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Combattere la resistenza agli antibiotici: la campagna di Altroconsumo contro McDonald’s, Autogrill, Burger King e KFC

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Le associazioni si sono rivolte a chi, nelle maggiori quantità, serve carne proveniente da allevamenti che utilizzano antibiotici

La guerra agli antibiotici è partita dagli Stati Uniti. Ma l’eco della campagna lanciata dalla Federazione Mondiale dei Consumatori è arrivata anche in Italia, tramite l’adesione da parte di Altroconsumo. Il tema dell’iniziativa lanciata contro quattro catene di fast food – Autogrill, Burger King, KFC e McDonald’s – è quello della resistenza agli antibiotici. Le associazioni si sono rivolte a chi, nelle maggiori quantità, serve carne – avicola e non – proveniente da allevamenti che utilizzano antibiotici, chiedendo di «dare un contributo per arrestare la crescita della resistenza agli antibiotici, sottoscrivendo l’impegno complessivo a non servire più alcuna carne ottenuta da animali trattati abitualmente con antibiotici utilizzati anche per la cura degli ammalati, a casa e negli ospedali». L’obbligo non può prescindere da due passaggi: «La definizione di un piano d’azione, con precise scadenze, per eliminare l’utilizzo di antibiotici da tutta la filiera di approvvigionamento di carne servita nei punti ristoro e l’adozione di un audit indipendente per la valutazione della policy sugli antibiotici e l’attestazione dei risultati che dimostrino il raggiungimento degli obiettivi descritti».

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In molti casi è oggi impossibile arrestare la replicazione di questi batteri “insensibili” agli antibiotici

La campagna è stata lanciata nella settimana che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dedicato alla consapevolezza sull’impiego corretto degli antibiotici. Aver disatteso questo impegno ha amplificato il problema della resistenza di alcune specie batteriche agli antibiotici. Si tratta di un fenomeno di “adattamento genetico” dei microrganismi all’ambiente, che può essere trasferito da una specie all’altra. A svilupparlo la capacità di alcuni batteri di produrre enzimi – le carbapenemasi – che favoriscono la resistenza agli antibiotici ad ampio spettro, dopo aver già riscontrato l’inefficacia di altre classi (betalattamici, cefalosporine e fluorochinoloni). Così in molti casi è oggi impossibile arrestare la replicazione di questi batteri “insensibili” agli antibiotici. Stando agli ultimi dati diffusi dal Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (Ecdc), nel consumo l’Italia è al quinto posto in Europa e tra i Paesi a più elevato tasso di microrganismi resistenti.

Se ne deduce che, in assenza di nuovi antibiotici all’orizzonte, la terapia di alcune infezioni, la profilassi chirurgica, le sedute di chemioterapia e i trapianti d’organo potrebbero in futuro essere meno sicuri ed efficaci rispetto a quanto non lo siano stati finora. Negli Stati Uniti, dove il problema ha già assunto le caratteristiche di un’emergenza, ogni anno si contano due milioni di casi di infezioni resistenti agli antibiotici e oltre ventimila decessi. Da qui il monito lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: «La resistenza agli antibiotici rappresenta un problema sempre più grave per la salute pubblica e in grado di mettere a rischio i successi ottenuti con la medicina moderna».

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La resistenza agli antibiotici rappresenta un problema sempre più grave per la salute pubblica

Lo scenario attuale è dovuto a un errato utilizzo che è stato fatto degli antibiotici nel trattamento delle infezioni umane e negli allevamenti animali, sopratutto di pollame, dove sono impiegati nella terapia e talvolta nella profilassi. È su questo secondo aspetto – l’impiego in agricoltura e zootecnia – che si concentra la campagna delle associazioni di consumatori. Secondo Altroconsumo «circa la metà degli antibiotici prodotti a livello globale sono utilizzati in agricoltura e il loro uso aumenterà di due terzi nei prossimi tre lustri: da 63.200 tonnellate nel 2010 a 105.600 tonnellate nel 2030». Il passo compiuto dall’organizzazione fa seguito a un’inchiesta condotta due anni fa e già ripresa da Il Fatto Alimentare, da cui era emerso che «nell’84% dei campioni di carne di pollo acquistata a Roma e a Milano erano presenti batteri resistenti agli antibiotici», ricorda oggi Franca Braga, responsabile del settore salute e alimentazione di Altroconsumo. Più che l’impiego di antibiotici negli allevamenti, l’emergenza riguarda «la presenza di specie resistenti nel prodotto finito che rischiano di diventare contaminanti ambientali, sopratutto nei macelli».

Quali possono essere invece le conseguenze per i consumatori? Non si contrae alcuna malattia consumando pollo contaminato da queste specie resistenti, non patogene per l’uomo. Si tratta di microrganismi, comunque eliminati da una cottura che raggiunga al centro una temperatura di settanta gradi, presenti anche nella nostra flora intestinale. Il ritrovamento durante le analisi a campione non impone il ritiro del prodotto dal mercato, in assenza di rischi diretti per la salute. Nel frattempo, però, i dati di Altroconsumo sono stati confermati da un’indagine condotta dall’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, presentata durante l’ultimo congresso della Società Italiana di Diagnostica di Laboratorio Veterinaria. Dal campionamento (nel periodo giugno 2013-novembre 2014) di 132 gruppi di polli e 53 di tacchini da ingrasso, rispettivamente il 77 e il 69 per cento degli alimenti da essi derivati sono risultate positive a ceppi batterici produttori di beta-lattamasi a spettro esteso. Ciò significa che questi microrganismi sono resistenti ai beta-lattamici, farmaci di importanza critica nel trattamento delle infezioni umane. Queste specie possono trasmettere la resistenza ad altri batteri che incrociano nell’organismo e creare un “pool di resistenza” che in futuro potrebbe risultare inattaccabile per qualsiasi antibiotico.

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  Fabio Di Todaro

Fabio Di Todaro
Giornalista free lance. Twitter: @fabioditodaro

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3 Commenti

  1. un motivo in più per scegliere produzioni nostrane, locali e, ove possibile, biologiche. il problema sembra essere molto serio e se non saranno presi drastici provvedimenti, non si sa a quali altri gravi pericoli andremo incontro nel prossimo futuro, quanto a difesa della salute umana.

  2. A parte che sono d’accordo a evitare i fast food per svariate ragioni, quello che non capisco è il nesso tra resistenza agli antibiotici e Mc Donald’s & Co. Perché la resistenza è presente solo nei batteri isolati da carni destinate a McD? L’allevamento intensivo, credo, sia la causa principale dell’abuso di antibiotici. E dell’allevamento intensivo ne fa uso chiunque. Non solo i fast food.
    Poi, per carità, se questo serve per boicottare Mc & Co va bene, ma non nascondiamoci dietro un dito…

  3. In effetti questa campagna si rivolge all’ultima fase della filiera, ma sia Altroconsumo che le altre associazioni di consumatori che hanno lanciato l’iniziativa, dovrebbero indirizzarsi a chi commette l’abuso e cioè gli allevatori.
    Va bene forzare la mano sui trasformatori, se questo farà pressione sui chi causa il problema, ma sembra un operazione indiretta e mirata solo su alcuni per salvarne altri.