresa tra gli 11 e i 15 mesi, visitati nel momento delle vaccinazioni, prima (tra il 2007 e il 2011) oppure dopo (2018-2019) l’adozione della strategia.

Innanzitutto, è emerso che i genitori hanno ascoltato i pediatri: l’età media della prima somministrazione di uova è infatti scesa, passando dagli otto mesi (in un range compreso tra i sei e i dieci) ai sei (in un intervallo più ristretto, tra i sei e gli otto). Inoltre, la misura si è rivelata efficace, perché il tasso di allergia alle uova è effettivamente sceso del 17%, passando dal 9,2 al 7,6%.
Un’analisi specifica sui bambini con eczema, più a rischio di sviluppare allergie alimentari, ha poi confermato che anche in questi soggetti l’esposizione funziona: l’incidenza di allergia è passata dal 34,6 al 21,9%, con una diminuzione, in percentuale sul valore iniziale, di circa il 36%.
Cosa fare?
Il consiglio sembra dunque essere associato a un calo piuttosto significativo del rischio di allergia. Secondo gli autori, questi dati devono rassicurare i genitori sul fatto che l’invito del pediatra a procedere precocemente con l’introduzione delle uova è basato su solide prove, e ha effetti positivi misurabili.
Restano comunque alcune domande in attesa di risposta: è necessario individuare la causa primaria dell’aumento delle allergie alimentari nei bambini, visibile in tutto il mondo e particolarmente evidente in Australia, dove un neonato su dieci sviluppa qualche forma allergica. Nello specifico, infine, bisogna approfondire la situazione di quei bambini che, nonostante l’esposizione precoce, sviluppano comunque un’allergia alle uova, per giungere se possibile a ridurre ulteriormente i rischi, e comunque a definire una gestione migliore di una malattia che può condizionare fortemente la crescita da diversi punti di vista e, nei casi più gravi, esporre il bambino a rischi seri.
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Giornalista scientifica


